Che oggi la scuola e l’educazione siano in lento declino è un dato di fatto.
Tutti siamo a conoscenza del buonismo dilagante, delle promozioni assicurate, del fatto che “esigere” qualcosa dai ragazzi sia disdicevole, dell’uso indiscriminato dei dispositivi tecnologici.
Ne parlano psichiatri, psicologi, filosofi, pedagoghi e tutti concordano sulla tragedia di questa istituzione.
La loro unica e univoca speranza è che gli insegnanti possano “sedurre” gli allievi.
Seduzione: non sottomissione.
Ai cahiers de doléances già elencati ce ne sarebbe uno da aggiungere, che non abbiamo mai trovato in nessuno scritto né pronunziato da alcuna personalità (solo Susanna Camusso, ma in altro contesto, ha parlato di quote azzurre e la politologa Chiara Tintori sulla diffusione delle donne nell’insegnamento, ma senza, ci sembra, la nostra …): è la femminilizzazione della scuola.
Su questo aspetto nessuno si è mai soffermato.
«Homo sum, humani nihil a me alienum puto. Sono un essere umano, niente di ciò che è umano ritengo estraneo a me», scriveva Terenzio.
Nel caso particolare chi scrive è un essere umano “donna”.
Così precisiamo che, quanto seguirà, non è contro le donne, ma contro un eccessivo numero di donne nel mondo della scuola.
Negli anni Settanta, gli anni del vero femminismo con le sue lotte e le sue proteste più che condivisibili, ci fu una categoria di signore che, portato a compimento il loro impegno di madri, pensarono bene di rispolverare la laurea e di immettersi nel mondo della scuola, per “realizzarsi”.
“Realizzarsi”: un termine che andava per la maggiore in quegli anni.
Così le “signore”, che all’epoca avrebbero potuto tranquillamente vivere con lo stipendio del marito (ben lontani i tempi che avrebbero imposto, per necessità, a entrambi di lavorare), si inserirono in età avanzata – all’epoca sicuramente diversa da quella odierna – nel mondo della scuola, levando posti di lavoro a elementi più giovani e con maggiori necessità.
Da quei giorni, per lungo tempo, il lavoro di insegnante fu considerato dalla società, in parte in effetti a ragione, il lavoro delle mogli: mattino a scuola, ma pomeriggio libero. Senza considerare i famosi tre mesi di vacanza.
C’erano ovviamente eccezioni.
Non mancavano infatti nelle scuole donne non sposate (quelle che, quando c’era libertà di parola, avremmo chiamato allegramente “zitelle”) che avevano votato la loro vita alla scuola, avendo il più delle volte una famiglia alle spalle a sostenerle o, nel caso di mancanza di questa, un valido aiuto domestico, ai tempi ancora accessibile anche a quella categoria lavorativa.
Zelanti e tremende, incutevano il terrore nei loro allievi, ma anche rispetto e, alla lunga, giungevano persino a farsi amare.
Prendo dei modelli esemplari, ma ovviamente pregi e difetti appartengono a tutte le categorie: uomini e donne, sposati e non.
Quello che spaventa, ed è su questo che ci scagliamo, è l’eccesso (la sovrabbondanza) della presenza femminile.
Questi i mali che riscontriamo in questo eccesso.
I ragazzi vengono da famiglie disastrate, dove la presenza maschile manca.
Figli di separati, la maggior parte di loro vive con la madre.
La scuola, che potrebbe fornire un supporto di uomini, viene meno al suo compito.
Così i ragazzi passano da madri protettive, “coetanee”, amiche e confidenti a insegnanti donne che li usano ugualmente per sfogare i loro matrimoni finiti o per vantarsi con loro del benessere che godono per il lavoro del marito; per condividere il dolore della malattia e morte della vecchia madre o per la fatica che comporta l’estenuante ricerca di un’adozione.
Tutto più che giustificato a livello umano. Ci mancherebbe.
Ma i ruoli non vengono rispettati.
Così la scuola non diventa altro che il prolungamento di una situazione già anomala in casa.
Gli uomini, da questo punto di vista, sono più avvantaggiati.
O hanno una moglie-compagna a casa o sono single (“scapoloni” per usare, anche nei termini, le pari opportunità!) per cui riescono a mantenere la giusta distanza con gli allievi, anche a ridere con loro – nei rapporti migliori – pur ognuno col suo ruolo.
Così come un genitore non dovrebbe essere amico dei figli, l’insegnante non dovrebbe esserlo dei suoi allievi.
[Parentesi: siamo a favore delle adozioni da parti di coppie omosessuali o da single. Quindi il nostro è esclusivamente un discorso scolastico].
L’uomo, che ci piaccia o meno, ha un'altra “evidenza” sociale che non vuol dire migliore rispetto a quella della donna: è semplicemente “altra”.
E questa alterità è quello che oggi manca nella scuola.
Notiamo nelle donne di oggi una presunzione, una mancanza di ironia e di autoironia, una difesa strenua del loro presunto o reale valore. Tutte: giovani e meno giovani.
Senza contare il maledettissimo 8 marzo a loro dedicato.
Noi di certo non vorremmo far parte di quella sorta di “riserva indiana” chiamata donna.
No, perché chi si sente libero e soddisfatto è consapevole di “essere” senza bisogno di doverlo dimostrare.
Che non consideriamo le donne inferiori agli uomini è evidente. E non c’è bisogno del nostro giudizio.
Quel tontolone di Adamo pecca perché è Eva che lo convince: è lei la mente!
Un uomo come Paolo Poli – strenuo difensore delle donne e delle loro doti – ce l’aveva a morte con quelle “impegnate”, perché avevano, secondo lui, un effetto negativo negli incontri amorosi.
Non sto a dire quanto diceva, ma posso assicurare che era esilarante.
Così come ce l’aveva a morte – lui omosessuale dichiarato – con i gay pride.
Insomma lui e qualunque persona minimamente intelligente non può amare le ghettizzazioni.
Per cui insisto: ci vorrebbero più uomini nella scuola, perché, la si giri come si vuole, l’uomo ha un altro impatto sui ragazzi.
Migliore? Non direi, ma necessario per riequilibrare questo mondo scolastico al femminile.
In apertura, Gustave Claude Etienne Courtois, "Fiocco blu", 1881