Sulle colline che separano le valli dell’Agri e del Sinni, a oltre 600 metri di altezza Roccanova occupa una posizione privilegiata nell’affascinante contesto della Basilicata meridionale, in un areale di transizione tra i rilievi interni e le zone pianeggianti prossime allo Ionio. I versanti collinari racchiusi tra i due letti fluviali sono segnati dal suggestivo fenomeno di erosione dei calanchi, con solchi profondi scavati dall’acqua nel terreno argilloso.
Le ricerche archeologiche hanno messo in luce una fiorente attività di relazioni, tra il VII e il IV secolo a.C., quando gli abitanti dell’interno crearono un rapporto sempre più stretto con il mondo greco delle colonie costiere. Fra i ritrovamenti più significativi figurano opere del cosiddetto “Pittore di Roccanova”, uno degli artisti legati alla produzione ceramica della Lucania ellenizzata del IV secolo a.C. La qualità e la ricchezza di questi reperti testimoniano una società tutt’altro che marginale rispetto alle grandi correnti culturali ed economiche dell’epoca.
Di età romana sono i resti di una villa, databile tra la fine della Repubblica e i primi decenni dell’Impero. Fu un periodo di profondi mutamenti nelle dinamiche territoriali: i centri sulle alture persero progressivamente la loro funzione difensiva, e di pari passo crebbero insediamenti rurali e fattorie in pianura e nelle vallate attraversate dalle vie di collegamento.
Al 1276 risalgono le prime attestazioni dell’universitas Roccae Novae, ossia la cittadina di Roccanova.
Tra la seconda metà del Settecento e i primi decenni dell’Ottocento emerge con chiarezza un altro elemento destinato a definire l’identità socio-economica di Roccanova, la viticoltura. Le fonti catastali mostrano una capillare coltivazione della vite: nel 1753 risultavano 363 capifamiglia conduttori di vigneti su 387, ed erano presenti più di cinquanta grotte destinate alla produzione e alla conservazione del vino. Pochi decenni dopo, nel catasto rurale del 1816 le grotte per il vino censite erano diventate 212; oggi sono addirittura 350, di cui pochissime ancora destinate agli usi del passato. Il fenomeno interessava anche i centri limitrofi di Castronuovo di Sant’Andrea e Sant’Arcangelo, oggi compresi nella zona tipica del vino Doc Grottino di Roccanova.
Sono dati interessanti, che mostrano come la produzione vitivinicola non fosse un’attività complementare, bensì una componente strutturale dell’economia locale. Le grotte scavate nelle formazioni di arenaria erano vere e proprie cantine ipogee, con temperatura e umidità costanti. Il rapporto fra Roccanova e le sue grotte, molto più antico della moderna valorizzazione enologica, rivela lo sviluppo di una cultura nella quale geologia, agricoltura e architettura rurale si sono adattate reciprocamente. La collina non è stata semplicemente coltivata, ma è stata scavata, trasformata e utilizzata come parte integrante del sistema produttivo.
Nel corso del Novecento i cambiamenti provocati dall’emigrazione e dallo spopolamento delle campagne hanno dato il via alla progressiva trasformazione dell’economia locale. Tuttavia, la viticoltura ha rappresentato uno degli elementi di maggiore continuità. La presenza delle grotte-cantine e la produzione di vino hanno conservato una relazione concreta con il territorio, naturalmente con numeri assai ridimensionati. Nel 2009 il Grottino di Roccanova ha ottenuto il riconoscimento della Doc, sostituendo la precedente Igt risalente al 2000.
Il disciplinare prevede quattro tipologie: bianco, rosato, rosso e rosso riserva. Probabilmente l’impronta della tradizione si coglie maggiormente nel vino bianco, che contempla la presenza dell’autoctona Malvasia Bianca di Basilicata per almeno l’80%, mentre il rosato e il rosso prevedono una base preponderante di Sangiovese (dal 60 all’85%), a cui possono contribuire Cabernet Sauvignon, Montepulciano e Malvasia Nera di Basilicata, quest’ultima relegata come gli altri due a vitigno complementare.
Ci siamo già soffermati in questi articoli sulla storia della Malvasia, il cui nome evoca numerose tipologie assai diverse tra di loro, ma è curioso notare come in una regione minuscola come la Basilicata ne esistano ben due varianti cromaticamente e geneticamente distinte, la Malvasia Bianca e quella Nera.
Allo stato attuale, la Doc è rivendicata da non più di cinque o sei cantine, ma il numero è destinato a salire, grazie al rinnovato interesse verso il settore vitivinicolo.
A credere fin dall’inizio nelle potenzialità del comprensorio è stata l’azienda Graziano, un’attività a carattere familiare fondata nel 1988 dai fratelli Salvatore e Rocco Graziano, attualmente guidata dalla giovane Rosi, figlia di Salvatore.
La superficie vitata occupa circa 10 ettari, per lo più nelle adiacenze della moderna cantina, per una produzione di circa 40mila bottiglie all’anno, suddivise in una decina di etichette.

Sotto la lente mettiamo il Grottino di Roccanova Bianco, prodotto con Malvasia Bianca in purezza, coltivata nella contrada Norce, toponimo menzionato anche nel disciplinare. Proviene da vigneti collinari a 500 metri di altezza, allevati a guyot su terreni prevalentemente sabbiosi. Dopo la vendemmia manuale in piccole cassette, alla metà di settembre, le uve sono diraspate e lasciate brevemente in macerazione sulle bucce, dopodiché si procede con una spremitura soffice. Il mosto fiore è illimpidito staticamente a freddo e fatto fermentare in acciaio a temperatura controllata. Il vino riposa per sei mesi, sempre in acciaio, e affina per un paio di mesi in bottiglia prima di affrontare il circuito commerciale.
Paglierino lucente con venature dorate. Piacevole esordio al naso con glicine e biancospino, seguito da sentori di mela golden, susina gialla, ananas e mandorla fresca, con una nuance di selce in chiusura. Il sorso si dipana tra una misurata dotazione calorica, una vivida freschezza e una stuzzicante sapidità, per offrire una beva disinvolta e sbarazzina.
Alla temperatura di circa 12 °C esalta le doti di sapidità e freschezza, per accompagnare i salumi tipici lucani, paste fresche condite con sughi delicati, latticini e formaggi poco stagionati, ma l’abbinamento prediletto è il baccala con i peperoni cruschi.
Grottino di Roccanova Doc Terre di Norce 2025 - Azienda Agricola Graziano
Malvasia Bianca di Basilicata 100% - 12,5% vol.
In apertura, foto di Ilaria Santomanco