Ci sono momenti in cui la natura sembra presentare un conto salato in termini economici e, purtroppo spesso, in vite umane. Un fiume esonda, una montagna frana, un torrente si trasforma in una colata di fango. Quasi sempre i titoli dei giornali tuonano contro la “calamità naturale”, una definizione comoda, quasi un tappetino sotto cui nascondere la polvere.

Perché un territorio non è quasi mai solo ciò che la natura ci ha consegnato. Con la quasi totale antropizzazione dei nostri distretti, il territorio è soprattutto ciò che vi abbiamo costruito dentro, tutto quello che abbiamo ristretto, cementificato, impermeabilizzato o abbandonato.
Il problema non è solo capire perché piove con sempre maggiore intensità o come sta cambiando il clima. Il dilemma è un altro: quanto spazio abbiamo lasciato alla terra e all’acqua per continuare a comportarsi da terra e acqua?

Progettiamo dighe, scolmatori, argini e canali per impedire alla natura di fare il suo corso. Eppure dovremmo porci una domanda semplice: e se il problema fosse proprio l'aver tolto troppo spazio al territorio?

C’è un’immagine che dovrebbe rimanere impressa nella memoria collettiva: il Vajont. Non fu il crollo di una diga: la diga del Vajont è ancora lì, intatta.
Il 9 ottobre 1963 una gigantesca frana di 270 milioni di metri cubi precipitò dal Monte Toc, nel bacino artificiale creato con la costruzione della diga, provocando un’onda che scavalcò l’enorme manufatto e che devastò la valle, provocando 1.917 vittime. L'opera resistette. Il Vajont non fu il fallimento dell’ingegneria, ma del rapporto dell’uomo con la natura: la diga non è crollata, è il territorio fragile che ha ceduto. Quella struttura rimasta in piedi è il monumento alla presunzione: l’idea che basti progettare bene un’opera per dominare un contesto che non si è compreso fino in fondo.

Trentacinque anni dopo, il 5 maggio 1998, oltre 140 frane tra il salernitano e il napoletano rovesciarono a valle due milioni di metri cubi di fango, che uccisero 160 persone (137 solo a Sarno). Sarno segnò una svolta: il “Decreto Sarno” accelerò la perimetrazione delle aree a rischio e il potenziamento dei sistemi di monitoraggio.
Una montagna non è solo un ammasso di roccia; un fiume non è un canale unidirezionale. La natura è un sistema interconnesso di boschi, pendii, drenaggi e insediamenti. Quando interveniamo su uno di questi elementi, gli altri non smettono magicamente di reagire.

In Liguria la parola “territorio” ha un significato quasi fisiologico. In mille anni la montagna è stata coltivata centimetro dopo centimetro con terrazzamenti e muretti a secco, integrando canalizzazioni e sentieri per creare superfici agricole dove la natura non le avrebbe concesse.
I muretti a secco, oggi Patrimonio Immateriale UNESCO, non sono semplici strutture di contenimento, ma ecosistemi vivi. Studi sui paesaggi mediterranei, come quelli realizzati a Portofino, dimostrano che il loro abbandono altera gli equilibri idrogeologici. Stesso discorso per l'olivicoltura: la fascia terrazzata tra Assisi e Spoleto è riconosciuta dalla FAO come sistema di importanza mondiale. Un oliveto non è solo una fabbrica di olive, ma un presidio contro l'erosione e atto alla difesa del suolo.
Questo non significa che l'abbandono di un muretto provochi automaticamente una frana, ma rivela una verità critica: la perdita dei sistemi tradizionali di gestione del suolo modifica la stabilità del paesaggio. Per millenni l'Italia è stata una trama continua di campi, boschi gestiti, canali e prati. Poi abbiamo smesso di prendercene cura, senza sostituire quell'agricoltura e quell’attenzione con una manutenzione moderna e pianificata. E quando il territorio mostra la sua fragilità, ci meravigliamo.
Il suolo non è uno spazio libero da lottizzare: assorbe acqua regolando i processi idrologici, immagazzina sostanze vitali consentendo la crescita di agenti stabilizzatori. Quando lo cementifichiamo ne azzeriamo i servizi ecosistemici.

Un fiume non è una conduttura, è un sistema dinamico. Occupa spazio, lo abbandona, lo riconquista, deposita sedimenti ed erode sponde in modo armonico. Quando lo costringiamo dentro un corridoio stretto, non eliminiamo la sua energia: la trasferiamo. E prima o poi quell'energia deve sfogarsi. La grande questione è se dobbiamo continuare a costruire opere per costringere l'acqua nei pochi metri rimasti, o se dobbiamo restituirle lo spazio sottratto.
È questo il dibattito attorno al fiume Tagliamento e al progetto della traversa laminante di Dignano, in provincia di Pordenone, (un bacino di espansione in linea dal costo iniziale stimato di 200 milioni di euro). Nel 2026, lo studio del caso ha ridiscusso i modelli usati per valutare le piene, evidenziando la necessità di aggiornarli e non solo alla luce dell’incidenza del cambiamento climatico. Nel frattempo sono emerse importanti alternative basate sulla laminazione distribuita e l'uso controllato di aree agricole a basso impatto ambientale.

Prima di modificare in modo irreversibile un fiume ad alta naturalità, spendendo anche centinaia di milioni, dobbiamo capire il sistema idrogeologico nella sua interezza, con le interconnessioni tra sistemi contigui. Una grande opera non è per definizione sbagliata, ma non è nemmeno automaticamente sinonimo di sicurezza.
Sul fiume Reno, in Nord Europa, si è imposta la filosofia del Room for the River (Spazio al fiume): restituire al corso d’acqua le sue pianure alluvionali, nelle quali il flusso di un’eventuale piena si sfoga, e arretrare gli argini anziché alzarli, creando così un freno naturale alla corsa dell’acqua aumentando la capienza dell’alveo. Non significa abbandonare le città alle piene, ma cambiare paradigma: l'acqua ha bisogno di spazio e la natura è un'alleata, non un nemico da combattere. Nel mondo, catastrofi come quelle di Banqiao in Cina, Katrina a New Orleans o Derna in Libia, mostrano una matrice comune: la tragedia nasce sempre dall'incontro tra un evento meteorologico estremo e una territorialità vulnerabile o mal gestita. La vulnerabilità non è un destino cinico, essa si può “progettare”, aumentandola o riducendola.

È imperativo passare dalla logica della “difesa del territorio” a quella della “cura del territorio”. Difendersi implica immaginare l'acqua o la montagna come nemici. Ma se prima restringiamo i fiumi, impermeabilizziamo il suolo e abbandoniamo i versanti, e poi spendiamo un mare di risorse economiche per proteggerci dalle conseguenze, non siamo di fronte a una sciagura inevitabile, stiamo solo chiamando "emergenza" i nostri errori.

Certamente il cambiamento climatico rende tutto più complesso, annullando le certezze del passato. Tuttavia, non può diventare l'alibi per giustificare nuove colate di cemento difensive. Un territorio ha una memoria. Un fiume ha una storia. Una pianura alluvionale porta scritto nel nome che è una terra fatta dall'acqua e, a volte, fingiamo di non vederlo e, a volte, la più grande opera pubblica che possiamo realizzare è semplicemente non costruire. Forse la vera modernità non consiste nel progettare qualcosa di più grande, ma nel fare la scelta più difficile: rinunciare. Rinunciare a cementificare una golena, a impermeabilizzare un prato, a considerare improduttivo un terreno solo perché non genera profitto immediato.

Nel frattempo la diga del Vajont è ancora lì, intatta e silenziosa: il monumento più potente alla fragilità della nostra presunzione. Ci ricorda che la sicurezza non nasce dal cemento, ma dal rispetto dello spazio di cui la natura ha bisogno per salvarci da noi stessi.

In apertura, foto di Olio Officina