In scena il corpo di una donna morta. Ammazzata.
Su una sedia la suocera. Parla un dialetto stretto (scorrono infatti le parole tradotte sopra il palco), ma, come in tutto il teatro di Emma Dante, ciò che conta è il linguaggio del corpo.
Un linguaggio che ha una voce sua, a prescindere dalle parole.
Il corpo della donna stesa riprende poi vita, mentre i due uomini (marito e figlio) lentamente “addobbano” la scena con oggetti di quotidianità domestica.
Viene portato infatti un tavolo, uno stendino, un letto su cui passa le giornate il figlio, un ferro da stiro…
La donna ha ripreso vita, ma reca sul volto i segni della violenza: un volto insanguinato, massacrato a colpi di ferro da stiro.
E massacrata è lei, soprattutto, che è costretta a risorgere dalle proprie ceneri per riprendere il rituale domestico, ovvero quella routine che da sempre caratterizza il cosiddetto angelo del focolare.
Un rituale dominato dal maschilismo: machismo nel caso del marito, dipendenza nel caso del figlio.
Due uomini che in scena indossano slip, simbolo di quello squallore a cui le donne sono sottoposte, oltre che, come la moglie, a fare il caffè per entrambi, a stendere il bucato, a stirare con quel ferro che il marito userà per sfogare sulla moglie la sua violenza, la sua rabbia.
Interessante il racconto delle due donne sulla seduzione.
La nuora pensa che la seduzione richieda testa e cuore, non il ca**o (il linguaggio di Emma Dante è volutamente esplicito).
La suocera si ribella al linguaggio della nuora.
E racconta, a sua volta, come è stata conquistata dal suo di marito, ovvero il padre del figlio violento.
Ma lei a quella seduzione non partecipa, diventa di marmo e resta incinta.
Storie di una volta, storie di altre donne, di donne che in ogni caso hanno contribuito al maschilismo imperante tra le mura domestiche.
Donne conniventi.
Poi ci sono i racconti dal punto di vista del marito che è ovviamente diverso da quello della moglie e offensivo per lei.
Marito che l’accusa pure di crescere il figlio come “un ricchione”.
E giù botte alla moglie. E ancora botte.
La suocera piange. È una donna impotente che non condanna il figlio violento, anzi lo compatisce.
Anche il figlio colpevolizza la madre, la donna si china.
Si china in doppio senso.
Il figlio sta sempre a letto, poi si alza, indossa scarpe da donna, canta Luna diamante di Mina e prende un vestito rosso
Picchiata e uccisa nuovamente dal marito col ferro da stiro, in vestaglia con Alla fiera dell’Est di sottofondo e accompagnata da luci stroboscopiche, il nostro angelo cerca di volare… emozionando tutti gli spettatori.
Se ripensiamo a Tango delle capinere, visto lo scorso anno al Gobetti, potremmo dire che anche qui la scenografia è essenziale, banalmente funzionale a quanto fanno i corpi in scena.
Perché, non va scordato, quello di Emma Dante è un teatro della corporeità, ma è anche un teatro di musica, di musiche che sottendono la nostra vita di tutti i giorni.
Là Lontano lontano di Luigi Tenco, Non essere geloso di Rita Pavone, Se mi vuoi lasciare di Michele.
Qui da Bang bang di Dalida a Luna diamante di Mina fino alla già citata Fiera dell’Est di Angelo Branduardi.
Uno spettacolo che in un’ora e cinque minuti coinvolge il pubblico al massimo grado come forse solo riusciva a fare il grande Kantor che Emma Dante considera suo maestro.
In questo teatro che non vuole, sappiamo, essere politico, ma sociale, una splendida Leonarda Saffi veste il ruolo della madre.
Ma altrettanto bravi il marito (David Leone), la suocera (Giuditta Perriera), il figlio (Ivano Picciallo).
L’angelo del focolare, testo, regia, scene e costumi di Emma Dante con David Leone, Giuditta Perriera, Ivano Picciallo, Leonarda Saffi.
Milano, Piccolo Teatro Grassi, 11 novembre-30 novembre 2025