Margherita Pieracci o, meglio Pieracci Harwell (per il matrimonio con il pastore protestante statunitense Dwight Harwell), è morta il 13 febbraio scorso a Vinci, la cittadina in cui era nata nel 1930 e in cui era tornata a vivere dopo il pensionamento. Studiosa, traduttrice, critica letteraria, la cultura italiana le deve moltissimo. Fu amica di Cristina Campo - è lei la Mita di uno dei suoi carteggi più intensi-- e curatrice delle opere pubblicate dalla casa editrice Adelphi: Gli imperdonabili, La tigre assenza, Lettere a Mita ecc. Inoltre fu studiosa di Simone Weil e visse in Francia per qualche tempo, quindi negli U.S.A dove, dal 1969 al 2004, fu professoressa di Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea all’ University of Illinois di Chicago. 
Fra gli autori italiani da lei approfonditi ci piace qui ricordare Leopardi, la Banti, la Guidacci e la Ortese, ma anche Primo Levi e Silone.
Siamo liete di pubblicare ora, su Corso Italia 7, il ricordo di Margherita Pieracci Harwell inviatoci da un'altra sua cara amica: Maura Del Serra che è poetessa, studiosa e già docente di Letterature comparate all'Università di Firenze, nonché illustre esponente del teatro di poesia europeo. Daniela Marcheschi
 

Margherita Pieracci Harwell (a destra) e Maura Del Serra, a Charleston, South-Caroline, nel 1997

Mi è impossibile evocare l'intensa, dolce ed arguta figura di Margherita senza essere dominata da un'emozione tanto intellettuale quanto spirituale, che suscita, insieme a lei e per suo tramite, molti dei miei ricordi più cari e “nutrienti”. Era nata il 22 gennaio del 1930 a Vitolini (Vinci), in un'atmosfera impregnata di tradizione artistico-culturale, che ancora formava l'humus e il wit specifico dei piccoli borghi toscani, nei quali l'elemento “terrestre” ed agricolo si fonde con una sorta di cattolicesimo evangelico che ne apriva l'orizzonte famigliare borghese e tradizionalista. Questa feconda ibridazione, che gli studi successivi di Margherita, laureatasi in Lettere e l'acume personale del suo orizzonte di sensibilità e di coscienza formarono in lei un'humanitas rara ed una cultura vasta, raffinata e versatile, aperta all'“altro da sé” in senso creaturale e psicologico quanto civile, esteso in senso internazionale nei decenni di insegnamento universitario negli Stati Uniti – specialmente a Chicago, dove si “trapiantò” dopo il matrimonio con il pastore protestante Dwight Harwell poi precocemente scomparso (e padre dei due figli Maurizio e David, che l'hanno accudita con abnegazione negli ultimi anni della sua vita, dopo il ritorno nella casa natale di Vitolini) nonché impegnato attivista per i civil rights dei neri e delle minoranze etnico-religiose, allora tutt'altro che pacificamente riconosciuti e praticati negli USA.

A questo impegno condiviso ed alle attente cure famigliari Margherita affiancò con ardore e curiosità intellettuale una rete internazionale di contatti e di amicizie elettive: dalla frequentazione parigina della madre di Simone Weil, Selma, (presso la quale avvenne il primo incontro e la festa di matrimonio con Dwight Harwell) a quella con Mary de Rachewilz, figlia di Ezra Pound e curatrice delle opere paterne, ma non meno dal cosiddetto “cenacolo” fiorentino animato da figure di primo piano nella cultura italiana degli anni Cinquanta e Sessanta, come lo scrittore, psicoanalista ed artista Gianfranco Draghi, il germanista Leone Traverso e Cristina Campo (nom de plume di Vittoria Guerrini), la “mitica” saggista, poetessa ed epistolografa “esoterica”, della quale Margherita fu, a partire dal 1952, stretta amica, confidente e corrispondente fino alla morte della Campo nel 1977 (restano fondamentali le Lettere a Mita inviatele dalla Campo stessa, esemplarmente curate dalla destinataria  nell'edizione adelphiana, nonché la divulgazione del pensiero e dell'opera di Simone Weil e di Cristina svolta da Margherita in numerose conferenze e scritti, non tutti ancora raccolti; così pure gli studi di Margherita su Leopardi, Silone e Levi.

Ebbi l'emozione di incontrare per la prima volta Margherita quasi quarant'anni fa, in una delle memorabili feste nella villa fiesolana di Giancarla e Gianfranco Draghi, animata da amici artisti ed intellettuali vivaci ed eclettici (tra di loro incontrai anche Giancarlo Gaeta, il curatore dell'edizione italiana dei Cahiers della Weil): Margherita, che mi aveva scritto pregandomi di intervenire alla festa, manifestò subito, a me tanto più giovane (e a mio marito, l'attore Moreno Fabbri) una straordinaria ed affabile quanto intelligente umiltà, condita da uno humour speciale, ricco di “gentilezza” in senso stilnovista, e di apprezzamento del mio lavoro poetico e saggistico, gettando così le basi di un'amicizia e di una frequentazione non continua ma assidua, che per me fu subito, e divenne sempre più negli anni, elettivamente “materna” da parte sua  e “filiale” da parte mia, nutrita da visite reciproche, da gite alla scoperta di chiesette romaniche e di luoghi pregni di aura, da lunghe telefonate in cui spesso mi parlava dei suoi rapporti amicali ed intellettuali che coltivava nella sua casa a Vitolini, o altrove, come quelli con le sorelle Bemporad, con la filosofa Roberta De Monticelli e con l'esoterista Elemire Zolla, con la comune amica Givanna Fozzer. Soprattutto mi confidava i suoi problemi religiosi e di coscienza (aveva dubbi e scrupoli sull'ortodossia della sua fede cattolica, peraltro profondissima ed ecumenica, ed io cercavo di rassicurarla definendola una “fedele d'amore” (quale indubbiamente era).

Per molti anni con Moreno abbiamo festeggiato il nostro anniversario di matrimonio insieme a lei al premiato ristorante “Il Pinone” sopra Vitolini, e quelle cene del 10 agosto erano animate dalla sua vivacità premurosa e dalla sua memorabile miniera di racconti ed aneddoti su scrittori, personaggi illustri ed amici di diversi paesi del mondo, nonché della sua vita, ma anche da riflessioni politico-sociali e culturali che hanno costituito, per me, una vera e indimenticabile paideia. In varie occasioni mi onorò della sua partecipazione alla presentazione di miei libri (in particolare ricordo, un ventennio fa, il suo splendido ed affettuoso intervento nella Biblioteca “San Giorgio” di Pistoia in occasione della prima edizione, [2007] del volume Poesia e lavoro nella cultura occidentale). Ciò che domina in me a suo riguardo è tanto il ricordo colmo di gratitudine per il suo socratico insegnamento di vita improntato ad un inimitabile esprit de finesse e ad una profonda educazione intellettuale ed umana, quanto il senso della sua perdurante presenza nel mio cuore e in quello dei molti estimatori che ebbero il privilegio di conoscerla; una presenza che vorrei definire di Grande Madre e di Sibilla della parola - scritta ed orale - divenuta arte di pensiero e di vita; una figura che, in una società sempre più cinicamente indifferente ai valori spirituali e culturali, ha portato una luce esemplare di coscienza e di espressione generosa quanto rigorosa e creativa di quella che Saba aveva definito “la poesia onesta”, cioè una testimonianza non estetistica di coerenza nella ricerca profonda della bellezza e di una verità capaci di diventare, appunto, un'ars bene vivendi (e moriendi), quale è stato il dono che Margherita ha incarnato per guidarci con grazia maestosa fuori dal labirinto confuso ed angosciante della caducità.

In apertura, foto di Olio Officina