Marsicaland non è soltanto un festival dedicato ai prodotti agricoli. Si presenta come un Festival diffuso dell’agroalimentare della Marsica, nato per mettere in relazione terra, produzioni, cultura, memoria, comunità e futuro.
Marsicaland: partire dalla terra per ripensare il territorio
L’idea di fondo è considerare l’agricoltura non soltanto come settore economico, ma come elemento intorno al quale costruire identità territoriale, turismo, paesaggio e nuove opportunità di sviluppo. L’edizione 2026, in programma ad Avezzano dal 18 al 20 settembre, sviluppa questa impostazione attraverso il Mercato diretto della terra, incontri culturali e tecnico-scientifici, degustazioni, attività dedicate alla biodiversità e iniziative di valorizzazione della storia locale.
È in questo contesto che sabato 19 settembre alle 18.30, in Piazza Risorgimento ad Avezzano, si terrà la tavola rotonda “Dall’agricoltura residuale alla viticoltura di montagna. Una opportunità di sviluppo della Marsica tra retroinnovazioni produttive, cambiamenti climatici e riorientamenti dei gusti”, organizzata in collaborazione con Istituto Serpieri, Università degli Studi di Teramo e Ordine degli Agronomi della Regione Abruzzo. A seguire è prevista una degustazione guidata di vini abruzzesi.
Il tema supera la sola viticoltura. La montagna viene letta come possibile spazio di sperimentazione di nuovi equilibri tra maturità, acidità, freschezza e caratterizzazione aromatica, mentre il recupero di vigneti, biotipi, varietà locali e conoscenze tradizionali viene interpretato non come esercizio nostalgico, ma come forma di retroinnovazione: una selezione critica di conoscenze del passato da integrare con monitoraggio pedoclimatico, sperimentazione, analisi chimica e sensoriale e nuovi protocolli produttivi.
La domanda che ne deriva è particolarmente attuale: può l’agricoltura di montagna, proprio mentre il clima modifica gli equilibri produttivi delle aree tradizionali, tornare a essere una risorsa economica e non soltanto una testimonianza del passato?
Vimont: dalla marginalità alla vocazionalità
A questa domanda tenta di rispondere Vimont. Nella sua configurazione più ampia, il progetto che parte da una visione del Dott. Mario Pannunzi, già assessore all’agricoltura della Regione Abruzzo, riguarda la rigenerazione agro-territoriale del Fucino attraverso il recupero delle terre marginali e la valorizzazione delle produzioni vitivinicole e delle altre colture vocate, in particolare l’olivo.
Vimont collega ricerca scientifica, recupero delle superfici, biodiversità viticola e olivicola, sperimentazione agronomica, trasformazione e trasferimento delle conoscenze. L’area di riferimento comprende il Fucino, la Marsica e i territori montani aquilani. L’obiettivo non è dimostrare che la quota sia “migliore”, ma verificare scientificamente se altitudine, escursioni termiche, esposizione, suolo e patrimonio genetico possano generare nuovi sistemi produttivi resilienti e qualitativamente riconoscibili.
Il metodo è costruito secondo una sequenza molto chiara: mappare, recuperare, sperimentare, analizzare, trasferire, raccontare e valorizzare. Significa censire superfici e materiali vegetali, acquisire dati pedoclimatici e fenologici, realizzare prove agronomiche e trasformazioni standardizzate, caratterizzare i prodotti e infine trasferire i risultati alla filiera. Tra i materiali storici su cui si concentrerà l’attenzione figurano l’Aleatico del Fucino, la Malvasia antica Aquilana e, per l’olivo, la Rustica.
La rete progettuale attribuisce all’Università degli Studi di Teramo il coordinamento scientifico, la costruzione dei protocolli, la caratterizzazione di vini e oli e lo sviluppo dei modelli interpretativi. Bio Cantina Sociale Orsogna svolge il coordinamento operativo delle attività in campo e delle trasformazioni; la Cantina Sociale del Fucino è destinata a ospitare l’Enoteca-Museo regionale di montagna. Istituto Agrario “A. Serpieri”, MarsicaLand, Parchi e CERVIM completano la rete con formazione, comunicazione, paesaggio, biodiversità, benchmarking ed enoturismo. Per approfondire la logica scientifica e applicativa del progetto abbiamo rivolto alcune domande a Rosanna Tofalo, che ne coordina l’impostazione scientifica, e a Lorenzo Cerretani, con particolare attenzione al rapporto tra cambiamento climatico, composizione dei frutti, viticoltura e olivicoltura di montagna.
Intervista a Rosanna Tofalo e Lorenzo Cerretani
I cambiamenti climatici vengono generalmente raccontati come una minaccia per l’agricoltura mediterranea. Possono, nello stesso tempo, rendere nuovamente interessanti territori montani nei quali vite e olivo erano stati progressivamente abbandonati perché poco redditizi?
«È una delle ipotesi più interessanti da verificare nei prossimi anni. Il cambiamento climatico non produce soltanto una contrazione delle aree vocate: produce una loro redistribuzione geografica. Per la vite disponiamo ormai di una letteratura consistente che indica un progressivo spostamento delle condizioni climaticamente favorevoli verso latitudini maggiori e, nei territori con una forte articolazione topografica, verso quote più elevate. Un recente studio, pubblicato sulla rivista Frontiers In Plant Science ha individuato proprio nell’altitudine una possibile strategia di adattamento, perché temperature mediamente inferiori e maggiori escursioni termiche possono modificare fenologia e metabolismo secondario dell’uva. Per l’olivo il quadro è analogo, pur con caratteristiche biologiche differenti. Studi recenti sull’area mediterranea evidenziano una riorganizzazione futura della vocazionalità climatica e la possibile comparsa di opportunità in territori oggi marginali. Va però sottolineato un punto fondamentale: vocazionalità climatica non significa automaticamente vocazionalità agronomica. Occorre verificare suolo, esposizione, disponibilità idrica, rischio di gelate tardive, fisiologia delle cultivar e sostenibilità economica dell’impianto.È proprio qui che la Marsica può candidarsi a diventare una delle nuove aree di vocazionalità dell’Abruzzo per alcune colture. E il punto di partenza non può essere un patrimonio genetico scelto soltanto perché produttivo. Dobbiamo partire dal patrimonio varietale del territorio e dalla biodiversità del passato, perché quelle accessioni rappresentano anche una memoria biologica dell’adattamento locale. È il motivo per cui VIMONT dedicherà attenzione ad Aleatico del Fucino, Malvasia antica Aquilana e olivo Rustica.»
Quindi non si tratta semplicemente di “spostare più in alto” le stesse colture?
«No. Sarebbe una semplificazione. L’altitudine modifica contemporaneamente temperatura, escursione termica, radiazione, UV, disponibilità idrica, durata della stagione vegetativa e fenologia. Il risultato dipende poi da suolo, esposizione e materiale genetico. La montagna deve essere considerata un ambiente produttivo specifico, non la replica più fredda di un vigneto o di un oliveto di fondovalle. Per questo ritengo particolarmente importante la filosofia di VIMONT: prima si misura e poi si interpreta. Si individuano i siti, si caratterizzano pedoclima ed esposizione, si monitora la fenologia, si seguono maturazione e composizione dei frutti, si effettuano trasformazioni controllate e soltanto dopo si cerca di capire quali combinazioni ambiente-varietà-processo producano risultati realmente interessanti. È esattamente la differenza tra una narrazione territoriale e una vocazionalità scientificamente documentata.»
Uno degli effetti più discussi del riscaldamento riguarda la maturazione dell’uva. Che cosa significa “disaccoppiamento” tra maturità zuccherina e maturità fenolica?
«È uno dei temi centrali dell’enologia contemporanea. Con temperature elevate l’accumulo degli zuccheri può procedere rapidamente e portare l’uva a raggiungere una maturità tecnologica apparente quando la componente fenolica e aromatica non ha ancora seguito la stessa traiettoria. In altri termini, i diversi processi della maturazione non avanzano più con la stessa sincronizzazione. Un lavoro pubblicato nel 2025 da María Concepción Ramos, condotto su Tempranillo nella Ribera del Duero in dodici vigneti collocati tra 725 e 915 metri di quota e basato su vent’anni di osservazioni, ha quantificato bene il fenomeno. Nelle condizioni più calde, la maturazione è risultata anticipata fino a quindici giorni, l’acido malico è diminuito fino al 30% e gli antociani totali si sono ridotti di oltre il 20%, con effetti più marcati nei siti a quota inferiore. Questo è particolarmente importante perché un vino non è definito dal grado zuccherino dell’uva. Acidità, precursori aromatici, antociani, tannini e altri metaboliti secondari partecipano alla qualità e alla longevità. Se raggiungiamo rapidamente elevate concentrazioni zuccherine, ma gli altri processi fisiologici seguono dinamiche differenti, dobbiamo riconsiderare sito, materiale varietale, gestione agronomica e momento della raccolta. Gli ambienti di quota possono offrire una forma di compensazione termica, ma anche in questo caso non dobbiamo trasformare un’ipotesi scientifica in uno slogan commerciale. VIMONT dovrà produrre dati pluriennali e confrontabili.»
Nel caso dell’olivo avviene qualcosa di analogo? In che modo l’aumento delle temperature può modificare i composti secondari dell’oliva e quindi la qualità dell’olio?
«L’olivo è una specie straordinariamente plastica, ma ciò non significa che la composizione della drupa sia indifferente alla temperatura. È importante, inoltre, non ridurre la risposta della pianta a una formula del tipo “più caldo uguale meno composti fenolici”, perché interagiscono cultivar, intensità e durata dello stress, disponibilità idrica e fase fenologica. Detto questo, i dati recenti sono estremamente interessanti. Uno studio pubblicato nel 2025 sull’European Journal of Agronomy, utilizzando Arbequina e Coratina coltivate in ambienti caratterizzati da regimi termici differenti, ha osservato concentrazioni dei fenoli totali e di diversi singoli composti più elevate negli ambienti più freddi. Verbascoside e aglicone dell’oleuropeina, per esempio, risultavano circa due-tre volte meno abbondanti nell’ambiente più caldo rispetto a quello più freddo. La risposta era tuttavia cultivar-dipendente. Questi aspetti mi interessano particolarmente perché una parte rilevante della mia attività scientifica è stata dedicata proprio alla frazione fenolica degli oli vergini di oliva. I fenoli non costituiscono un elemento ornamentale della composizione dell’olio: hanno un ruolo determinante nella stabilità ossidativa, contribuiscono alle caratteristiche sensoriali e partecipano al valore nutrizionale dell’extra vergine. Nel tempo abbiamo studiato composti appartenenti a classi differenti, dagli alcoli fenolici come idrossitirosolo e tirosolo ai secoiridoidi, oltre a flavonoidi e lignani. I derivati secoiridoidici sono particolarmente importanti anche sul piano sensoriale, perché sono legati a quelle sensazioni di amaro e piccante che caratterizzano molti oli extravergini di elevata qualità. Abbiamo inoltre studiato come il grado di maturazione delle olive modifichi composizione fenolica, attività antiossidante, stabilità ossidativa e profilo sensoriale dell’olio. Questo significa che, se il clima altera velocità e traiettoria della maturazione, può modificare indirettamente anche il punto ottimale di raccolta e quindi la qualità finale dell’olio. È per questo che parlare oggi di olivicoltura di montagna non significa semplicemente cercare nuovi ettari disponibili. Significa chiedersi se determinati microclimi possano consentire di mantenere, o in alcuni casi valorizzare, equilibri compositivi che negli areali più caldi stanno diventando più difficili da conservare.»
Perché Vimont insiste tanto sul recupero delle varietà antiche? Non sarebbe più semplice impiegare cultivar moderne già note e produttive?
«Sarebbe certamente più semplice, ma scientificamente meno interessante e territorialmente molto più povero. La biodiversità non è un museo genetico. È una riserva di variabilità funzionale. Le varietà locali derivano da lunghi processi di selezione, spesso informali, avvenuti all’interno di specifici ambienti. Alcune caratteristiche che in passato potevano sembrare poco interessanti, per esempio maturazioni tardive, produttività più contenute o determinate risposte allo stress, in uno scenario climatico diverso possono assumere un valore nuovo. Vimont parte quindi dalla memoria produttiva per sottoporla agli strumenti della ricerca contemporanea. Per Aleatico del Fucino, Malvasia antica Aquilana e olivo Rustica il principio deve essere: identificare, conservare, caratterizzare, mettere in prova e solo successivamente valutare il reale potenziale produttivo. Questa è, a mio avviso, la forma più concreta di retroinnovazione.»
Che cosa farà concretamente Vimont per trasformare queste ipotesi in conoscenza utilizzabile dalle imprese?
«Il punto decisivo sarà costruire una filiera del dato. La ricerca non può fermarsi alla caratterizzazione descrittiva di un sito o di una cultivar. Vimont prevede la mappatura dei siti, la raccolta di informazioni pedoclimatiche e fenologiche, prove agronomiche, trasformazioni standardizzate e caratterizzazione di uve, olive, vini e oli. L’obiettivo è mettere in relazione ambiente, genotipo, maturazione, processo e prodotto. Solo così possiamo passare dall’osservazione, per esempio “questo olio è più ricco in fenoli” o “questo vino mantiene una maggiore acidità”, alla domanda scientificamente più utile: quali condizioni ambientali, quali cultivar e quali scelte di processo hanno determinato quel risultato e con quale ripetibilità? La sequenza del progetto è infatti molto chiara: mappare e recuperare, sperimentare, analizzare, trasferire e infine raccontare e valorizzare. La comunicazione viene per ultima, dopo l’acquisizione e l’interpretazione dei dati.»
Vimont non si conclude però nei laboratori. Quale ruolo hanno i partner territoriali e l’Enoteca-Museo regionale di montagna?
«È una componente fondamentale. Un progetto di rigenerazione territoriale fallirebbe se producesse soltanto pubblicazioni scientifiche. La ricerca deve diventare competenza diffusa. L’Università degli Studi di Teramo, garantisce la regia scientifica e la robustezza metodologica. Bio Cantina Sociale Orsogna porta la ricerca nelle condizioni operative del vigneto e della trasformazione. Il Serpieri consente di coinvolgere formazione e giovani. MarsicaLand costruisce il raccordo con territorio e comunicazione. Parchi e Cervim introducono rispettivamente le dimensioni della tutela ambientale e del confronto con le esperienze consolidate di agricoltura e viticoltura montana. La Cantina Sociale del Fucino, attraverso l’Enoteca-Museo regionale di montagna, dovrà invece rappresentare il punto fisico nel quale ricerca e territorio si incontrano. Non soltanto degustazione, quindi, ma archivio di vini e oli sperimentali, schede varietali, protocolli, memoria produttiva, formazione e racconto delle produzioni di montagna. L’idea più interessante è che rimanga qualcosa dopo la conclusione del progetto: patrimonio varietale conservato, protocolli, dataset, linee guida e una struttura permanente capace di collegare cultura, turismo e mercato.»
Non tornare al passato, ma ripartire da ciò che il passato ha selezionato
Il valore di Vimont sta forse proprio in questa apparente contraddizione. Il progetto guarda al futuro attraverso materiali vegetali e territori che appartengono alla storia agricola della Marsica.
Non si tratta di sostenere che ogni terreno abbandonato debba tornare a vigneto o a oliveto, né che la quota garantisca automaticamente qualità. Al contrario, la logica proposta è quella della vocazionalità misurata: identificare i siti, studiare microclima e suolo, recuperare il germoplasma locale, valutare la risposta delle piante, seguire la maturazione, trasformare i frutti secondo protocolli controllati e verificare la qualità dei prodotti.
Il cambiamento climatico rende urgente questo lavoro perché modifica contemporaneamente due geografie: quella delle aree in cui possiamo coltivare e quella della composizione dei prodotti che otteniamo. Per la vite significa comprendere nuovi equilibri tra zuccheri, acidità, aromi e fenoli; per l’olivo significa studiare come temperatura, acqua e maturazione influenzino acidi grassi, sostanze volatili e soprattutto quella frazione fenolica che contribuisce in modo così importante a stabilità, gusto e valore dell’olio.
La Marsica può quindi diventare un interessante laboratorio a cielo aperto. Non perché la montagna sia per definizione migliore della pianura, ma perché oggi può offrire condizioni che meritano di essere nuovamente studiate. E perché, prima di introdurre modelli produttivi estranei al territorio, esiste un patrimonio genetico e culturale che attende di essere riletto con gli strumenti della scienza.
Riferimenti scientifici essenziali
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- Ramos, M.C. (2025). Effect of climate extremes and elevation on the Tempranillo grapevine response: case study in Ribera del Duero DO over the period 2004–2023. International Journal of Biometeorology, 69, 2337–2352. DOI: 10.1007/s00484-025-02970-z.
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- Belvisi, G., Tranchina, G. (2026). Projected shifts in climatic suitability of olive (Olea europaea L.) in the Mediterranean. Frontiers in Plant Science, 17, 1743577. DOI: 10.3389/fpls.2026.1743577.
- Bendini, A., Cerretani, L., Carrasco-Pancorbo, A. et al. (2007). Phenolic molecules in virgin olive oils: a survey of their sensory properties, health effects, antioxidant activity and analytical methods. Molecules, 12, 1679–1719. DOI: 10.3390/12081679.
- Rotondi, A., Bendini, A., Cerretani, L., Mari, M., Lercker, G., Gallina Toschi, T. (2004). Effect of olive ripening degree on the oxidative stability and organoleptic properties of cv. Nostrana di Brisighella extra virgin olive oil. Journal of Agricultural and Food Chemistry, 52, 3649–3654. DOI: 10.1021/jf049845a.