Nella parte più meridionale della Vallagarina, considerata la porta del Trentino, dove la valle dell’Adige si apre tra i rilievi dei Lessini e il Monte Baldo, c’è un luogo in cui la memoria agricola del territorio si è conservata attraverso i secoli. Il piccolo borgo di San Leonardo era già conosciuto prima dell’anno Mille e attorno all’antico monastero dei Frati Crociferi la coltivazione della vite aveva un ruolo significativo.

L’eredità del passato è stata raccolta dalla Tenuta San Leonardo, la cui storia è legata alla famiglia de Gresti e alla svolta dinastica creatasi nel 1894, quando la marchesa Gemma de Gresti – passata alla storia per le sue generose opere filantropiche e per aver salvato migliaia di soldati prigionieri in Russia durante la Prima guerra mondiale – sposò il marchese Tullo Guerrieri Gonzaga. Il figlio Anselmo, e in seguito il nipote Carlo, impressero alla tenuta quella trasformazione che l’avrebbe portata a diventare una delle realtà più importanti dell’enologia italiana. Carlo, appassionato dei grandi vini di Bordeaux, studiò Enologia a Losanna e approfondì la propria formazione in Francia e in Toscana: qui, fondamentale fu il rapporto con Mario Incisa della Rocchetta, proprietario della Tenuta San Guido. Da quelle esperienze scaturì l’idea di confrontarsi con un modello produttivo ancora poco diffuso in Trentino. Il progetto prese forma concreta con la messa a dimora del Cabernet Sauvignon nel 1978 e con la prima annata del San Leonardo nel 1982. Carlo Guerrieri Gonzaga adottò una tecnica innovativa per l’epoca, vinificando separatamente le uve dei singoli vigneti; solo successivamente i vini venivano assemblati. Il risultato fu un rosso di impostazione bordolese, ma profondamente caratterizzato dall’ambiente trentino. Il San Leonardo è infatti costituito dall’assemblaggio di Cabernet Sauvignon, Carmenère e Merlot.

Una peculiarità dell’azienda è rappresentata proprio dal Carmenère, presente nella tenuta già dalla metà dell’Ottocento e considerato uno degli elementi caratterizzanti del vino, sagacemente definito “sale di San Leonardo”. Si tratta di un antico vitigno a bacca nera, in passato parecchio diffuso nel Médoc, il cui nome è legato al caratteristico colore carminio dell’apparato fogliare, molto evidente al termine del ciclo vegetativo.

Se la sua presenza in Francia si è ridimensionata in modo drastico, fin quasi ad annullarsi, il Paese che oggi ospita la maggior superficie coltivata nel mondo è il Cile, dove si stima che sia arrivato tra il 1840 e il 1890 con le massicce importazioni di vitigni bordolesi. In quel periodo i grandi proprietari terrieri, che avevano accumulato ingenti ricchezze con il commercio del salnitro e del carbone, vollero espandere le proprie attività verso prodotti di maggior prestigio sociale, come il vino. Alle richiestissime forniture di barbatelle di Cabernet Sauvignon, Merlot e Sauvignon Blanc si mescolarono inspiegabilmente migliaia di piante di Carmenère, la cui produzione in Francia era stata pressoché interrotta a causa di una serie di patologie che affliggevano la varietà. Nel Paese sudamericano, dove ha trovato le condizioni pedoclimatiche più adatte, la sua vera identità fu scoperta per caso solo nel 1994 dall’ampelografo francese Jean-Michel Boursiquot, che riconobbe come Carmenère parecchie viti erroneamente considerate come una variante di Merlot.

Anche in Italia è giunto nella seconda metà dell’Ottocento, ma da noi fu classificato dapprima come Cabernet Franc e in seguito con il pilatesco nome di Cabernet Franc Italico, per via delle significative differenze con la varietà francese. Attraverso la ricerca scientifica, avviata negli anni Settanta, l’equivoco fu progressivamente chiarito grazie agli studi di insigni ricercatori del calibro di Calò, Liuni, Di Stefano, Costacurta, Fregoni e Scienza, ma l’iter per il suo riconoscimento ufficiale terminò soltanto nel 1996, con l’iscrizione nel Registro Nazionale delle Varietà di vite.

A San Leonardo le vecchie vigne di Carmenère hanno conservato un patrimonio genetico e una continuità storica di particolare interesse, nella quale si inserisce la felice intuizione del marchese Anselmo Guerrieri Gonzaga, che attualmente guida la tenuta insieme al padre, il marchese Carlo Guerrieri Gonzaga. Nel 2007, con la complicità del fido collaboratore Luigino Tirelli, realizzò e occultò opportunamente in cantina 1724 magnum di Carmenère in purezza, un numero che evocava la data di nascita dell’azienda. Dopo qualche anno, il vino superò la prova dell’assaggio alla cieca da parte del padre, fino a quel momento tenuto all’oscuro del progetto, e fu inserito a pieno titolo nella gamma dei vini, da vero fuoriclasse.

Attualmente dalla cantina escono in media 350mila bottiglie, in una proposta articolata fra due Trento Doc, un Sauvignon e un Riesling in purezza, un rosato da uve Lagrein e ben tre tagli bordolesi di differente evoluzione e composizione: dal più giovane e fragrante Terre di San Leonardo fino al sontuoso San Leonardo propriamente detto, passando per l’affascinante Villa Gresti.

Sotto la lente mettiamo il Carmenère, proveniente dagli impianti allevati a pergola all’interno delle antiche mura del monastero, adagiati su terreni prevalentemente sabbiosi, intorno ai 200 metri di altezza. Dopo un’accurata selezione delle uve, raccolte a perfetta maturazione fenolica, si passa alla pigiatura, seguita dalla fermentazione spontanea del mosto, con macerazione di un paio di settimane in cemento e diversi rimontaggi giornalieri. Dopo la svinatura e la fermentazione malolattica, il vino resta a decantare per alcuni mesi negli stessi recipienti. Seguono 24 mesi di sosta in legni di rovere francese (barrique per il 70% e tonneau per la parte restante) a media tostatura, di vari passaggi. Una volta assemblato, si procede con l’imbottigliamento e l’affinamento in bottiglia per almeno due anni. 

Rubino intenso, di spiccata densità, venato da riflessi carminio. L’ampio ventaglio olfattivo sciorina in sequenza sentori di rosa canina, confettura di fragola, amarena candita, pepe nero, cannella e un refolo di resine balsamiche in chiusura. L’assaggio, di signorile eleganza, palesa una vellutata morbidezza, corredata da una distinta sapidità e da un tannino ben presente, ancorché levigatissimo, che assicurano una lunga progressione gustativa e un radioso futuro.

Servito intorno ai 16 °C, accompagna salumi e formaggi stagionati, carni rosse alla griglia e in umido. Sublime con i medaglioni di cervo in salsa di mirtilli.

Vigneti delle Dolomiti Igt Carmenère 2021 - Tenuta San Leonardo

Carmenère 100% - 13% vol.