Ancora una volta il mondo è insanguinato dai conflitti e gli scenari di guerra si moltiplicano, in Medio Oriente, Ucraina, Africa, portando come inevitabili corollari fame, epidemie, paralisi del commercio e delle comunicazioni, incertezze sui mercati, speculazioni a volte veramente indegne.

Per sovrammercato, cambiano i gusti dei consumatori, al pari delle mode, il mito del salutismo porta alla demonizzazione di alcuni comportamenti e di certi alimenti, tra cui il vino, il cui uso moderato fa invece parte di un vero stile di vita, recentemente dichiarato “patrimonio dell’Unesco”, con l’inserimento della Cucina Italiana tra i “beni immateriali dell’Umanità”.

Considerando le grandi difficoltà insite nel mestiere stesso di agricoltore: la lotta continua per l’addomesticamento di una Natura che alla fine vince sempre…

Valutati i costi esorbitanti di esercizio; la carenza strutturale di manodopera e l’atteggiamento schizofrenico di chi vorrebbe un’Italia “solo di Italiani” (quindi un’Italia di vecchi), ma ricorre abitualmente alla manodopera “straniera”, senza la quale saremmo già morti…

Constatato che la maggiore potenza mondiale, al momento è regredita di circa due secoli, imbarbarendosi con un Presidente che, a dispetto della laurea in Economia, ignora l’insegnamento del grande Ricardo e punta su una politica economica basata sui Dazi, che impoveriscono tutti…

Preso atto del fatto che la “rissosa diversificazione” del mondo rende di fatto impossibile la partecipazione a una fiera di ampie fette del suddetto Mondo, in quanto in guerra tra loro. E quindi no a Russi e satelliti, no a Israele e, a volte, no pure agli USA… Se non ufficialmente, de facto.

Valutata la enorme concorrenza tra eventi fieristici internazionali e la loro ravvicinata presenza, nonché i costi esorbitanti, il saggio dovrebbe starsene a casetta sua, organizzando, semmai, eventi mirati, invitando gli ultimi Moikani che fanno ancora gli importatori in Paesi stranieri, realizzando economie di scala sul marketing e le fiere…

Ma poi c’è Verona. Ci sono la tradizione e il fascino del Vinitaly, che ormai ha più anni dei datteri e resta un appuntamento imperdibile. C’è la speranza, iscritta nel DNA dell’agricoltore, che agisce, per definizione, come fosse immortale. E deve altresì mostrare al Volgo e all’inclito la propria esistenza in vita.

Ci saremo ancora, quindi, dal 12 al 15 Aprile 2026, al cosiddetto “Principale salone del vino e dei distillati”. A compiere un ultimo (?) atto di fede e di ottimismo. Che la Santa Pasqua di Resurrezione ci aiuti tutti, noi irriducibili…

In apertura, particolare di un progetto di Alessia Cipolla, Studio Archipass