In occasione di Olio Officina Festival 2026, ad aprire la riflessione sulla questione alti costi di produzione è stato Luigi Caricato, il quale ha evidenziato come l’indagine promossa da Olio Officina sia nata con l’obiettivo di raccogliere dati concreti direttamente dagli operatori del settore. Tuttavia, il numero limitato di risposte ricevute ha evidenziato un problema ancora più profondo: molte aziende non sono in grado di fornire informazioni precise sui propri costi di produzione. Secondo Caricato, questo dato è emblematico di una fragilità strutturale, in cui spesso l’attività olivicola è sostenuta più dalla passione che da una reale consapevolezza economica. In particolare, nel caso delle aziende familiari si nota come il lavoro dei componenti del nucleo familiare non venga neppure contabilizzato nella voce dei costi, rendendo così difficile qualsiasi ogni valutazione sulla reale redditività dell’impresa.
A Olio Officina Festival 2026 Luigi Caricato ha voluto sul palco il professor Salvatore Camposeo, dell’Università degli Studi di Bari, al quale aveva affidato il compito di analizzare i dati raccolti da Olio Officina, inserendoli in un contesto più ampio.
Le dieci aziende considerate, tra quelle selezionate, si trovano distribuite su gran parte del territorio nazionale, mostrano così una forte eterogeneità sia per dimensioni che per modelli produttivi. Si passa pertanto da realtà molto piccole a grandi aziende con migliaia di ettari, con una complessiva prevalenza, ancora marcata, di impianti tradizionali, caratterizzati da bassa densità e scarsa meccanizzazione.
Camposeo ha evidenziato come i costi di produzione rappresentino uno dei principali ostacoli alla sopravvivenza del settore. Con una media di circa 4.000 euro per ettaro, e punte che arrivano fino a 6.000, l’olivicoltura italiana si trova in difficoltà rispetto ad altri Paesi concorrenti. Il peso della manodopera, sempre più costosa e difficile da reperire, incide in maniera significativa, rendendo la meccanizzazione non solo una scelta strategica, ma una necessità.
A ciò si aggiunge un problema strutturale legato alla produttività. L’Italia, che un tempo rappresentava uno dei principali produttori mondiali di olio, oggi è scivolata ai margini del mercato globale, con una quota intorno al 10-12%. Nel frattempo, Paesi come la Spagna hanno saputo investire in innovazione e organizzazione, raggiungendo livelli produttivi nettamente superiori. Il confronto appare ancora più significativo se si considera che l’Italia, pur producendo meno, continua a essere uno dei principali esportatori mondiali, grazie anche all’importazione di olio dall’estero.
Uno degli aspetti più critici messi in luce riguarda l’invecchiamento del sistema. Non solo gli oliveti hanno spesso più di cinquant’anni, ma anche gli imprenditori agricoli sono mediamente anziani, con una presenza molto ridotta di giovani. Questo doppio invecchiamento limita fortemente la capacità di innovazione e adattamento del settore.
Sul piano agronomico, il professor Camposeo ha avuto modo di sottolineare come l’olivo stia progressivamente spostandosi verso nord, anche a causa dei cambiamenti climatici. Parallelamente, nelle aree tradizionali emergono nuove difficoltà legate a stress ambientali e fitosanitari, così come dimostra il caso Xylella. In tale contesto, la ricerca e il miglioramento genetico assumono via via un ruolo sempre più fondamentale, anche se spesso si incontrano sacche di resistenza contrastanti, ponendo un serio problema di ordine culturale.
Ed è proprio il fattore culturale a emergere come uno degli ostacoli principali allo sviluppo dell’olivicoltura italiana. Secondo Camposeo, l’olivo è ancora percepito come un albero “sacro”, intoccabile, legato a una tradizione che non deve essere modificata. Questa visione, se da un lato valorizza il patrimonio storico e paesaggistico, dall’altro impedisce l’adozione di innovazioni necessarie per garantire la sostenibilità economica.
A rafforzare questa lettura a Olio Officina Festival 2026 è intervenuto nuovamente Caricato, il quale ha evidenziato come in molti casi vi sia una vera e propria resistenza al cambiamento, anche quando vengono proposte soluzioni innovative. Episodi di forte ostilità verso nuove idee dimostrano quanto sia difficile introdurre modelli alternativi di coltivazione o sperimentazione.
Nel dibattito finale tra Caricato e Camposeo, alcune domande del pubblico hanno portato alla luce ulteriori contraddizioni del settore. In particolare, è stato chiesto come sia possibile trovare sugli scaffali dei supermercati grandi quantità di olio extra vergine di oliva italiano, nonostante la produzione nazionale non sia sufficiente a coprire il fabbisogno interno. La risposta ha chiarito come l’olio italiano sia effettivamente presente, ma in quantità limitate e a prezzi più elevati, mentre il resto della domanda viene soddisfatto attraverso importazioni.
Un altro tema rilevante ha riguardato la percezione da parte del consumatore. Ancora oggi molti non sono in grado di individuare e distinguere un olio di qualità, confondendo spesso caratteristiche positive, come l’amaro e il piccante, come fossero elementi negativi e perciò poco graditi. Questo limite culturale si riflette sull’intera filiera, ostacolando la valorizzazione dei prodotti migliori.
In conclusione, dall’incontro che si è avuto nell’ultima edizione di Olio Officina Festival emerge un quadro in cui le difficoltà dell’olivicoltura italiana non sono solo tecniche o economiche, ma profondamente legate a fattori culturali e organizzativi. La mancanza di una visione condivisa, unita alla scarsa propensione all’innovazione, rischia di compromettere il futuro di un settore che rappresenta non solo una componente fondamentale dell’economia agricola, ma anche un elemento identitario del paesaggio e della cultura italiana.
In apertura, foto di Olio Officina