La passione o il servizio alla causa deve sempre accompagnarsi alla responsabilità nei confronti di tale causa quale stella polare del proprio agire. Poi c'è l’occhio, sì, l'occhio, la capacità di lasciar operare su di sé le realtà nella calma del raccoglimento interiore. In quest'ottica, solo il servizio esclusivo a una causa giustifica nel politico l’aspirazione al potere e il suo esercizio. Leggere il libro La politica come professione di Max Weber ci permette di comprendere cosa si debba per davvero intendere fare politica
Rileggere La politica come professione di Max Weber è sempre emozionante. Si tratta di un discorso tenuto dallo studioso tedesco su richiesta del Freistudentischer Bund di Monaco nell’inverno rivoluzionario del 1918-1919. Conserva, pertanto, l’immediatezza della parola parlata. Ed è particolarmente efficace perché è diretto a giovani congedati dal servizio militare, profondamente scossi dalle esperienze della guerra e del dopoguerra.
Cosa fa di una persona un politico? Per il grande sociologo la risposta è fulminante: “Il prender partito, la lotta, la passione, la propria esclusiva responsabilità per ciò che una persona fa, responsabilità che egli non può e non deve negare o rovesciare su altri”. Insomma, “ira et studium”. “Passione nel senso di identificazione con un oggetto, appassionata dedizione a una cosa o causa, al dio o al demone che la comanda”. Certo, precisa Weber, non è “sterile eccitazione” alla Simmel, vuoto romanticismo rivoluzionario. La passione o il servizio alla causa deve sempre accompagnarsi alla responsabilità nei confronti di tale causa quale stella polare del proprio agire.
L’altra qualità decisiva del politico è la capacità di valutazione: “l’occhio, la capacità di lasciar operare su di sé le realtà nella calma del raccoglimento interiore, quindi la ‘distanza’ verso cose e uomini”. L’ardente passione deve saper convivere con la fredda valutazione. Per questo il politico deve vincere un nemico mortale sempre in agguato: la vanità. Un nemico che distoglie dalla capacità di distanza da se stesso nel valutare le cose.
Il politico per Weber deve avere “l’istinto della potenza” per poter aspirare al potere. Ma questo suo tendere al potere deve sempre legarsi al servizio di una causa e ad una passione nel servire esclusivamente una causa. “Proprio perché il potere è il mezzo indispensabile, e quindi l’aspirazione al potere una delle forze motrici della politica, non c’è deformazione più dannosa per la forza politica dello sfoggiare il potere come un parvenu e del vanitoso autocompiacimento nel senso di essere potente, ed in genere ogni adorazione della potenza come tale”. Solo il servizio esclusivo ad una causa giustifica nel politico l’aspirazione al potere e il suo esercizio. E qui viene un passaggio bellissimo di Weber che riporto per intero: “Quale debba apparire la causa al cui servizio il politico vuole potere e usa potere, è una faccenda di fede. Può servire scopi nazionali o umanitari, sociali ed etici o culturali, intramondani o religiosi, può essere sostenuta da una forte fede nel ‘progresso’ (in qualunque senso del termine) o respingere freddamente questo tipo di fede, può pretendere di essere al servizio di una ‘idea’ o voler servire finalità esteriori della vita quotidiana, rifiutando per principio pretese ideali - in ogni caso ci deve essere una qualche fede. Altrimenti la maledizione della nullità di ogni realtà creaturale cade anche sui successi politici esteriormente più solidi”.
L’ethos della politica come causa mette in contrapposizione due concezioni del mondo ultimative, tra le quali alla fine occorre scegliere: etica dell’intenzione ed etica della responsabilità. Weber precisa che questa distinzione non vuol dire che l’etica dell’intenzione sia identica a irresponsabilità e l’etica della responsabilità sia identica a mancanza di principi. Ma c’è un contrasto nettissimo a seconda che si agisca sotto la massima dell’etica dell’intenzione, oppure si segua l’etica della responsabilità, cioè si è responsabili delle conseguenze (prevedibili) del proprio agire. Egli dirà: le conseguenze saranno imputate al mio agire. Invece, il seguace dell’etica dell’intenzione si sentirà “responsabile” solo per il fatto che la fiamma della pura intenzione, per esempio la fiamma della protesta contro l’ingiustizia dell’ordinamento sociale, non si spenga. Riaccenderla continuamente è lo scopo delle sue azioni, del tutto irrazionali se valutate dal punto di vista del possibile successo, e che devono e possono avere solo valore esemplare.
Concludendo, Max Weber vede la politica “come forare con forza e a lungo dure tavole, con passione e precisione insieme”: “solo chi è sicuro di non spezzarsi se il mondo, dal suo punto di vista, è troppo stupido o volgare per quel che gli vuole offrire, solo chi di fronte a tutto ciò è capace di dire ‘eppure!’, solo costui ha la vocazione per la politica”