Ebbene sì, liquidità oggi, ma con quali prospettive per le imprese olearie?
La misura è gestita da Ismea e pensata per offrire soccorso alle aziende della filiera olivicola e olearia. Lo strumento previsto dal Governo prevede finanziamenti da 3.500 a 50.000 euro, a tasso zero, con una durata di cinque anni e due anni di preammortamento. Il capitale, dunque, comincia a essere restituito dal terzo anno. La misura è rivolta ai frantoi attivi e regolarmente registrati nel SIAN che presentino giacenze di olio extravergine di oliva. Le domande dovrebbero essere presentate online attraverso il portale ISMEA nel corso del mese di ottobre. (Ministero Agricoltura)
La prima reazione non può che essere quella di chi conosce la difficoltà di attraversare una campagna olearia: la liquidità, quando manca, è una questione concreta.
Un frantoio deve acquistare, trasformare, stoccare, conservare, movimentare. Deve sostenere energia, personale, manutenzione, materiali, logistica e tutti quei costi che non aspettano che il mercato abbia deciso il prezzo dell’olio.
Ma proprio per questo occorre andare oltre il titolo della misura.
Perché una domanda rimane aperta: stiamo sostenendo il frantoio, oppure stiamo semplicemente rendendo più facile indebitarsi per attraversare una difficoltà?
La differenza non è semantica. È economica.
Il tasso zero non cancella il debito
Un finanziamento a tasso zero è certamente diverso da un finanziamento oneroso.
L’abbattimento degli interessi rappresenta un vantaggio finanziario e i due anni di preammortamento possono offrire all’impresa un margine temporale importante.
Ma il capitale ricevuto deve comunque essere restituito.
Ed è qui che bisogna introdurre una distinzione fondamentale: liquidità e redditività non sono la stessa cosa.
La liquidità permette all’impresa di pagare oggi.
La redditività permette all’impresa di produrre valore sufficiente per continuare a esistere domani.
Se il problema di fondo è una compressione strutturale dei margini, un finanziamento può contribuire a superare una fase temporanea di tensione finanziaria. Ma non può, da solo, risolvere uno squilibrio economico.
È una distinzione elementare per chiunque abbia dimestichezza con la gestione d’impresa, ma nel settore agricolo troppo spesso viene dimenticata.
Il frantoio non è soltanto un trasformatore
C’è poi una questione ancora più profonda.
Il frantoio non dovrebbe essere considerato esclusivamente come l’anello industriale che trasforma le olive in olio.
Il frantoio è un’infrastruttura agricola.
È il luogo nel quale il lavoro di un intero anno diventa prodotto.
È il punto nel quale la qualità dell’oliva può essere valorizzata oppure perduta.
È parte integrante dell’economia del territorio.
Quando un frantoio entra in difficoltà, quindi, non è soltanto un’impresa che manifesta un problema di liquidità. È una parte della filiera che perde capacità operativa.
Ed è proprio per questo che la discussione sulla Cambiale Frantoi Oleari dovrebbe essere più ampia della semplice disponibilità dei 40 milioni.
La domanda dovrebbe diventare: quale modello economico vogliamo costruire per i frantoi italiani?
Il problema non nasce quando arriva la bolletta.
Un’impresa agricola non diventa fragile nel giorno in cui chiede liquidità.
La fragilità si costruisce prima.
Si costruisce quando il prezzo riconosciuto non remunera adeguatamente i fattori produttivi.
Quando il valore dell’olio viene separato dal valore del lavoro necessario per produrlo.
Quando l’agricoltore viene costretto a ragionare esclusivamente sul costo e non sul valore.
Quando il frantoio deve competere soltanto attraverso il prezzo.
Quando una materia prima straordinaria viene trattata come una commodity indistinta.
Ed è qui che la politica agricola dovrebbe interrogarsi.
Perché se il problema è strutturale, anche la risposta deve esserlo.
Servono strumenti finanziari, ma anche strumenti economici
Non c’è nulla di sbagliato nel mettere a disposizione delle imprese uno strumento finanziario agevolato.
Anzi, per alcune realtà potrebbe rappresentare una boccata d’ossigeno importante.
La stessa Cia, commentando la misura, ha sottolineato la necessità di trasformare l’intervento in una più ampia riforma della filiera, richiamando tra le priorità accordi di filiera, qualità riconoscibile e certificata e un’evoluzione del SIAN. (CIA)
Ed è proprio questo il punto.
Una politica per l’olivicoltura non può fermarsi alla liquidità.
Servono strumenti che incidano sulla capacità di creare valore.
Servono filiere organizzate.
Servono rapporti contrattuali più solidi.
Serve una maggiore capacità di programmare produzione e commercializzazione.
Serve valorizzare la qualità italiana senza trasformare la parola “qualità” in una semplice etichetta pubblicitaria.
E serve soprattutto una maggiore consapevolezza del valore economico dell’olivicoltura.
Perché 50.000 euro possono aiutare un’impresa, ma non cambiano una filiera
La soglia massima di 50.000 euro può essere significativa per una piccola impresa.
Può consentire di affrontare una campagna, sostenere costi di gestione, accompagnare una fase di produzione.
Ma una misura di questo tipo non può essere valutata soltanto sulla quantità di denaro immessa nel sistema.
Occorre chiedersi cosa accadrà dopo.
Quando arriverà il terzo anno.
Quando inizieranno le restituzioni.
Quando il capitale dovrà essere rimborsato mentre l’impresa continuerà ad affrontare gli stessi costi energetici, produttivi e commerciali.
È in quel momento che capiremo se la misura avrà semplicemente spostato nel tempo il problema finanziario oppure se avrà contribuito a creare le condizioni per una maggiore solidità dell’impresa.
Il vero tema è il valore
Forse dovremmo partire da qui. Dal valore.
Valore dell’oliva.
Valore dell’olio.
Valore del lavoro dell’agricoltore.
Valore del frantoio.
Valore del territorio.
Valore della competenza.
Valore della qualità.
Per troppo tempo abbiamo discusso di olivicoltura soprattutto attraverso le quantità: tonnellate, prezzi, costi, importazioni, esportazioni, produzioni.
Ma un’economia agricola non vive soltanto di quantità.
Vive della capacità di trasformare una risorsa in valore economico.
E il frantoio è uno dei luoghi nei quali questa trasformazione avviene.
La cambiale può essere un ponte. Non può diventare una strada
La cambiale non può diventare una strada, ma può essere solo un ponte. È questa, forse, la distinzione più importante.
Un finanziamento agevolato può essere un ponte.
Può consentire a un’impresa di attraversare un momento difficile.
Ma nessun ponte può diventare una strada permanente.
Se ogni stagione agricola richiede nuovo debito per sostenere la gestione ordinaria, allora non abbiamo risolto il problema della competitività: abbiamo soltanto finanziato la sua sopravvivenza.
E un settore strategico come quello oleario merita qualcosa di più della semplice sopravvivenza.
Merita una prospettiva.
Merita una politica industriale e agricola capace di riconoscere che dietro ogni bottiglia non c’è soltanto un prodotto.
C’è un’impresa.
C’è un agricoltore.
C’è un frantoio.
C’è un territorio.
C’è un anno di lavoro.
E c’è una cultura agricola che non può essere contabilizzata soltanto come costo.
La Cambiale Frantoi Oleari può quindi rappresentare uno strumento utile per affrontare una necessità immediata di liquidità.
La vera sfida comincia dopo
Sì, la vera sfida comincia dopo. E riguarda una domanda molto più grande: come facciamo a fare in modo che un frantoio italiano possa produrre valore sufficiente a non avere bisogno, ogni volta, di una cambiale per continuare a produrre?
È su questa domanda che dovrebbe aprirsi la prossima stagione dell’olivicoltura italiana.
In apertura, foto di Giorgio Sorcinelli