Clara Benfante
In questi giorni di un maggio che sa tanto di marzo mi è balenata in testa un’unica parola che non mi dà tregua: l’attesa. Sarà che si avvicina l’estate e io non vedo l’ora di tornare a casa per trascorrere, sebbene brevemente, un po' di sole con la mia famiglia. Sarà anche che mi ritrovo quasi alla conclusione di un percorso importante della mia vita e questa situazione di bilico mi gasa un po’, ma allo stesso tempo mi spaventa. Insomma, sarà il mio solito melting pot di emozioni che, quando mi attraversa, mi accompagna per giorni. Sarà quel che sarà, ma io mi ritrovo comunque in una condizione di attesa che mi logora dentro. C’è chi dice che il bello della vita sia prendere le cose come vengono, senza aspettative né attese; piuttosto, godersi le attese e sognare nel frattempo. Io ormai non mi ritrovo più d’accordo.
Un giorno il prof. Massimo Cocchi mi aveva detto che crescendo venga meno la spontaneità tipica della dolce e tenera giovinezza e, al contrario, si inizia a diventare noiosi, controllori e organizzatori di tutto, perdendo il gusto del carpe diem e degli istanti. Insomma, si cerca di ridurre al minimo le attese e di riempirle, a loro volta, con mille impegni, in modo da non sentirsi vuoti né in uno stato di ozio inoperoso. Ma perché c’è questo bisogno incessante di colmare le attese con qualcosa da fare? Una risposta semplice e scontata potrebbe dipendere dalla noia.
Viviamo in una società così piena di continui stimoli che la noia non trova più posto e, se dovesse presentarsi, diventa subito un alert da colmare, perché, in un certo senso, mentre il mondo gira e la vita passa freneticamente, ci si sente un po' “inutili” e, forse, anche un po' in colpa se ci si annoia. Tuttavia, il bisogno di colmare l’attesa potrebbe nascere da un’esigenza più profonda che non la noia. Perché, in fondo, c’è un leggero tormento nell’attesa: l’incertezza. Quest’ultima è acerrima nemica dell’età adulta e compagna della giovinezza. Quando si è più giovani e spensierati, il concetto di incertezza non sempre viene proiettato nei monitor del cervello, perché si fa affidamento al processo, al fatto che comunque le nostre parche stanno lavorando per noi, tessendo il filo della nostra vita e, il fatto stesso di non sapere cosa ci accadrà domani, cosa ha in serbo per noi la nostra parca tessitrice, in un certo senso, ci gasa, ci alimenta, ci eccita. Insomma, l’incertezza nell’età giovane sembra quasi un trampolino di lancio.
Ricordo che quando ero un po’ più giovane, ogni novità, ogni conoscenza nuova, ogni innamoramento li vivevo come un’avventura, lanciandomi a capofitto nell’ignoto, perché l’incertezza era un fine bello, qualcosa da raccontare ex post con un sorriso dopo tanti anni. Poi arriva il periodo successivo, il periodo in cui l’incertezza diventa un abisso orrido e immenso che trasforma quella sensazione di eccitazione giovanile nella paura più temuta, l’horror vacui.
Già, la paura del vuoto dell’attesa, dell’essere messi continuamente in stand-by, del non sapere cosa accadrà domani, del non conoscere e del non poter avere un controllo sul nostro percorso ci terrorizza e ci blocca. Io l’attesa, me la immagino così: come un segmento che ha inizio nel momento in cui si concepisce un pensiero che sarà differito nel tempo e che ha fine nel momento in cui quel pensiero si verifica.
Tra un estremo e l’altro si concepisce l’incertezza, perché mentre si attende l’evento o il momento sperato e pensato, si creano illusioni e aspettative, che sono le principali amiche dell’incertezza. La mente vaga, immagina cosa accadrà nel momento in cui si verificherà l’evento atteso, proietta qualche film romantico o utopico, a seconda della profondità emotiva e delle sensazioni personali, e poi ci si ritrova a un bivio: o l’illusione diventa realtà, esatta, perfetta, così come l’avevi immaginata; oppure diventa un’aspettativa infranta, una realtà inattesa. Questo è ciò che accade più o meno a tutti nella vita quotidiana: tra relazioni e vita lavorativa, ci troviamo continuamente in attesa, illudendoci genuinamente di non avere aspettative o, semplicemente, chi se ne accorge fa finta di ignorarle. Sinceramente non lo so, penso che, con il passare del tempo, anch’io sia entrata nella fase noiosa e control-mode di cui mi aveva parlato Massimo Cocchi, perché il panta rei e il fluire senza farsi troppe domande potrebbero essere una bella sensazione, ma solo i corsi d’acqua fluiscono e la mente, ahimè, non lo è. Piuttosto, al momento, mi sento un po' come il tenente Drogo de Il deserto dei tartari, che continuamente scruta l’orizzonte, sempre sull’attenti perché qualcosa possa accadere da un momento all’altro, ma comunque in attesa, inconsapevole se quell’attesa possa trasformarsi in un’illusione oppure in qualcosa di concreto
Nicolò Benfante
L’attesa, alla mia età matura, la vivo come un’emozione negativa, un momento di sofferenza psicologica, di paura, perché non conosci il fine, perché sei stanco di aspettare, perché ti illudi del passato e il presente ti sconvolge. L’attesa è ambigua e, quando finisce, ti presenta il conto. Sono stanco di vivere e di pensare nell’illusione. Solo il quotidiano presente, arricchito dai ricordi del passato, può ancora dare l’impulso ad andare avanti con serenità in questa fase della vita.
È vero, durante la giovinezza non ci è consentito pensare all’attesa come a un momento negativo, perché il tempo che trascorri velocemente lo impegni in obiettivi da raggiungere e l’attesa, per quanto tale, fa parte dello scopo.
Con l’avanzare degli anni, non vuoi aspettare per sapere e conoscere; l’attesa, che prima appariva come pura illusione, oggi diventa un disagio.
L’attesa mi fa paura, tranne la morte, che arriverà quando sarà il momento, ma non starò a illudermi, perché so che avverrà.
In apertura, un'opera esposta alla Triennale di MIlano, foto di Olio Officina