Con il suo ultimo libro pubblicato quest'anno da Editoriale Scientificada - La filosofia e i totalitarismi europei tra XIX e XX secolo - Biagio de Giovanni sintetizza e chiarisce il suo pensiero su alcuni dei grandi sistemi filosofici che hanno caratterizzato gli ultimi duecento anni. Egli lega quattro autori (Marx, Nietzsche, Heidegger e Gentile) alla cultura della crisi e all’antihegelismo che la percorre. Filosofie che hanno provato a combattere con ogni energia quella che l’autore del Frammento di Francoforte (1800) ha chiamato l’immane potenza del negativo, considerandolo come tratto decisivo del tempo moderno, e che de Giovanni aveva analizzato in un altro recentissimo lavoro dedicato specificamente alla Fenomenologia dello spirito di Hegel con il sottotitolo molto esplicativo Un racconto sulla formazione e lo svolgimento della coscienza europea (Editoriale Scientifica 2025).
Ma le filosofie della crisi hanno combattuto con tale forza l’assunto hegeliano sulla funzione decisiva del negativo nella costituzione della realtà vivente, da far emergere - secondo il filosofo napoletano - il rapporto tra tempo moderno e volontà di potenza totalitaria.
Roberto Esposito, in Il fascismo e noi. Una interpretazione filosofica (Einaudi 2025), tra i tanti temi analizzati definisce il fascismo “macchina metafisica”. Un’immagine che ha colpito de Giovanni, che chiosa indicando proprio la prima metà del Novecento come il tempo della massima espansione della volontà di potenza contro la potenza del negativo. Egli scrive che, in quei decenni, si affermano le “metafisiche totalitarie”.
Mi soffermerò sul capitolo che riguarda il primo dei quattro filosofi approfonditi da de Giovanni. Marx fonda il suo sistema di idee interloquendo con Hegel. Il filosofo di Stoccarda aveva trasformato l’astratto in “astrazione reale”. Un’idea che comprendeva i caratteri di una civiltà europea espansiva e oscillante, delle sue istituzioni, dei principii che andava costruendo, delle società civili e delle libertà politiche che nascevano, dei pensieri costanti sulla legittimazione del potere attraverso la creazione degli stati. L’astrazione reale di Hegel comprendeva la vita dello stato e tutto ciò che ormai faceva parte di esso.
Ma la critica di Marx all’astratto, contrapponendo ad esso il concreto, si rivelò limitativa. E non gli permise – sostiene de Giovanni - una diagnosi esaustiva della società del suo tempo.
La contraddizione semplice ed esaustiva tra astratto e concreto permise a Marx di lavorare sulla negazione semplice, e solo in modo indiretto e non esauriente sulla negazione della negazione.
Nonostante questo limite della sua filosofia, Marx scoprì la concretezza del “lavoro vivo”. E l’effetto dirompente fu la traduzione della filosofia in messaggio politico rivolto direttamente a un grande pezzo di umanità. Un messaggio dedicato alla liberazione di un’intera classe sociale.
Il "concreto" marxiano si presentava straordinariamente ricco e complesso. Comprendeva la conquista della pienezza di una vita del lavoro, liberata dalla pressione e dallo sfruttamento operato dalle classi dominanti che detenevano il potere economico, sociale, culturale, incrinando il rapporto tra valore e lavoro. La realizzazione dell’umanizzazione della storia diventava elemento essenziale di una visione del futuro.
Ma enorme era anche – sottolinea de Giovanni - il limite di una critica che, opponendo il concreto all’astratto, non riusciva ad afferrare il contenuto di quest’ultimo. Hegel lo aveva trasformato in “astrazione reale”: non era solo la vita dello stato ma anche e soprattutto il senso e la fisionomia di una civiltà. Un’ampiezza di visione che sfuggiva a Marx.
Certo, si trattava di una incomprensione parziale dell’immensa ricchezza di tale civiltà. Ma fu una incomprensione decisiva che confinò la critica di Marx in un ambito sicuramente cruciale, che si diffuse nel mondo, e che, parzialmente isolato in sé, ha impedito la costruzione di un potere politico capace di governare l’ingresso della vita piena del lavoro nelle forme elaborate da una civiltà ricca e complessa come quella europea.
Ma l’intuizione di Marx, che pure ha occupato un secolo, nel suo ridursi a individuare lo stato come potere violento, era destinata al fallimento, come poi si è visto nello svolgimento degli eventi.
I fatti si sono incaricati, non a caso, a confinare gli esiti politici del marxismo in stati dove l’intera organizzazione della società ha finito con l’essere dominata da un potere assoluto che soffoca ogni forza critica innovativa e che legittima ogni crudeltà.
Marx è morto lì, nell’incapacità di comprendere il senso della civiltà europea. Un’incapacità che, clamorosamente, si è manifestata nella mancanza, nonostante le grandi energie e gli sforzi generosi ad essa dedicati, di una teoria marxiana dello stato.
Si sa, il marxismo ha contribuito a far nascere le democrazie e lo stato sociale in Europa. È senza dubbio un merito che de Giovanni gli riconosce. Ma egli non può sottacere che il significato della filosofia di una prassi costituente era ben altro: doveva liberare l’umanità. “Oggi invece – constata il filosofo napoletano - la stessa espressione ‘movimento operaio’ è scomparsa dalla scena del mondo, definitivamente”.
Contrariamente al giudizio di Bobbio, Ralph Dahrendorf comprese che, con la fine del comunismo, anche le socialdemocrazie avrebbero, prima o dopo, fatto la stessa fine. Ed è ciò che sta sostanzialmente avvenendo, con poche e non molto rilevanti eccezioni.
Con la fine di tutto quello che aveva dato consistenza politica al marxismo, si è innegabilmente conclusa l’esperienza filosofico-politica nata da Marx. Una conclusione anche tragica di una grandiosa esperienza che ormai appartiene al passato. “Un passato che non può più tornare”, rimarca de Giovanni.