A Napoli, nel 1947, si era costituita una redazione dell’Avanti! e dal 18 aprile 1948 fino al 31 dicembre dell’anno successivo, Giuseppe Avolio fu il responsabile della pagina locale. In seguito, la redazione fu sciolta e venne istituito un ufficio di corrispondenza. Una volta, Avolio fu chiamato a Roma per fare qualche esperienza diretta nella redazione centrale. Direttore era Pietro Nenni e capo redattore Achille Corona.

“Un pomeriggio mi chiamò Corona dicendomi di andare da Nenni. Mi avviai preoccupato - non sapevo la ragione della chiamata - e bussai, timidamente, alla porta del direttore. Nenni, occhiali alzati sulla fronte, mi attendeva. ‘Vieni, vieni’, mi disse in tono paterno. Io ero, allora, magrissimo e devo avergli ispirato tenerezza. Mi avvicinai al tavolo, ingombro di ritagli e di carte. Nenni mi ordinò di sedermi e mi disse di scrivere un corsivo di 32 righe di 60 battute, su un argomento che riguardava il Mezzogiorno. Mi diede molti suggerimenti e delle note di agenzia, raccomandandomi soprattutto di contare bene le battute e le righe. Avevo un'ora di tempo! Me ne tornai mogio in redazione e mi accorsi che sudavo. Ero certo di non farcela.

Sentivo nella mia testa come un ronzare di api. Lessi e rilessi più volte le note di agenzia. Infine, rimuginando le cose dette da Nenni, mi venne una frase che mi sembrava buona per l'attacco e cominciai a scrivere. Poi rilessi, ma non andava. Ricominciai tutto daccapo. Il tempo passava e la tensione cresceva. Infine, non ricordo come avvenne, mi sembrò di avere imbroccato il ‘taglio’ giusto e scrissi il ‘pezzo’ di filata. Contai le battute, quindi, feci il calcolo delle righe, corressi, aggiustai, rilessi, ma ero incerto se consegnarlo o no. Mi era venuta qualche battuta pizzicante, come voleva Nenni, ma nell'insieme mi sembrava scialbo.

Mentre rimuginavo, si avvicinò Corona e mi fece segno che era già passata oltre un'ora e mezza. ‘Sono pronto’, risposi concitato. Ed egli mi indicò la stanza del direttore. Ritornai da Nenni, ma avevo la ‘tremarella’, come agli esami. Eppure, avevo fatto due anni di campo di concentramento sotto le SS. Bussai ed entrai senza attendere. Gli consegnai il ‘pezzo’, scusandomi per il ritardo: Nenni mi fece cenno di aspettare. Lesse il ‘pezzo’ e mi disse che non era male. Ma mi suggerì alcune modifiche. In pratica, dovevo rifarlo! Tornai in redazione solo con i fogli copiativi perché Nenni aveva tenuto per sé l'originale. Rifeci il ‘pezzo’ come egli mi aveva consigliato e glielo riportai. Nenni rilesse, approvò, ma mi indicò ancora qualche aggiustamento.

Ritornai in redazione convinto che non avrei mai potuto fare il giornalista. Riaggiustai il ‘pezzo’ come mi era stato suggerito e, infine, lo consegnai uscendo dalla stanza del direttore con la testa in fiamme. Mi sedetti mogio e sconsolato, meditando sulla mia condizione. Venne Frazzoni e, vedendomi abbattuto, mi consolò dandomi un titolo da fare. Poi passò Edmondo De Marco, stenografo napoletano, che ‘raccoglieva’ e ‘aggiustava’ i ‘pezzi’ che io gli dettavo da Napoli, spesso senza scriverli, seguendo solo una scaletta. E, per distrarmi, essendo un caro amico, si mise a parlare di ‘sfogliatelle’. A Napoli, il termine contiene un doppio senso, come di cosa a volte anche sgradita. ‘T’è arrivata chesta sfogliatella’, si dice, ad esempio, a chi ha ricevuto un conto salato da pagare. Ma io ero nervoso e non apprezzavo le battute. Fumavo una sigaretta dietro l'altra: il tempo non passava mai. D'un tratto, venne Corona e mi disse: ‘Avolio, ho passato ora il tuo pezzo, va in prima con l'asterisco’. ‘Ma quale?’, gli chiesi. ‘Il primo - mi rispose - gli è piaciuto di più a Nenni. Ricordo che mi venne un improvviso desiderio di correre. Nenni direttore era un ‘mostro’; ma forse ce l'avrei fatta a fare il giornalista. Poi le cose sono andate diversamente: non ho fatto solo il giornalista, ma non ho rimpianti”. 

Quella lezione speciale servì ad Avolio quando fu nominato direttore di Mondo Nuovo, organo del Psiup, dal 1965 fino allo scioglimento del partito. Con lui, il giornale assunse una nuova formula grafica, anticipando il formato tabloid e uno schema di impaginazione – col paginone centrale dedicato a un solo argomento – che è stato poi ripreso da Repubblica di Scalfari, dieci anni dopo.

Esercitare il mestiere di giornalista fu utile ad Avolio anche quando, nel 1977, fondammo la Confcoltivatori, l’attuale Cia, e lo eleggemmo presidente. Noi più giovani imparammo da lui l’amore per la sintesi, la semplicità e chiarezza di linguaggio. Andavamo alle riunioni degli organismi dirigenti con le bozze di risoluzione già pronte per poterle discutere. Abolimmo le lunghe e noiose tesi congressuali, che pochi leggevano veramente, e le sostituimmo con testi brevi ed emendabili. Imparammo così a mediare le nostre rispettive posizioni, ascoltandoci e leggendoci reciprocamente. Alla scuola di Avolio, per dodici anni, fui il minutante dei documenti ufficiali dell’organizzazione. Una funzione delicata che egli aveva svolto nei partiti. È stata, per me, un’esperienza davvero arricchente, accanto a una personalità straordinaria che ricordo con gratitudine e affetto