Che la viticoltura a Ischia abbia origini millenarie è stato confermato, nel 1989, da una scoperta avvenuta a Punta Chiarito, nella frazione di Panza del comune di Forio, tuttora la zona più coltivata: uno smottamento ha messo in luce dei muri a secco, e gli scavi successivi hanno identificato una fattoria greca, appartenuta ad agricoltori benestanti, ricca di vasellame di eccellente fattura. Del resto, nell’antichità l’isola era chiamata proprio Pithecusa, “l’isola dei vasai”. Un altro celebre reperto proviene dalla necropoli di San Montano a Lacco Ameno, dove nel 1955 l’archeologo Giorgio Buchner rinvenne la celebre coppa di Nestore, risalente alla seconda metà dell’VIII secolo a.C. Reca incisa un’iscrizione, considerata il più antico esempio a noi pervenuto di poesia scritta in lingua greca. Si tratta di un invito a bere, testimoniando ancora una volta la presenza del vino in questi luoghi.
Sarebbe tuttavia errato attribuire ai primi colonizzatori, provenienti dall’Eubea, l’introduzione della coltivazione della vite. Infatti, quando arrivarono a Ischia, le viti erano già presenti sull’isola, tanto che fu soprannominata Oinaria, “luogo delle viti (o del vino)”, da cui sarebbe poi derivato il nome romano Aenaria o Insula Oenaria. Il ruolo dei Greci fu piuttosto quello di migliorare il sistema di coltivazione, introducendo l’allevamento ad alberello, oggi ancora presente in qualche vigneto, e alcune tecniche molto differenti da quelle etrusche in uso nelle aree continentali della Campania.
La viticoltura è stata alla base dell’economia per lunghi periodi storici, e ha condizionato la vita e le consuetudini degli abitanti, più contadini che pescatori. Dalla costa i vigneti arrivavano a lambire gli irti pendii del monte Epomeo, ultimo rilievo emerso di un antico vulcano, che svetta con i suoi 789 metri di altezza.
L’abbondanza di tufo verde nel suolo, soprattutto nel versante occidentale, ha avuto significative implicazioni in agricoltura, sia per l’ottima capacità drenante, sia per le pietre da impiegare nella costruzione delle “parracine”, poderosi muri a secco che sagomano le terrazze vitate.
Il commercio raggiunse il suo apice intorno al 1930, con migliaia di ettolitri trasportati altrove, complice il fatto che la terribile fillossera arrivò a Ischia soltanto nel 1935. A questo enorme beneficio economico, tuttavia, non corrispose un proporzionale ritorno di immagine per il territorio, poiché il vino spesso prendeva il nome dell’ultimo porto di attracco del bastimento.
Grazie a questo lungo curriculum, Ischia fu presa in considerazione nella prima normativa sulle Denominazioni di Origine. Il 3 marzo 1966, uno dei primi quattro decreti del Presidente della Repubblica, che istituivano altrettante Doc, fu riservato proprio ai vini di Ischia, insieme alla Vernaccia di San Gimignano, all’Est! Est!! Est!!! di Montefiascone e al Frascati. In fase di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, il bianco toscano scavalcò gli altri tre per una manciata di giorni e a Ischia rimase la consolazione di essere la prima Doc italiana a contemplare anche vini rossi.
Tra le varietà coltivate, la Biancolella vanta la presenza storicamente più consolidata, anche se è difficile crederla diretta erede di una delle uve portate dai Greci. Deve il nome al colore tenue degli acini e alla buccia sottile, coperta da un abbondante velo di pruina biancastra e farinosa.
La Forastera fu introdotta a Ischia nella seconda metà del XIX secolo e trovò facile consenso per la sua elevata produttività. È oggi considerata autoctona, sebbene l’etimologia (forestiera) lasci trasparire la provenienza da altri lidi.
Tra i vitigni a bacca nera, il più rinomato è il Per’ ’e Palummo (piede di colombo) o Piedirosso: il nome deriva dal colore del rachide al momento della maturazione, che ricorda quello delle zampette del volatile. È probabilmente l’erede dell’uva colombina, menzionata da Plinio il Vecchio nella Naturalis historia.
Dal punto di vista produttivo si è passati dai 2700 ettari del periodo tra le due Guerre mondiali – ossia, più della metà della superficie dell’isola era vitata – ai circa 300 ettari attuali. Dagli anni Sessanta, con il rapido sviluppo turistico, il radicale cambiamento dell’economia ha drasticamente ridimensionato, ma non cancellato, il glorioso passato.
Casa D’Ambra rappresenta la realtà che ha contribuito in maniera più significativa alla conservazione e alla qualificazione della tradizione enologica isolana. Le origini dell’azienda risalgono al 1888, quando Francesco D’Ambra, detto Don Ciccio, proveniente da una famiglia di viticoltori, iniziò a dedicarsi al commercio del vino. L’attività crebbe con rapidità e i vini di Ischia, destinati soprattutto al mercato napoletano, arrivarono progressivamente in altre regioni italiane e sui mercati esteri. Nel 1952 i figli Mario, Michele e Salvatore acquisirono vigneti nelle zone più vocate e crearono una moderna cantina di vinificazione a Panza.
Dopo la morte di Mario D’Ambra, la gestione è passata ai nipoti Riccardo, Andrea e Corrado, finché nel Duemila la proprietà è stata rilevata da Andrea D’Ambra, enologo e figura centrale del nuovo corso aziendale. Con il recente ingresso di Marina e Sara, le figlie di Andrea, si è giunti alla quarta generazione.
Dalla cantina escono circa mezzo milione di bottiglie, raccogliendo le uve provenienti da 30 ettari di vigna, tra proprietà e conferimenti da parte di viticoltori di fiducia. Sono una dozzina le etichette, ottenute in prevalenza dalle varietà tradizionali, vinificate in purezza o in uvaggio.

Sotto la lente mettiamo l’Ischia Biancolella Frassitelli, proveniente dalla tenuta omonima, un luogo di struggente bellezza situato nel comune di Serrara Fontana a 600 metri di altezza. Nel vigneto, adagiato su terreni vulcanici dal caratteristico colore dovuto alla presenza del tufo verde, è installato un trenino a cremagliera per facilitare le lavorazioni e superare le forti pendenze delle “parracine”. Si vendemmia a mano nella prima decade di ottobre, poi si vinifica solo in acciaio, con decantazione a freddo del mosto e controllo della temperatura in fase di fermentazione. In seguito, il vino riposa per 8 mesi sui propri lieviti con periodici bâtonnage.
Giallo paglierino con intriganti striature verdoline. Naso raffinato, con sentori di ginestra, finocchietto selvatico e scorza di limone in primo piano: è il compendio aromatico delle fragranze dell’isola. Seguono cenni di uva spina, erba cedrina e macchia mediterranea. Il sorso, incisivo e rinfrescante, mostra morbidezza e sapidità in perfetto equilibrio. Una nota di mandorla, timbro distintivo dei terreni vulcanici, contrassegna il lungo finale.
Servito alla temperatura di 12 °C, accompagna alla perfezione i piatti più tipici – che, è bene ricordarlo, sono di terra e non di mare –, come il coniglio selvatico all’ischitana, bagnato con il vino bianco secondo tradizione, oppure il pollo ruspante cotto nelle sabbie caldissime delle fumarole vulcaniche.
Ischia Biancolella Doc Tenuta Frassitelli 2025 - Casa D’Ambra
Biancolella 100% - 13% vol.
In apertura, foto di Ilaria Santomanco