Dopo lo straordinario successo commerciale registrato tra gli anni Settanta e Ottanta e la grande diffusione internazionale, il Lambrusco da tempo è rientrato nei ranghi, mantenendo comunque una presenza significativa nel mercato interno e una spiccata propensione all’esportazione.

Le sue origini risalgono all’epoca preromana e il nome deriverebbe dal latino labrusca, termine utilizzato per indicare le viti selvatiche che crescevano spontaneamente ai margini dei boschi e dei campi. L’affinità lessicale con la Vitis labrusca, la cosiddetta vite americana, ha generato talvolta confusione nella classificazione: in realtà, il Lambrusco appartiene alla specie botanica europea della Vitis vinifera.

Durante il Medioevo la coltivazione si consolidò tra Modena e Reggio Emilia, con propaggini allargate agli areali confinanti di Parma e Mantova, una situazione rimasta pressoché immutata nei secoli, fino ai giorni nostri. Il radicamento in un contesto geografico così ristretto non ha impedito lo sviluppo di cultivar geneticamente affini, ma non identiche, che oggi danno vita a una nutrita famiglia, con ben tredici vitigni iscritti nel Registro Nazionale delle varietà di vite.

I più rilevanti, ossia il Lambrusco di Sorbara, il Salamino di Santa Croce e il Grasparossa di Castelvetro, costituiscono la base ampelografica di altrettante Denominazioni di Origine del Modenese, riconosciute fin dal 1970.

Il Lambrusco di Sorbara, a differenza delle altre due tipologie, di elevata produttività, è soggetto in fase di allegagione al fenomeno dell’acinellatura (la difficoltà di trasformare i fiori in frutti), una circostanza che riduce le rese in modo naturale. Per questo motivo il suo disciplinare di produzione consente di affiancare una percentuale di Lambrusco Salamino, per non più del 40%, per favorire l’impollinazione. Inoltre, la minore concentrazione di antociani nella buccia conferisce un colore più tenue e un’astringenza più blanda, pur mantenendo un’acidità pronunciata, caratteristiche che lo rendono facilmente riconoscibile nella galassia del Lambrusco.

L’epicentro della produzione è Sorbara, una frazione del comune di Bomporto, in provincia di Modena, nel lembo di terra dove i fiumi Secchia e Panaro scorrono più vicini tra loro. In questa “piccola Mesopotamia”, come viene definita, i terreni ricchi di limo rendono il suolo molto fertile, e le radici delle piante trovano facilmente acqua e nutrimento.

L’azienda agricola Paltrinieri è attiva a Sorbara fin dal 1926, quando Achille Paltrinieri, farmacista e appassionato viticoltore, costruì il primo nucleo della cantina. Negli anni successivi l’attività fu ampliata dal figlio Gianfranco, che insieme alla moglie Pierina contribuì in maniera determinante alla crescita dell’azienda e alla valorizzazione del patrimonio vitivinicolo locale. Dopo la laurea in Agraria a Bologna, il loro figlio Alberto decide di proseguire il percorso di famiglia, subentrando alla guida della cantina. La svolta più significativa avviene alla fine degli anni Novanta, perché Alberto Paltrinieri e la moglie Barbara decidono di puntare sul Lambrusco di Sorbara in purezza, senza le uve complementari dettate dalla tradizione. Una scelta coraggiosa per l’epoca, in un mercato che privilegiava vini più scuri e morbidi, ma la loro intuizione ha contribuito a ridefinire l’identità del Sorbara moderno, valorizzandone il caratteristico colore rosato, la fragranza floreale e il profilo rinfrescante e raffinato.

Oggi Alberto e Barbara sono affiancati dalla quarta generazione, rappresentata dai figli Cecilia e Giovanni.

L’azienda coltiva circa 17 ettari di vigneti di proprietà, tutti situati nella prestigiosa zona del Cristo di Sorbara. Una parte dei vigneti è gestita secondo pratiche biologiche, mentre sulle restanti superfici sono adottati metodi di lotta integrata e lavorazioni rispettose dell’ambiente.

Dalla cantina escono mediamente 180mila bottiglie, suddivise in una decina di referenze, compreso un originale Vermouth, in cui il Lambrusco è protagonista.

Sotto la lente mettiamo il Lambrusco di Sorbara Leclisse, prodotto per la prima volta nella vendemmia 2007 lavorando il mosto a freddo, con una decantazione statica e successiva fermentazione a temperatura controllata. Il risultato ottenuto destò particolare entusiasmo, suggerendo di chiamare il vino con un appellativo che ne sottolineasse l’eccezionalità.

Proviene da uno storico vigneto di pianura di tre ettari e mezzo nell’areale del Cristo, adagiato su un terreno sciolto e limoso. Il sistema di allevamento a doppia cortina permette la raccolta meccanizzata intorno alla metà di settembre, quando le uve si trovano in condizioni di perfetta maturazione.

In cantina si vinifica esclusivamente il mosto fiore, ottenuto tramite pressatura soffice delle uve, senza macerazione sulle bucce. Dopo la fermentazione alcolica, il vino affronta una seconda fermentazione con il Metodo Martinotti, con sosta sui lieviti in autoclave di circa tre mesi.

Veste di colore rosa tenue, che ricorda i fiori di pesco, punteggiato da un perlage vivido e copioso. Al naso è un tripudio di piccoli frutti rossi – fragolina di bosco e lampone su tutti –, seguiti da sentori di violetta fresca e petali di rosa, con cenni di menta piperita e pompelmo in chiusura. All’assaggio gioca le sue carte migliori sull’equilibrio tra leggerezza e profondità, con il sostegno di una cremosa effervescenza e di una verve fresco-sapida che donano energia al sorso.

Se il connubio con salumi e gnocco fritto resta un classico intramontabile, grazie alla sua proverbiale freschezza, servito intorno agli 8 °C è perfetto accanto a tartare di pesce, ostriche, sushi e formaggi freschi.

  

Lambrusco di Sorbara Frizzante Doc Leclisse 2025 - Gianfranco Paltrinieri

Lambrusco di Sorbara 100% - 11% vol.

In apertura, foto di Ilaria Santomanco