Nell’Alto Lazio, in provincia di Viterbo, tra i Monti della Tolfa, il corso del fiume Marta e il Mar Tirreno si trova uno degli ambiti storico-culturali più significativi dell’Italia centrale: l’areale di Tarquinia.
Tarchna – questo il nome dell’antica città etrusca – raggiunse un ruolo di primo piano tra il VII e il V secolo a.C. La sua posizione, vicina al mare ma ben protetta nell’entroterra, favorì i rapporti commerciali con l’esterno, grazie anche alla prossimità con il porto di Gravisca, avamposto di proiezione dell’Etruria verso il Mediterraneo. La viticoltura era già praticata dagli Etruschi e il vino rientrava negli scambi e nelle consuetudini delle élite locali, come testimoniano le numerose raffigurazioni e i reperti rinvenuti nella necropoli dei Monterozzi di Tarquinia, riconosciuta Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco nel 2004 insieme a quella della Banditaccia di Cerveteri.
In seguito alla conquista romana, il nome etrusco fu adattato alla lingua latina e trasformato in Tarquinii, un chiaro collegamento alla celebre famiglia dei Tarquini, alla quale appartenevano due dei mitici sette re di Roma.
Fra la tarda antichità e l’alto Medioevo la città andò progressivamente spopolandosi e il nucleo abitato si trasferì sul vicino colle, dove sorse un nuovo insediamento ribattezzato Cornetum, poi Corneto, citato da Dante nella Divina Commedia come uno dei due confini geografici della Maremma: “tra Cecina e Corneto i luoghi cólti”. Il nuovo nome rimase per quasi dieci secoli, e nel 1872, dopo l’annessione al Regno d’Italia, il comune assunse ufficialmente quello di Corneto-Tarquinia. Il doppio nome aveva un evidente significato culturale, con Corneto a rappresentare la continuità storica medievale, mentre Tarquinia richiamava il prestigioso passato etrusco e romano. Nel 1922, con decreto reale, l’appellativo Corneto-Tarquinia fu definitivamente sostituito dal solo Tarquinia.
Nei secoli questa amena area di transizione tra la Maremma e l’entroterra della Tuscia ha sempre mantenuto una forte identità agricola, accentuata tra l’Ottocento e il Novecento dalle imponenti opere di bonifica della Maremma laziale.
Rientra nella Doc Tarquinia, riconosciuta nel 1996, che comprende quindici comuni nella provincia di Viterbo e altrettanti in quella di Roma. Si tratta di una denominazione poco utilizzata, malgrado le diverse modifiche al disciplinare, poiché prevede un numero esiguo di vitigni principali, da vinificare esclusivamente in uvaggio, senza poter esaltare il potenziale delle singole varietà.
Nel 2007 Sergio Muscari Tomajoli, dopo una brillante carriera nella Marina Militare, culminata con il grado di Ammiraglio, impianta le prime vigne su terreni di proprietà della famiglia da almeno un secolo, destinati in precedenza ad altre coltivazioni. Le scelte aziendali, condivise fin dall’esordio con il giovane e talentuoso enologo Gabriele Gadenz, imboccano subito una direzione ben precisa, orientata verso una dimensione agricola contenuta, basse rese per ettaro, lavorazioni rispettose dell’ambiente e una gamma di vini limitata, ma fortemente caratterizzata nella componente varietale. Puntare su Vermentino, Petit Verdot e Montepulciano, vitigni all’epoca assai distanti dalle consuetudini locali, per di più vinificati in purezza, è stata una dimostrazione di coraggio e di lungimiranza.
Dopo la scomparsa di Sergio, nel 2016, la conduzione dell’azienda è passata al figlio Marco, che già collaborava con il papà, animato dallo stesso entusiasmo. Dalla sua cantina escono mediamente sette/ottomila bottiglie, suddivise in quattro referenze.
Ai due vini dell’esordio nell’annata 2014, Nethun e Pantaleone, rispettivamente da Vermentino e Petit Verdot, si è affiancato nel 2016 Velca, un rosato da Montepulciano; tutti e tre sono accomunati dalla vinificazione in acciaio. Quando poi le uve Montepulciano hanno raggiunto la piena maturità, dalla vendemmia 2019 si è aggiunto il monumentale rosso Aita: poche bottiglie, finora non più di 500/600 all’anno, ottenute da vendemmia tardiva e lunga sosta in pregiate barrique di rovere francese.
Se Pantaleone deve il suo nome a un’antica chiesa che conservava le reliquie del santo, Velca si rifà a Velia Spurinna, meglio conosciuta come la fanciulla Velca, definita la Monna Lisa dell’antichità per via del realistico ritratto affrescato nella Tomba dell’Orco. Aita, invece, richiama la divinità etrusca dell’oltretomba, assimilabile all’Ade greco e al Plutone romano.
Sotto la lente mettiamo il Vermentino Nethun, una piccola tiratura di 2400 bottiglie. L’elegante etichetta creata dall’artista Guido Sileoni (che firma anche il resto della gamma) e il chiaro riferimento al dio del mare sottolineano lo stile mediterraneo del vino.
Le vigne, impiantate con cloni della Corsica, sono allevate a cordone speronato con basse rese per ettaro, intorno ai 40 quintali, su terreni argilloso-calcarei esposti a sud-ovest, a un’altitudine intorno ai 200 metri. La vendemmia è realizzata a mano in cassette alla fine di agosto, dopodiché si procede a una criomacerazione delle uve con ghiaccio secco direttamente in pressa, seguita da una pressatura soffice. Il mosto così ottenuto viene lasciato per 72 ore in decantazione statica a 5 °C, quindi fermenta a temperatura controllata. Il vino matura poi per 6 mesi in acciaio sulle fecce nobili, riportate periodicamente in sospensione grazie a frequenti bâtonnage, prima di affinare in bottiglia per altri 4 mesi.
Paglierino smagliante con rapidi bagliori dorati. Incipit olfattivo di pesca bianca, buccia di pompelmo e mela renetta, cui seguono note di gelsomino, erba cedrina, foglioline di menta, tiglio e rosmarino, con cenni iodati nel finale. L’assaggio setoso, avvolgente e di spiccata eleganza mette in evidenza una vivida freschezza e un’accentuata traccia sapida, garanzie per un futuro radioso. Chiude con una persistenza da vero fuoriclasse.
Servito a una temperatura intorno ai 12 °C, si abbina a pietanze a base di pesce fresco, che abbonda sul litorale tirrenico, ma non disdegna il coregone del vicino lago di Bolsena. Da provare anche con il filetto di baccalà fritto in pastella, anche se probabilmente il suo abbinamento migliore è con la vignarola, il tradizionale stufato di verdure primaverili e guanciale.
Vermentino Nethun 2025 - Marco Muscari Tomajoli
Vermentino 100% - 12,5% vol.
In apertura, foto di Ilaria Santomanco