“Noi non raccogliamo fango, purtroppo raccogliamo silenzio…”
Caro Luigi,
la tua tesi ("Distopie olearie | Crisi reputazionale dell’olio. Chi getta fango, fango raccoglie") contiene una parte di verità, ma rischia di diventare molto più pericolosa del male che denuncia.
È certamente vero che raccontare l’olio soltanto attraverso frodi, scandali e sospetti finisce per distruggere la fiducia del consumatore. È altrettanto vero, però, che una reputazione non si salva mettendo il silenziatore sui problemi reali. E soprattutto non si può confondere la denuncia del malcostume con la causa del malcostume.
Qui sta, secondo me, il punto.
Il problema dell’olio italiano non nasce perché qualcuno parla troppo delle sue storture. Nasce anche perché per troppo tempo molte storture sono state tollerate, minimizzate, schermate o trattate con straordinaria indulgenza quando riguardavano soggetti economicamente e istituzionalmente forti.
Ed è curioso che, nel momento in cui si parla di responsabilità, il bersaglio finisca ancora una volta per essere chi denuncia, mentre resta sullo sfondo la struttura economica che ha contribuito alla progressiva commoditizzazione dell’extra vergine.
Se vogliamo parlare seriamente di perdita di valore, parliamo allora anche del peso enorme dei grandi operatori, delle centrali cooperative, dei rapporti sempre più stretti fra produzione industriale e grande distribuzione, delle politiche promozionali fondate sul prezzo, della continua pressione verso il basso esercitata sul valore della bottiglia.
Non serve sostenere che dietro ogni bottiglia economica ci sia una frode. Sarebbe sciocco.
Ma è altrettanto sciocco fingere che un sistema nel quale l’extra vergine viene utilizzato per anni come prodotto civetta, venduto e comunicato quasi esclusivamente attraverso il prezzo, non abbia avuto alcuna responsabilità nella sua trasformazione in commodity.
Chi ha educato il consumatore a pensare che un litro di extra vergine debba costare pochissimo?
I piccoli produttori?
Gli olivicoltori che raccolgono a mano?
I frantoi che lavorano poche centinaia di tonnellate?
Oppure un sistema distributivo e industriale che dispone di volumi, potere contrattuale e capacità promozionale infinitamente superiori?
Questa domanda nell’articolo praticamente scompare.
E scompare anche un altro tema assai più scomodo: l’asimmetria del sistema istituzionale.
In Italia esiste da decenni una fitta sovrapposizione fra organizzazioni agricole, grandi cooperative, strutture di rappresentanza, organismi pubblici e grande distribuzione. Non significa automaticamente illegalità. Significa però concentrazione di interessi, capacità di influenza e una evidente disparità di forza rispetto a chi produce e trasforma fuori da quelle strutture.
Ed è precisamente qui che servirebbe la massima trasparenza, non il contrario.
Perché quando chi dovrebbe rappresentare il produttore partecipa anche a strutture commerciali enormi, quando gli stessi grandi soggetti siedono ai tavoli nei quali vengono definite politiche di settore, finanziamenti e regole, il problema del conflitto di interessi almeno potenziale non può essere liquidato come paranoia.
Poi naturalmente esistono anche i mitomani delle frodi, quelli che vedono sofisticazioni ovunque e quelli che utilizzano la paura per conquistare una prima pagina o qualche consenso. Su questo possiamo essere perfettamente d’accordo.
Ma tra l’allarmismo e l’omertà esiste una terza strada, che si chiama verità.
E la verità richiede di guardare anche ai numeri e alle dimensioni.
Una piccola azienda che imbottiglia qualche migliaio di litri può certamente comportarsi male. Ma, in termini di effetti sul mercato, cento piccoli disonesti non hanno necessariamente lo stesso impatto di una distorsione sistemica che coinvolge centinaia di migliaia o milioni di litri.
Il volume conta.
Il potere di mercato conta.
Il potere istituzionale conta.
La capacità di determinare il prezzo di riferimento percepito dal consumatore conta enormemente.
Per questo trovo troppo comodo sostenere che oggi il problema fondamentale siano quelli che “gettano fango”.
Noi, per esempio, le anomalie che vediamo le denunciamo da tempo. Le abbiamo portate all’attenzione delle autorità italiane e delle istituzioni europee. Abbiamo fatto esposti, scritto lettere aperte, segnalato fatti e chiesto verifiche. E la risposta, troppo spesso, è stata il silenzio. Nessuna reazione sostanziale, nessuna volontà apparente di affrontare davvero ciò che viene segnalato, nessuna tutela efficace di chi cerca semplicemente di lavorare rispettando le regole.
Quindi francamente la morale secondo cui “chi getta fango, fango raccoglie” la lascerei da parte.
Noi non raccogliamo affatto fango.
Noi produciamo e diffondiamo olio meraviglioso, e abbiamo clienti disposti a pagarlo molto bene proprio perché ne riconoscono il valore, la qualità e la trasparenza del lavoro che c’è dietro.
Il problema, dunque, non è che denunciare il malcostume distrugga necessariamente il valore dell’olio. Il problema è che per troppo tempo una parte del settore ha preferito proteggere, giustificare o schermare soggetti e meccanismi che quel valore lo hanno realmente distrutto.
Basta allora con questa comunicazione cialtrona, semplicistica e autoassolutoria, che trasforma chi denuncia in colpevole e lascia indisturbato chi dovrebbe invece essere chiamato a rispondere delle proprie responsabilità, e in certi casi semplicemente escluso da questo mestiere.
La reputazione dell’olio italiano non si difende tacendo.
Si difende facendo pulizia.
E soprattutto smettendo di proteggere chi quella reputazione l’ha compromessa. Magari chiudendo un po’ di oleifici e di cooperative e smaltendo un po' di conflitti di interessi….
Fabrizio Ladi
Olea Prilis - Società Agricola Swiss Olives
Grosseto
Grazie per questa preziosa testimonianza. Il silenzio mai, per carità. Tuttavia c’è da osservare che a gettare fango siano proprio coloro che oggettivamente risultano essere i principali responsabili del declino del comparto oleario italiano. Che inizia da lontano, sì, ma che trova soprattutto negli aiuti (mal gestiti) alla produzione e al consumo, il vero snodo che ha portato alla degenerazione attuale.
Quanto alle responsabilità di tale declino, tutti, in varia misura, hanno colpe, anche gravi, di cui nemmeno si vergognano. Tanti gli illeciti.
Esistono sempre le eccezioni, beninteso, ma queste sono rappresentate da una minoranza che ha sempre pagato per colpe altrui, senza mai beneficiare delle fin troppo generose elargizioni del sistema pubblico.
Peccato che siano introvabili alcune pubblicazioni del compianto professor Giovanni Anania, un economista già ordinario dell’Università della Calabria e già presidente della European Association of Agricultural Economists, scomparso prematuramente nel 2015, dove argomentava intorno alle molte anomalie del sistema olivicolo e oleario in Italia.
Lo stesso vale per un altro professore, il sociologo Giordano Sivini - anch'egli docente all'Università della Calabria, dove ha insegnato sociologia politica - che per Rubbettino pubblicò nel 2001 il libro Politiche e interessi nella crisi dell’olivicoltura italiana, una denuncia, la sua, che rimase purtroppo inascoltata, proprio là dove si chiarivano eloquentemente tutti i complessi ingranaggi del settore, senza mai nascondere la realtà e la verità dei fatti, ma che con grande classe ed equilibrio, e mai gettando fango, è riuscito a far luce sulle gravissime responsabilità di un settore oggi compromesso nelle sue basi e non a caso in ginocchio. Altrettanto utile, per stare su questa linea della verità dei fatti, l'analisi contenuta nel libro, pubblicato sempre per Rubbettino nel 2001, L'olivicoltura spagnola e italiana in Europa, a cura dello stesso Giordano Sivini e Ada Cavazzani. La storia ci insegna sempre qualcosa, ma occorre andare oltre ciò che appare in superficie.
L’omertà è tutta un’altra cosa, il buon senso per contro sta nell'agire con stile, senza creare panico, senza parlare alla pancia della gente, senza gettare un inutile discredito, senza infangare prodotto e produttori per fini tutt’altro che nobili.
Grazie ancora per questo spunto che mi ha permesso di far luce sullo stato della realtà oggi, specchio di ciò che siamno stati nel recente passato.
Nessun silenziatore, ma in compenso tanta saggezza e buon senso, anche perchè l'atto del gettare fango non è proprio da persone civili.
Luigi Caricato
In apertura, particolare di una illustrazione su una parete di un punto ristoro Autogrill sulla A15, Autostrada della Cisa (25 giugno 2019). Foto di Olio Officina