Per comprendere alcuni tratti significativi del ‘68 italiano occorre succintamente ricostruire la transizione dall’antica alla nuova ruralità. Si potrà così scorgere la faglia che si creò durante la fase di modernizzazione dell’agricoltura e che impedì di affrontare positivamente il nodo storico del dualismo Nord-Sud dell’Italia. Una frattura nell’osmosi che si era realizzata tra la cultura tecnico-agronomica ed economico-agraria e la sapienza esperienziale dei contadini e dei proprietari terrieri a partire dal Rinascimento. Tale osmosi si era poi strutturata dalla seconda metà dell’Ottocento in una efficiente organizzazione pubblica della conoscenza agricola.
La rottura cognitiva si manifestò nella seconda metà degli anni Cinquanta del Novecento. Ed ebbe un impatto sociale ed ecologico devastante: travolse anche le forme di collaborazione e integrazione che si erano avviate tra i tecnici, gli ingegneri e gli economisti agrari (coinvolti nel primo periodo di attuazione della riforma agraria e del programma di interventi della Cassa del Mezzogiorno), da una parte, e il mondo degli operatori sociali, dell’istruzione e dell’educazione, dall’altra.
L’abbandono dell’idea dello sviluppo mediante lo studio di comunità e l’accompagnamento dell’innovazione tecnologica fu l’esito della scelta trasversale - compiuta dai governi, dai partiti e dai sindacati - dell’industrializzazione forzata dall’alto in una logica fordista. Tale scelta metteva ai margini la dimensione territoriale dei processi economici e la considerazione della conoscenza - che aveva acquisito, nel frattempo, con la rivoluzione scientifico-tecnologica il ruolo di fattore immediatamente produttivo – come bene comune da socializzare.
Il disagio profondo provocato da quella faglia metteva in discussione antichi assetti senza predisporre nuovi rapporti sociali e comunitari. E tale limite fu una delle cause dei movimenti del ‘68.
Ma in pochissimi lo compresero, mentre quei moti si svolgevano. E l’incapacità di leggere correttamente quella vicenda ha impedito finora di ricomporre quella frattura.
Tale limite ha condannato il Mezzogiorno e l’agricoltura a un destino assistenzialistico e periferico.
Nonostante tutto, una nuova ruralità si è andata a formare spontaneamente. E oggi costituisce, nella molteplicità dei suoi volti e delle sue motivazioni e idealità, uno degli ambiti più innovativi della nostra economia. Un ambito che potrebbe sprigionare tutte le sue potenzialità ed estendersi in tutti i territori del Paese. A condizione che si mobilitino le istituzioni della conoscenza e si accompagni, con nuove politiche e percorsi partecipativi, l’innovazione sociale e, al tempo stesso, tecnologica.
La svolta industrialista
Tutto iniziò con la riforma agraria del 1950. Essa agì come un «colpo d’ariete» - prendendo in prestito la suggestiva interpretazione di Giuseppe Medici, fatta propria da Luigi Einaudi – delle ondate di trasformazioni che investirono il tessuto economico del Paese nel secondo dopoguerra.
Si realizzarono, infatti, da una parte, un nuovo e più esteso processo di industrializzazione e, dall’altra, l’innesto su una proprietà più diffusa della terra di un’agricoltura più moderna. Erano due facce della stessa medaglia.
Già nel 1958, gli occupati in agricoltura cedettero il primato nelle statistiche ai lavoratori dell’industria. Questo dato ci fa comprendere la dirompenza del processo che si era innescato nelle aree pianeggianti, comprese quelle meridionali. Qui incominciavano a vedersi i primi risultati positivi degli interventi infrastrutturali della Cassa del Mezzogiorno.
Nelle aree interne, invece, non si pervenne mai a quei programmi organici territoriali di sviluppo che si sarebbero dovuti formulare e realizzare con il coinvolgimento e il protagonismo attivo delle comunità locali.
Numerose furono le esperienze di pianificazione territoriale avviate. Qui si ricorda il “Piano lucano SVIMEZ” del 1950, coordinato da Manlio Rossi-Doria e dal suo Gruppo di Portici, di cui fecero parte anche Rocco Mazzarone e Rocco Scotellaro. Contemporaneamente, vi furono anche studi di comunità, come il “Progetto UNRRA-CASAS” e “INU Villaggio La Martella”, realizzato a Matera tra il 1951 e il 1954; Progetti promossi da Terza Generazione; “Progetto Pilota OECE Sardegna”, coordinato da Anna Anfossi; altri Progetti, sostenuti perlopiù da Adriano Olivetti. Iniziative che furono ferocemente isolate e vanificate e poi definitivamente abbandonate.
Mentre prendeva vigore, sebbene tra incertezze e contraddizioni, un percorso virtuoso di sviluppo, si avviava, per iniziativa della Svimez, l’elaborazione di una nuova impostazione di politica economica. Un’impostazione che avrebbe impresso alla Casmez una svolta industrialista. E avrebbe provocato, nel giro di pochi anni, un vero e proprio disastro.
La proposta era dettata dalla volontà di assicurare subito la crescita e non era inserita in una visione strategica dello sviluppo. Si fondava sulla certezza cieca che la presenza di grandi impianti industriali di Stato nel Mezzogiorno avrebbe stimolato la diffusione di una prassi e di una cultura imprenditoriale. Non prevedeva alcun impegno concreto nell’attivare l’iniziativa privata e le risorse locali. Si nutriva della fiducia taumaturgica nella capacità dei grandi gruppi industriali di creare in pochissimi punti ben delineati i fattori esterni richiesti dall’impianto di un grande stabilimento. E dunque non lasciava trasparire alcuna volontà di creare, in modo diffuso, condizioni propizie allo sviluppo economico.
L’opzione dell’industrializzazione forzata dall’alto passava trasversalmente in tutti i partiti. Essi temevano, con motivazioni solo parzialmente diverse, il dramma dell’emigrazione di massa verso il triangolo industriale, causa di forti disagi sociali e imprevedibili mutamenti politici. La Dc vedeva nell’insediamento dell’industria di Stato al Sud un’opportunità per garantirsi il consenso mediante le assunzioni clientelari. Mentre il Pci vedeva nella nascita di una classe operaia meridionale l’elemento decisivo per insediarsi più stabilmente tra le popolazioni.
Le voci che si levarono contro quell’idea, tra cui quelle di Adriano Olivetti, Manlio Rossi-Doria, Giorgio Ceriani-Sebregondi, Achille Ardigò, Carlo Levi e Danilo Dolci furono messe a tacere. E nel momento in cui la proposta diveniva la grande scelta strategica per il Sud, si delegittimava e progressivamente marginalizzava un’intera cultura economica, sociale e politica – affermatasi in Italia dalla seconda metà dell’Ottocento – che considerava lo sviluppo inevitabilmente autoctono, cioè fondato sulla migliore combinazione dei fattori produttivi presenti in un determinato territorio e capace di tener conto dei condizionamenti sociali, politici e istituzionali.
Veniva, in sostanza, scartata l’idea di articolare l’intervento nel Mezzogiorno per contesti e per aree di sperimentazione, attraverso una maturazione guidata dalla ricerca e dalla crescita dei processi educativi e formativi, mediante il costante coinvolgimento della società civile.
Si faceva leva sull’emotività, agitando le previsioni dei flussi migratori che erano indubbiamente allarmanti. Ma si evitava di spiegare che l’esodo rurale era un processo sostanzialmente «liberatore» – per usare un’espressione di Rossi-Doria – che avrebbe messo definitivamente in crisi l’intera organizzazione tradizionale dell’agricoltura meridionale e obbligato a porre in termini completamente nuovi i problemi agricoli nel Mezzogiorno.
La fase dell’esodo dalle campagne, qualora fosse stata accompagnata da efficaci politiche territoriali di sviluppo, avrebbe indotto spontaneamente e nel giro di poco tempo un controesodo, cioè un esodo urbano, da sostenere e accelerare per raggiungere un riequilibrio. Ma sarebbe stato necessario salvaguardare e rielaborare la cultura agricola e rurale, per evitare che subisse un processo di erosione e prevaricazione da parte della cultura urbana e industriale.
Fu Ardigò a respingere più di tutti l’atteggiamento prevalente della cultura italiana nei confronti del mondo contadino. Egli contestava l’ideologia di chi percepiva la trasformazione di quella forza sociale, che era portatrice di una cultura non riducibile alla cultura urbana e industriale, come un processo necessario e ineludibile della modernizzazione, senza alcuna possibilità di mediazione e adattamento. Una tesi ritenuta aberrante dal sociologo poiché portava a considerare la stessa modernizzazione dell’agricoltura, laddove veniva colta e considerata come elemento capace di contribuire allo sviluppo del Paese, necessariamente in conflitto con la tradizione e, soprattutto, con il bagaglio di valori comunitari e relazionali e di conoscenze riferite al rapporto uomo-natura, di cui la cultura contadina era portatrice. E nel contestare tali opinioni prevalenti, Ardigò invitava a favorire l’incontro fecondo tra la cultura urbana e industriale con quella rurale in forme innovative da progettare e realizzare, collegandosi idealmente ad analoghe transizioni già avvenute nella storia .
Il disinvestimento in conoscenza
La deriva dell’industrializzazione forzata dall’alto e l’abbandono dell’approccio dello studio di comunità per le politiche di sviluppo, emarginando le competenze nel campo sociologico, antropologico, psicologico ed educativo, ebbero conseguenze catastrofiche nell’impegno dei governi sui problemi dell’agricoltura. Non avendo a disposizione strumenti scientifici essenziali per leggere la realtà, la classe dirigente non comprese che l’agricoltura e la ruralità non stavano scomparendo ma erano alle prese con profonde trasformazioni.
Iniziò allora un fatto gravissimo: veniva sempre più ridotto il sostegno all’istruzione agraria, alle attività di ricerca e sperimentazione e a quelle divulgative. I tecnici che uscivano dalle scuole e dalle facoltà di agraria venivano assunti, in misura maggiore rispetto al passato, nelle industrie produttrici di mezzi tecnici. E venivano adibiti alle attività di assistenza tecnica e di divulgazione agli acquirenti.
In tal modo, gli agricoltori diventavano destinatari passivi di tecnologie senza potersi giovare di strutture pubbliche capaci di fare da filtro nel rapporto tra questi e le industrie produttrici di mezzi tecnici.
I servizi della Coldiretti non erano orientati all’interesse degli associati ma a quello della Federconsorzi e delle aziende meccaniche, chimiche e sementiere con cui questa operava in esclusiva. L’Alleanza dei contadini, d’altro canto, non era adeguatamente attrezzata per svolgere attività di formazione e assistenza tecnica. E i tentativi del suo presidente, Emilio Sereni, di aprire la rivista Riforma agraria, di cui era direttore, alla collaborazione dei tecnici e degli economisti agrari, come Aldo Pagani e Nallo Mazzocchi-Alemanni, non avevano avuto un esito positivo.
La cultura agronomica ed economico-agraria, nonché quella nel campo dell’ingegneria idraulica, si erano fatte carico, fino a quel frangente, di una funzione decisiva nell’influenzare le decisioni politiche che avevano guidato l’elaborazione e l’attuazione delle leggi di riforma agraria e la realizzazione delle opere infrastrutturali nelle campagne meridionali mediante l’intervento straordinario nel Mezzogiorno.
I tecnici agricoli avevano espletato questa funzione convinti di portare una responsabilità intellettuale e civile ben superiore alla semplice erogazione di specifiche competenze. Essi avevano ritrovato nel secondo dopoguerra, così come era avvenuto prima e durante il fascismo, una compattezza di gruppo e una capacità decisionale che stupisce se rapportate alla consistenza numerica della categoria. Avevano mostrato un’attenzione alla dimensione etico-politica dell’agire sociale ed erano stati attenti al consolidamento di una reputazione che avevano coltivato nei decenni precedenti legata ad una loro propria specifica funzione: quella di espandere il progresso, affermare la centralità dell’agricoltura nell’economia e attribuire una specificità di valori al mondo rurale .
Il venir meno, progressivamente, di un impegno pubblico nella trasmissione del progresso tecnico e nelle politiche territoriali che guardavano non solo al sostegno agli investimenti ma anche alle attività educative e di crescita culturale ai fini di uno sviluppo della società locale inteso come autosviluppo delle popolazioni locali e come bisogno complesso di continua combinazione di più fattori, costituì una delle cause di fondo della rottura dell’equilibrio tra visione produttivistica dell’attività agricola e visione conservativa delle risorse ambientali. Una rottura originata dall’erosione progressiva delle relazioni interpersonali nelle campagne e dalla solitudine in cui fu lasciato l’agricoltore.
Si può affermare che, almeno in Italia per le vicende che ho tentato di raccontare, la crisi ecologica è in parte da addebitare anche all’abbandono di quel filone di pensiero e di iniziativa che parte da Carlo Cattaneo e individua nella coesione sociale una premessa, non l’esito dello sviluppo .
L’incapacità di immaginare uno sviluppo dal basso
Tra le vittime più significative della svolta industrialista e dell’abbandono dell’approccio allo sviluppo mediante lo studio di comunità è da considerare Olivetti, un imprenditore illuminato e creativo il quale aveva compreso per tempo che la sfida era il passaggio da una base sociale di tipo manifatturiero ad una di stampo cognitivo, come nuovo motore dell’economia. E aveva pensato che, mediante una simile transizione scientifico-tecnologica, si potesse perseguire l’obiettivo di umanizzare il potere politico ed economico, sciogliendo il dilemma di fondo del nostro tempo, che ci divide fra il bisogno di libertà individuale e le esigenze di giustizia collettiva.
Olivetti non era l’«imprenditore innovatore e dinamico» teorizzato da Joseph Schumpeter. Era innanzitutto un operatore sociale, ossia un uomo politico nel senso pieno, che, sul terreno dell’organizzazione industriale, aveva trovato il proprio campo su cui sperimentare un pensiero complesso. Un pensiero coerente in ogni sua parte, tale da abbracciare organicamente il piano della comunità territoriale, con i suoi problemi urbanistici e amministrativi, il problema delle funzioni fondamentali di una convivenza democratica, coordinata al centro e articolata alla base, e infine il problema della ristrutturazione dello Stato, ereditato dalla tradizione liberale, affetto ormai da crisi cronica di fronte alle nuove, crescenti esigenze della società moderna.
Per il Mezzogiorno, Olivetti aveva elaborato e proposto un piano organico per lo sviluppo industriale. Un piano che, oltre agli aspetti propriamente economici e finanziari, tipici di qualsiasi investimento produttivo, prendeva simultaneamente e coordinatamente un triplice ordine di esigenze: 1) l’esigenza democratica, per cui il piano veniva fatto proprio, attraverso la partecipazione popolare diretta, dai cittadini della zona interessata; 2) l’esigenza tecnica, ossia la ricerca scientifica come strumento di lavoro, allo scopo di sottrarre le decisioni rilevanti alle contraddittorie pressioni degli interessi sezionali e alle operazioni di sottogoverno; 3) l’esigenza culturale, infine, come funzione complementare di grande rilievo, mediante l’istituzione di scuole di organizzazione e di direzione aziendale, scuole professionali di primo e secondo grado, scuole d’arte applicata e di disegno industriale, istituti di psicologia vocazionale, scuole di pianificazione per amministratori locali.
A proposito di tale impostazione dello sviluppo industriale del Sud, Franco Ferrarotti scrive: «Tentativi siffatti si è voluto talvolta spacciarli come non realistici, come utopistici. In realtà, a me sembra che essi arrivino fino al cuore di uno dei problemi fondamentali del nostro tempo, il problema della partecipazione popolare alla vita dello Stato e della socializzazione del potere. La pianificazione comunitaria è importante per la soluzione di questo problema perché è un tipo di pianificazione commisurata ai bisogni sperimentalmente veri delle persone, interrogate e attivamente coinvolte nell’opera di riforma dall’interno nel luogo stesso dove esse vivono, ossia in quella che Olivetti chiamava la “comunità naturale”» .
Attraverso la pianificazione comunitaria, Olivetti aveva pensato che fosse possibile orientare alla libertà delle persone e al bene comune i benefici della rivoluzione tecnologica. Nell’ottobre 1959 è pronto Elea 9003 – acronimo di Elaboratore elettronico automatico -, terzo prototipo dopo Elea 9001 e Elea 9002, ed è il primo calcolatore a transistor commerciale della storia. Il nome Elea deriva dall’antica scuola filosofica presocratica fondata nel 545 a.C. nella città di Elea, che fu una colonia greca della Lucania – nell’attuale costiera del Cilento -, nella vasta area della Magna Grecia. Portavoce della filosofia eleatica era Parmenide, che rifiutava la validità epistemologica dell’esperienza dei sensi e metteva alla base della conoscenza parametri matematici di chiarezza e necessità come criteri della verità. Questa filosofia razionale, fondata sul pensiero critico, è la filosofia associata dai costruttori al nome del nuovo computer.
L’8 novembre di quell’anno, nel discorso di presentazione al presidente della Repubblica Giovanni Gronchi dell’Elea 9003, realizzato dall’équipe scientifica guidata dall’ingegner Mario Tchou a Borgo Lombardo, Olivetti così si era espresso: «L’elettronica non solo ha reso possibile l’impiego dell’energia atomica e l’inizio dell’era spaziale, ma attraverso la moltiplicazione di sempre più complessi ed esatti apparati di automazione, sta avviando l’uomo verso una nuova condizione di libertà e di conquiste. […] Con la realizzazione dell’Elea, la nostra società non estende semplicemente la sua tradizionale produzione ad un nuovo settore di vastissime possibilità, ma tocca una meta in cui direttamente si invera quello che penso sia l’inalienabile, più alto fine che un’industria deve porsi, di operare cioè non soltanto per l’affermazione del proprio nome e del proprio lavoro, ma per il progresso comune – economico, sociale, etico – della collettività» . Una concezione controcorrente in un Paese dove prevaleva una cultura storicista assoluta, non importa se hegeliana o marxista. Una concezione da non confondere con il macchinismo e lo scientismo. Per Olivetti il nuovo mondo tecnologico - che egli stava contribuendo a preparare con l’esperimento elettronico “Programma 101”, il primo personal computer - nasceva per la libertà e le nuove conquiste dell’uomo.
Le peculiarità del ‘68 italiano
È utile ripercorrere le trame dello sviluppo italiano tra gli anni ‘50 e ‘60 e delle sue distorsioni per comprendere meglio i caratteri del nostro ‘68. A differenza di quanto avveniva in altre parti del mondo, esso infatti vedeva protagonista, in forme originali, anche il mondo rurale. Il ‘68 non fu, almeno in Italia, un fenomeno che riguardasse esclusivamente studenti e operai, università e fabbriche. Non fu un fatto meramente urbano. Averlo letto con le lenti urbanocentriche e operaiste è stato il motivo di fondo per il quale ancora oggi, a quasi 60 anni da quell’evento, non siamo ancora riusciti a comprenderne il senso più profondo .
Manca ancora una ricostruzione storica basata su documentazione non episodica o limitata. E soprattutto manca un quadro d’insieme del fenomeno nel lungo periodo. La crisi culturale e politica che allora si aprì non si è mai risolta.
Nonostante la domanda di profondi cambiamenti, in questi quasi sei decenni, non si è fatta alcuna riforma istituzionale seria, i partiti e le organizzazioni di rappresentanza non hanno per nulla rivisto i fondamenti dei propri statuti. La società civile ha dato vita a nuovi movimenti e organizzazioni sociali che però non hanno mai raggiunto un equilibrio con un sistema politico rivelatosi incapace di rinnovarsi profondamente.
Perché la domanda di cambiamento espressa dal ‘68, dopo quasi 60 anni non trova risposta?
Per comprenderlo, bisognerebbe chiedersi: chi erano quegli studenti? chi erano quegli operai? Erano perlopiù i figli dei contadini fuggiti dalle campagne alle prese con la modernizzazione dell’agricoltura. Oppure i figli dei contadini che si erano appena trasformati in imprenditori. Era, dunque, tutta la società in ebollizione. E la storia di questo lungo ‘68 va ricostruita esaminando tutti i gangli della società, l’insieme delle trasformazioni, se si vuole capire perché è una vicenda che non passa.
Il grande esodo dalle campagne verso le città e dal Mezzogiorno verso il triangolo industriale non aveva spento la voglia dei contadini di partecipare alla vita del Paese. Anzi era riemerso un protagonismo attento ai problemi nuovi e inediti, affiorati a seguito della “grande trasformazione”. E tale aspetto ora lo differenziava enormemente dal protagonismo che si era espresso in occasione delle lotte per la terra. Erano rimasti nelle campagne contadini che adesso possedevano finalmente il loro podere come veri imprenditori. L’avevano comprato o lo stavano riscattando oppure lo conducevano in affitto e pagavano un canone più equo. Ma si accorgevano che il maggior grado di autonomia e libertà che derivava dalle condizioni più stabili di possesso della terra non si traduceva in un’espansione soddisfacente dell’iniziativa economica.
La politica dei prezzi praticata da Bruxelles garantiva migliori condizioni di vita ma impediva di crescere dal punto di vista imprenditoriale. All’agricoltore veniva chiesto solo di produrre di più e se poi non vendeva quello che realizzava non importava, perché era in parte comunque garantito.
Non c’erano servizi che aiutassero gli agricoltori ad utilizzare meglio le risorse del territorio, a diversificare le attività aziendali, a costruire relazioni economiche con le industrie di trasformazione e le imprese di commercializzazione di reciproca soddisfazione. Non c’erano azioni formative con cui migliorare le proprie conoscenze e competenze. Mancavano rapporti stabili tra i centri di ricerca e sperimentazione e le aziende agricole per evitare che il progresso tecnico fosse frutto solo dell’iniziativa dell’industria produttrice di mezzi tecnici e delle strutture commerciali. Non c’erano strumenti capaci di cogliere nuovi bisogni sociali che l’agricoltura potesse soddisfare e tradurre in un’effettiva domanda di beni e servizi e in nuovi mercati da costruire.
L’associazionismo imposto dai regolamenti comunitari in Italia era gestito quasi interamente dal sistema di potere che gravitava intorno alla Coldiretti e alla Federconsorzi. Non costituiva, dunque, uno spazio di libera partecipazione per accrescere la dimensione economica della propria impresa. Si presentava, invece, sotto forma di un insieme di agenzie che gestivano le politiche protezionistiche ed erano fondate su meccanismi burocratici imposti dalla pubblica amministrazione .
Mancava, in generale, una preparazione adeguata degli amministratori locali per organizzare i servizi civili e migliorare la viabilità nelle campagne, per avvicinare le condizioni di vita delle aree rurali a quelle delle zone urbane. Le differenze che permanevano tra vita in città e vita in campagna venivano ora avvertite come un’ingiustizia non più motivabile nel nuovo contesto produttivo ed economico dell’agricoltura. Non si coglievano le novità intervenute nella famiglia contadina che aveva perduto la dimensione di centro organizzatore di produzione, consumo e servizi, ma si proiettava ad essere aggregato aperto in cui le singole persone apportavano contributi diversi ed esprimevano bisogni differenziati.
Come ebbe a dire con coraggio Adriana Zaccarelli, responsabile dell’Ufficio Femminile dell’Alleanza, “l’assicurazione di un reddito sufficiente e adeguato al lavoro svolto non è per se stesso elemento sufficiente alla presenza contadina nelle campagne, se non si assicurano nello stesso tempo condizioni più paritarie e democratiche nella famiglia, un minimo di vita civile e una prospettiva sufficiente per l’educazione e l’avviamento al lavoro dei figli”.
Per iniziativa dell’Unione donne italiane, vennero raccolte cinquantamila firme sotto la proposta di legge di iniziativa popolare per l’abolizione del cosiddetto coefficiente Serpieri. Esso era un metodo di valutazione, adottato in ogni campo dell’attività agricola, in base al quale il lavoro femminile veniva valutato meno di quello maschile. Quando il Parlamento approvò la legge la L. n. 756 del 15 settembre 1964, che vietava la stipula di nuovi contratti di mezzadria, aumentava la quota di riparto dei prodotti a favore del mezzadro e permetteva a quest’ultimo di innovare l’ordinamento produttivo senza il preventivo consenso del concedente, fu colta l’occasione per affrontare il problema sollevato dal movimento delle donne. Venne, infatti, inserita nel provvedimento questa norma: “Ai fini della presente legge, il lavoro della donna è considerato equivalente a quello dell’uomo”. Scrisse Marisa Rodano che quell’azione e le manifestazioni che l’accompagnarono rappresentarono “la prima battaglia autonoma delle contadine per un loro diritto”.
Ma era solo un passo avanti limitato al lavoro del mezzadro e del colono nell’ambito dei contratti associativi. Ci vollero ancora molti anni per arrivare alla riforma del diritto di famiglia (L. 19 maggio 1975, n. 151) e, dunque, all’introduzione nel codice civile della norma di carattere generale sull’equivalenza del lavoro prestato da ambo i generi.
Le divisioni all’interno della sinistra influivano enormemente nella soluzione di annosi problemi come quello dei contratti agrari. I deputati comunisti si erano dimenticati che avevano votato favorevolmente, con altri gruppi di maggioranza e opposizione, il 22 novembre 1950, un disegno di legge predisposto dal governo e teso a trasformare i contratti di mezzadria in affitto. Ma poi il provvedimento non era stato approvato definitivamente perché, nelle elezioni amministrative dell’anno successivo, la Dc aveva registrato una sonora sconfitta a vantaggio dei piccoli partiti alleati. Addirittura Segni, per punizione, era stato sostituito da Fanfani al dicastero dell’Agricoltura. E per anni non si era più parlato di riforma dei contratti agrari. Con il centro-sinistra, il tema era stato ripreso per iniziativa dei socialisti. Ma i comunisti si erano divisi al proprio interno tra chi sosteneva che i mezzadri e i coloni avrebbero vinto la propria battaglia quando sarebbero diventati proprietari e chi, più realisticamente, pensava che sarebbe stato più che sufficiente raggiungere l’emancipazione delle due categorie, trasformano il contratto mezzadrile o colonico in quello di affitto.
A ben vedere, era una classica distinzione tra riformisti e massimalisti. Essa avrebbe dovuto comportare una battaglia politica esplicita e coerente da parte dei primi per affermare posizioni capaci di risolvere i problemi e combattere atteggiamenti che apparivano palesemente punitivi per i propretari di terra di tutte le dimensioni.
Aroldo Cascia ha raccontato qual’era stata la mediazione trovata tra chi propugnava “la trasformazione del vecchio contratto in affitto e chi, invece, l’esproprio pagato dallo Stato e il passaggio della proprietà della terra al mezzadro, che avrebbe rimborsato lo Stato attraverso mutui agevolati”. La mediazione era la “formulazione generica di superamento della mezzadria, priva di un concreto e verificato contenuto di operatività”. Un sotterfugio retorico per vagheggiare soluzioni impossibili e non confrontarsi coi reali rapporti di forza nella società. E intanto i problemi restavano intatti sul tappeto.
Non si avvertiva l’urgenza di politiche pubbliche volte a mitigare il rischio idrogeologico connesso alla “grande trasformazione” e alle profonde modifiche negli usi del suolo e delle acque che si concretizzavano a seguito della crescita dell’urbanizzazione e delle aree industriali nelle pianure e dei fenomeni di abbandono nelle alture collinari e montane .
E gli eventi catastrofici non si fecero attendere: l’alluvione del 1954 nel Salernitano che causò oltre 300 morti; la frana che nel 1963 precipitò nella diga idroelettrica del Vajont e provocò l’evento idrogeologico più grave nella storia dell’Italia unita, uccidendo duemila persone; la frana di Agrigento del 1966 che distrusse una parte consistente della città abusivamente edificata; l’alluvione del 1966 che colpì Firenze e che ebbe come causa principale la costruzione avventata di due dighe idroelettriche; l’alluvione del 1968 nel Biellese che provocò oltre 70 vittime e trascinò con violenza fino a Vercelli le spole dei lanifici Valmossesi incautamente edificati sugli argini di un corso d’acqua.
Tali episodi erano gli effetti luttuosi e distruttivi di un boom economico non governato.
La gestione del territorio era, difatti, un aspetto del tutto marginale nell’agenda politica. E tutto ciò produceva sgomento e spaesamento nelle campagne, dove invece era ancora viva la sensibilità alle pratiche secolari di manutenzione della terra. Sconcertava soprattutto l’incapacità delle classi dirigenti di ricordare che l’agricoltura è innanzitutto il grande archivio dove si conserva e si aggiorna la capacità degli uomini di riprodurre non solo gli agrosistemi, ma anche l’insieme delle interrelazioni tra città e campagne.
La nuova condizione dei contadini
La condizione in cui molti contadini vennero a trovarsi metteva in discussione due elementi di fondo di quella precedente. Il primo era l’autonomia nell’introdurre il progresso tecnico in azienda e nell’organizzare le proprie relazioni economiche. Il secondo era la libertà di scegliere processi produttivi e attività in un ventaglio ampio di opportunità offerte dalle economie locali e informali.
Ma questi condizionamenti derivavano direttamente dal progresso che si era realizzato nelle campagne e si potevano attenuare solo con un protagonismo degli agricoltori sul terreno economico e con politiche che accompagnassero e rafforzassero tale protagonismo.
In realtà, le politiche pubbliche che si realizzavano svolgevano proprio una funzione opposta perché erano improntate ad una logica assistenzialistica.
Le forme prevalenti d’intervento pubblico, con riferimento ai mercati, agivano solo come sistema di garanzia e non costituivano un’opportunità di crescita.
Man mano che si rafforzavano sul piano professionale e imprenditoriale, gli agricoltori avvertivano sempre più l’importanza di questi nuovi problemi e facevano fatica a seguire le logiche della contrapposizione politica, che tra l’altro si riferivano a problemi che non esistevano più o che si erano molto attenuati.
Del resto, la maggior parte dei “capipopolo” delle lotte contadine degli anni ‘40, essendo i più svegli e intraprendenti, o erano emigrati definitamente, oppure si erano trasformati in artigiani o in piccoli imprenditori industriali.
Nel Mantovano, Steno Marcegaglia, figlio di un emigrante e impegnato nell’Alleanza dei contadini per difendere affittuari e mezzadri nelle loro controversie con i proprietari dei fondi, nel 1959 aveva deciso di fare l’imprenditore con due operai mettendosi a produrre guide per tapparelle. Trasformerà in un trentennio la piccola azienda in un gruppo internazionale, leader nella lavorazione dell’acciaio.
Nelle organizzazioni agricole molti dirigenti erano stati, pertanto, sostituiti da agricoltori più giovani e meno legati ideologicamente ai partiti di riferimento. Ciò permetteva uno scambio più libero a livello di base tra le organizzazioni professionali. E la conseguenza era una richiesta sempre più pressante che si levava dagli agricoltori verso le rispettive strutture di rappresentanza per realizzare una maggiore autonomia dai governi e dai partiti e organizzare la vita interna in modo tale che i gruppi dirigenti avrebbero dovuto rendere conto del proprio operato.
Nella Coldiretti soprattutto, ma anche nella Confagricoltura, dove vigevano pratiche verticistiche e gerarchiche, ciò che stava accadendo sconvolgeva la vita interna e generava crepe che si sarebbero fatte sempre più vistose negli anni a seguire.
Le intense trasformazioni che investivano le campagne incidevano enormemente anche sulla nuova condizione dei lavoratori agricoli dipendenti e sulle iniziative sindacali che li riguardavano.
Per dibattere tali problemi, nel 1961, era nata la rivista bimensile Lotte agrarie. L’iniziativa editoriale era stata assunta dalla Federbraccianti e dalla Federmezzadri. Angelo Ziccardi, che ne era l’ispiratore, ricopriva il ruolo di direttore responsabile. Compito della rivista era quello di contrastare una tesi emersa nella Cgil: l’unificazione capitalistica del Paese era da ritenersi ormai avvenuta, il salario andava considerato una variabile indipendente e ogni conflitto sociale doveva ridursi ad una sola contraddizione costituita dal capitale e dal lavoro. Da queste posizioni si faceva derivare che bisognava puntare solo sull’organizzazione sindacale nei posti di lavoro e che le leghe territoriali non avevano più ragione di esistere.
Ma per gli animatori di Lotte agrarie, quelle idee fallaci non costituivano semplicemente un’astrazione. Avevano un impatto pratico dirompente: la cancellazione dei legami di massa che le leghe tessevano con le comunità-territori, l’abolizione del collocamento agricolo e degli elenchi anagrafici presuntivi. Di qui la reazione dei due sindacati agricoli che tentavano di andare controcorrente e di far comprendere che l’agricoltura non era un settore in estinzione ma una moderna realtà in rapida evoluzione.
A ben vedere, quelle posizioni che si erano consolidate nella Cgil e destabilizzavano l’azione sindacale nelle campagne in profonda trasformazione erano figlie della svolta industrialista del 1957 che aveva influenzato trasversalmente i partiti e i sindacati.
La ricerca critica sulla società industriale
Sulla rivista Tempo presente, tra il dicembre 1960 e il marzo 1961, furono pubblicati quattro articoli di Ignazio Silone, la cui lettura resta fondamentale per chiunque voglia capire a fondo le trasformazioni avvenute in Italia a cavallo tra gli anni ‘50 e ‘60. Trasformazioni che hanno riguardato non solo le condizioni socio-economiche ma soprattutto la mentalità, i costumi, le relazioni tra le persone. È un confronto problematico, aperto con la società dei consumi e dei mass-media, incuriosito dalle novità ma senza perdere il senso critico. In queste pagine si colgono con nettezza le contraddizioni, le differenze, le cesure e le continuità con la società precedente, cioè con la civiltà contadina che Silone aveva conosciuto in profondità, da protagonista e non da semplice spettatore. È un bilancio critico della nuova società affrontato con ostinata diffidenza verso gli stereotipi, l’unilateralità di giudizio, le mode. Per Silone il progresso non è una fatalità ma una possibilità, un’ulteriore umanizzazione delle relazioni umane.
Una fonte importante per comprendere quel passaggio storico è la narrazione dei diaristi di Pieve Santo Stefano. In questo nucleo di carte scorrono le vite di contadine e casalinghe, operaie e operai sindacalizzati e di coloro che restano lontani dalla politica, di studentesse e studenti. Si trovano storie di emigrazione e quelle di persone che si spostano in città vicine per lavorare nelle fabbriche ma, poi, nelle ore libere continuano a lavorare con solerzia, quasi con caparbietà, il loro campo. Nei racconti femminili, domina la fatica, non solo quella fisica sopportata da contadine divise tra il lavoro aziendale, le faccende domestiche e la cura dei figli e degli anziani, ma pure quella esistenziale, che attraversa le loro vite in seguito all’assunzione di nuovi compiti e funzioni prima assolte dagli uomini occupati nelle fabbriche. Sono spesso storie di solitudine in bilico tra tradizione e volontà di cambiamento, mentre il desiderio di nuove forme di libertà e indipendenza talvolta si manifesta prepotentemente. Un’aspirazione, quest’ultima, che in molti casi acquista il sapore di una inequivocabile presa di coscienza sulla condizione delle donne e di spinta all’emancipazione. Ne parla la storica Patrizia Gabrielli nel bel volume Anni di novità e di grandi cose. Il boom economico fra tradizione e cambiamento (Il Mulino 2011).
Il ‘68 delle campagne: la lunga primavera
Il ‘68 delle campagne si espresse con iniziative di protesta che avevano una forte valenza simbolica, come la contestazione nei confronti del presidente della Coldiretti, Paolo Bonomi, e del ministro dell’Agricoltura, Franco Restivo. Alcune centinaia di aderenti alla Coldiretti, il primo marzo, alla Fiera internazionale di Verona, presero d’assedio il tavolo della presidenza di un convegno a cui erano stati sollecitati a partecipare dalla stessa organizzazione. Lanciando cartocci di tetrapak pieni di latte, uova e ortaggi di vario tipo e dimensione, non smisero il tiro a bersaglio fino a quando non intervennero le forze dell’ordine.
Essi provavano nei confronti della propria organizzazione un senso di delusione e, soprattutto, si sentivano ingannati per il fatto di essere stati a lungo sollecitati dalla stessa Coldiretti a votare un partito (la Dc), che non mostrava più di riservare la tradizionale attenzione verso il loro mondo. Gli agricoltori incominciavano a comprendere che la scelta di Bonomi di attrezzare la Coldiretti come una sorta di “partito contadino” associato alla Dc non pagava più.
Quella contestazione aveva anche un risvolto inquietante su cui ancora oggi non si è fatta piena luce. In una nota riservata per il presidente del Consiglio Aldo Moro, il capo della Coldiretti scrisse che a disturbare la manifestazione di Verona erano stati “attivisti di squadre nere”. Il prodromo di un evento funesto che si sarebbe verificato l’anno successivo: la tragica strage di piazza Fontana a Milano. Perché una bomba verra posta proprio all’interno della Banca dell’Agricoltura? E perché Bonomi attenderà quattordici lunghi giorni prima di lancira un lungo appello pacificatore con cui invocherà una unità nazionale? Finora solo lo storico Emanuele Bernardi si è cimentato con questi interrogativi indagando su quella vicenda.
Alle manifestazioni che, da qualche anno e con crescente intensità, l’Alleanza dei contadini organizzava in ogni parte d’Italia, partecipavano, sempre più numerosi, anche molti agricoltori aderenti alla Coldiretti. «Gruppi qualificati di dirigenti locali avevano premuto affinché essa in quanto tale assumesse iniziative e partecipasse alla direzione delle lotte insieme all’Alleanza» .
Da alcuni mesi era scoppiata nella Valle Padana la crisi del prezzo del latte. L’Alleanza dei contadini aveva inviato a coordinare il comitato padano Ziccardi, che nel frattempo era passato dalla Federbraccianti all’organizzazione professionale dei coltivatori, diretta da Emilio Sereni. La proposta del comitato era quella di fissare un prezzo minimo del latte alla stalla, sia per le municipalizzate che per i trasformatori privati, non inferiore alle 60 lire al litro. La mobilitazione degli allevatori si concentrò a Lodi, dove operava la Polenghi Lombardo di proprietà della Federconsorzi. La vertenza fu vissuta con enorme disagio dalla Coldiretti perché i loro associati erano molto infastiditi dal disimpegno della loro organizzazione .
Sulla base delle indicazioni maturate nel Convegno svoltosi l’anno prima (21 aprile 1967) al Teatro Brancaccio, l’Alleanza, la Federmezzadri e l’Anca-Lega, con l’apporto della Federbraccianti – la cui partecipazione era giustificata dal fatto che, nel Mezzogiorno, essa organizzava migliaia di lavoratori produttori, le cosiddette “figure miste” – dettero vita al Centro nazionale per le forme associative e cooperative (CeNFAC), una struttura specializzata per promuovere soggetti economici in grado di assicurare ai produttori agricoli rapporti organizzati di mercato e accrescere il loro potere contrattuale nei confronti dell’industria e del commercio. In realtà l’obiettivo era di costituire una nuova organizzazione dei coltivatori. L’ipotesi era stata avanzata dai dirigenti socialisti che operavano nelle organizzazioni agricole, ma aveva trovato ostilità tra i comunisti per non mettere in discussione gli equilibri politici e organizzativi nella Cgil e nella Lega delle cooperative. Se si fosse attuato allora, il progetto avrebbe anticipato di dieci anni ciò che sarebbe poi avvenuto con la nascita della Confcoltivatori .
Mobilitazione e tentativi di sperimentazione di forme organizzative nuove andavano di pari passo. Nel mese di aprile si svolse a Milano un lungo corteo organizzato dal comitato padano dell’Alleanza - a cui parteciparono numerosi iscritti alla Coldiretti – che si concluse in un Teatro lirico stracolmo. Per tutta la primavera del 1968, la mobilitazione nelle campagne divenne sempre più viva ed estesa. E sfociò nella “manifestazione nazionale dei sessantamila”, che si svolse il 5 luglio a Roma. Le parole d’ordine andavano dal “riequilibrio dei rapporti economici tra l’agricoltura e l’industria” al “miglioramento delle condizioni civili nelle campagne”, dalla “parità delle prestazioni previdenziali e sanitarie” ai “contratti agrari più equi”. Ma al di là delle rivendicazioni più immediate, si avvertiva il senso di aspirazione profonda a cambiamenti significativi delle stesse modalità della politica e dei rapporti tra cittadini e governanti, la cui portata dirompente sfuggiva agli stessi organizzatori della manifestazione.
Grande fu l’impressione che suscitò nella capitale il lungo corteo di agricoltori coi canti, i prodotti, i colori, gli animali e i mezzi meccanici delle mille campagne italiane. Si affacciarono alle finestre e scesero in strada a salutarli centinaia di romani, che da quel mondo e dalle più disperse contrade, anche in anni recentissimi, erano giunti per occupare un posto di lavoro negli uffici pubblici.
Si fecero vedere anche gli studenti, che a febbraio avevano occupato la Facoltà di Architettura e si erano scontrati con la polizia a Valle Giulia. Distribuirono ai coltivatori volantini che contenevano parole d’ordine inneggianti alla socializzazione della terra; ma non già perché volessero trasferire nelle campagne italiane il modello collettivistico esistente in Unione sovietica. I movimenti studenteschi erano, infatti, fortemente critici con l’autoritarismo e la restrizione delle libertà individuali che caratterizzavano i Paesi comunisti. E non era a quel modello che essi guardavano nel formulare i loro slogan per la manifestazione contadina. Era piuttosto la lettura dei rappresentanti della Scuola di Francoforte ad influenzarli. In particolare, un loro esponente di spicco, Theodor Adorno, considerava la famiglia contadina e il villaggio come contesti intrinsecamente incapaci di favorire l’emancipazione e la sprovincializzazione degli individui . Sicché per gli studenti solo un intervento esterno e una forma socializzante, come appunto la comune, avrebbero potuto permettere di superare i limiti delle forme di vita borghigiane e rurali.
Era un modo per ribadire la presa di distanza dalla società tradizionale e dalle sue forme sociali autoritarie, ma anche per evidenziare il significato emancipante e liberatorio della cultura e della formazione insiti nella loro scelta di frequentare l’università. E i contadini, venuti a Roma a manifestare, seppero cogliere quell’ansia di libertà e perciò dimostrarono nei loro confronti affetto e simpatia.
Del resto, tale ansia aveva molto a che fare con l’assillo dell’autonomia che permeava la cultura contadina più profonda . Nei valori dell’individualità, dell’autonomia e della libertà, al di là dei contenuti specifici degli slogan utilizzati, avrebbero dunque potuto esserci i termini per saldare le ragioni più intime degli uni e degli altri, ma nessuno seppe trovare il modo per farlo.
Sul periodico dell’Alleanza, il vicepresidente Gaetano Di Marino aveva richiamato l’interesse dell’organizzazione sulle novità di cui il movimento degli studenti era portatore e le grandi opportunità che si aprivano per il progresso delle campagne nel momento in cui erano posti al centro dell’attenzione i temi dell’istruzione e della conoscenza . Ma dopo la manifestazione di luglio scrisse una nota critica, dal titolo polemico Non prestiamo tribune. «I gruppi studenteschi – denunciava – non hanno sollevato i temi della riforma dell’università, su cui si poteva fare un dibattito, […] hanno invece preteso di indicare una strategia e una politica agraria del tutto nuova e opposta a quella che faticosamente e autonomamente il movimento contadino è venuto elaborando» .
Fu un’occasione mancata per costruire movimenti intergenerazionali duraturi e profondi, che nelle campagne italiane si ripeterà ancora una volta nel 1977 con i moti giovanili per utilizzare le terre incolte e mal coltivate e promuovere cooperative agricole .
La riluttanza dei dirigenti dell’Alleanza a dialogare a tutto campo coi movimenti giovanili era il riflesso di una più generale incapacità della sinistra di offrire una sponda alla domanda di cambiamento, che le nuove generazioni esprimevano. Una domanda che, qualora fosse stata letta attentamente, si sarebbe potuta incanalare, finalmente con un consenso molto più ampio, verso quella rivoluzione liberale mai avvenuta nel nostro Paese e che poteva virtuosamente integrarsi con la visione olivettiana dell’approccio allo sviluppo mediante lo studio di comunità e l’associazionismo diffuso. Un’aspirazione storica che richiamava antichi intrecci valoriali tra primato della persona, forme libere di gestione dei beni comuni e scambi fondati su relazioni di mutuo aiuto e reciprocità. Valori che erano stati eclissati e in parte distrutti dalle culture stataliste, nazionaliste e autarchiche, fondamentalmente illiberali e autoritarie, ma anche da quelle visioni industrialiste e operaiste che riducevano le dinamiche sociali al conflitto tra capitale e lavoro.
L’originalità della riflessione di Sereni
In realtà, il tentativo di cucire un rapporto tra i movimenti contadini e i movimenti studenteschi fu espletato dal presidente dell’Alleanza, Sereni, che avviò senza fortuna un’elaborazione culturale e politica di tale incontro. Egli era una personalità di enorme talento, capace di vedere lontano rispetto al suo tempo e dotato di una cultura che pochi in quel momento storico in Italia possedevano. Insieme al greco e al latino, leggeva e parlava, spesso correntemente, numerose lingue. A parte l’ebraico e l’aramaico, la cui conoscenza gli derivava dalla sua primitiva passione per il sionismo, conosceva l’inglese, il tedesco, il francese, il russo, il giapponese e poi via via lingue sempre più insolite. Egli possedeva conoscenze approfondite su una molteplicità di argomenti, dalla linguistica all’archeologia, dalla storia antica fino alle più recenti acquisizioni dell’informatica, della scienza e così via. Questo bagaglio di conoscenze aveva permesso a Sereni di prendere coscienza che alcune modificazioni fondamentali erano in corso dopo la tumultuosa modernizzazione degli anni Cinquanta.
Di particolare importanza per comprendere alcune sue grandi intuizioni rispetto al nuovo che stava avanzando, sono i saggi che egli scrisse nel 1968 sulla rivista Critica marxista, di cui era direttore . In questi scritti egli invitava la sinistra a cogliere le novità che si intravedevano nelle lotte studentesche e ad aprire una riflessione critica e autocritica per adeguare le proprie strategie. Sereni individuava nella contestazione degli studenti, prima ancora di una ripulsa del sistema sociale, un rifiuto della collocazione che i primi sviluppi della rivoluzione scientifico-tecnologica assegnava a studenti e ricercatori nell’ambito dei sistemi informatici e della scienza. Coglieva nelle inusitate forme di lotta dei contadini (latte rovesciato per le strade, lancio di pomodori e altri ortaggi verso le autorità, ecc.) non già lo scadimento verso forme qualunquiste, primitive o anarchiche ma elementi di analogia con le forme di lotta degli studenti. Naturalmente, non ne traeva affatto la conclusione che i contadini e gli studenti si fossero d’un tratto trasformati in forze rivoluzionarie. Ma riteneva che entrambe queste forze sociali reagivano inconsapevolmente agli effetti di una novità sconvolgente: la rivoluzione scientifico-tecnologica che si era appena avviata veniva ad incidere direttamente nei rapporti produttivi, aprendo sicuramente opportunità enormi di libertà e di progresso per tutti, ma a condizione che tutti vi potessero accedere. E coglieva, dunque, il dischiudersi di una dialettica nuova che avrebbe potuto preludere il superamento di una società divisa in classi e l’affermarsi del protagonismo di un mondo che stava per passare dal regno della necessità a quello della libertà.
Sereni, in sostanza, poneva la questione della scienza come forza direttamente produttiva. Come ha osservato Franco Cazzola , «questa non era una cosa scontata in quegli anni». «Da marxista “ortodosso” – rileva lo storico – Sereni impostava la questione della conoscenza come sovrastruttura, che però nelle nuove condizioni poteva diventare forza direttamente produttiva». Egli usciva così dalla sua ortodossia perché aveva già percepito come la rapidità della comunicazione e l’aumento esponenziale della capacità di calcolo nei processi informatici erano forze capaci di avere un impatto di grande rilievo sull’intera economia. Ma non solo: la sua biblioteca ospitava una serie numerosissima di libri e di studi sul tema dell’informatica . In opere precedenti, egli aveva sottolineato la volontà e la decisione della borghesia italiana postunitaria di fare subito le ferrovie, anche se esse costavano troppo, anche se erano fatte male, anche se erano economicamente inefficienti . Puntare sulla velocità di comunicazione era una scelta della borghesia risorgimentale che – per Sereni - presentava molti punti di contatto con il rapido avvento della cibernetica e dell’informatica nella seconda metà del secolo XX.
Come ha sottolineato Giorgio Vecchio, Sereni fu capace di guardare oltre i meri dati della cronaca dei movimenti che si stavano sviluppando ed evitò di pronunciarsi sulla situazione contingente del ‘68 italiano. Mentre Giorgio Amendola accusava gli studenti di «rigurgito di infantilismo estremista» e, al contrario, Luigi Longo spronava il suo partito ad abbandonare la «difesa rigida, muro contro muro, senza nessuna apertura alla comprensione delle ragioni ed anche alla contestazione degli argomenti altrui», Sereni si distaccò dalla battaglia politica contingente per tentare di cogliere i caratteri comuni e le differenze tra tutti i movimenti giovanili di quel periodo che si esprimevano nelle diverse aree del pianeta . Nel suo intervento a Berlino al convegno scientifico internazionale che si svolse dal 2 al 4 maggio 1968 in occasione del 150° anniversario della nascita di Karl Marx, egli invitò a guardare «con attenzione, ma con comprensione e fiducia a questo moto delle giovani generazioni studentesche, apprendiste e pioniere di una scienza nuova che già diviene forza immediatamente produttiva».
Come si può notare da questi brevi cenni riguardanti la riflessione di Sereni sulle trasformazioni che stavano avvenendo nella società, ci troviamo dinanzi ad anticipazioni di grande rilevanza che i suoi contemporanei non seppero cogliere. Se si vanno ad esaminare gli esiti della ricerca storica sull’evoluzione del suo contributo teorico si avverte immediatamente questa incomprensione di fondo. In una ricostruzione storica dello sviluppo agricolo in Italia dal dopoguerra agli anni Settanta, Guido Fabiani ha sostenuto che sui temi di politica agraria «l’opera di Sereni si ferma ai primi anni Sessanta» , ignorando non solo il Nuovo saggio introduttivo alla edizione del 1968 de Il capitalismo nelle campagne e la relazione presentata nello stesso anno al convegno dell’Istituto Gramsci su Ricerca storica e ricerca economica: agricoltura e sviluppo del capitalismo e dedicata ai Problemi teorici e metodologici, ma soprattutto i due saggi pubblicati sulla rivista Critica marxista riguardanti la rivoluzione scientifica, l’informazione e i movimenti studenteschi. Anche nel saggio di Piero Di Siena, pubblicato su Studi storici (n. 3 del 1978) e intitolato Emilio Sereni e la questione agraria, sono del tutto ignorati lo sforzo di aggiornamento teorico e lo spirito anticipatore che impregnano la riflessione del presidente dell’Alleanza nella seconda metà degli anni Sessanta. La disamina di Di Siena è condotta con respiro ampio e lascia trasparire una conoscenza approfondita delle opere fondamentali di Sereni. Tuttavia, il saggio si conclude criticamente con la constatazione di «limiti e aporie, in particolare nell’ultima fase della sua attività politica e di ricerca» che l’autore ritiene «vadano addebitate alla difficoltà di tenere – a ridosso delle trasformazioni che investono il capitalismo italiano negli anni Sessanta - entro categorie teoriche, che a ben vedere sono interamente concluse entro il quadro terzinternazionalista, l’obiettivo tenacemente perseguito nell’indagine e nell’iniziativa politica di aprirsi alla analisi del “nuovo” che caratterizza i rapporti sociali e politici nelle campagne e nell’intera società italiana» .
Sarà Attilio Esposto a rilevare nella relazione intitolata Il contributo di Emilio Sereni alla definizione della politica agraria del Pci e presentata al convegno su Emilio Sereni e la questione agraria in Italia, svoltosi a Cascina nel 1981, che la «riassuntiva e anzi unica costrizione delle ricerche e delle analisi di Sereni» operata da Di Siena «in un “ordine terzinternazionalista”, appare – quanto meno – rivelatrice di approcci precostituiti, che qualche circostanza politica dell’attività di Sereni può anche solleticare, ma che non sono giustificati da esami rigorosi dei contenuti reali delle posizioni teoriche e politiche assunte dallo stesso Sereni nei vari e difficili momenti della sua attività».
Non sappiamo se Sereni - che conosceva il russo - avesse letto i Grundrisse di Karl Marx, editi per la prima volta a Mosca tra il 1939 e il 1941, quando Stalin pensava che non potessero più danneggiare il dominio dello Stato guida del socialismo basato sulla centralità della grande fabbrica. Fatto sta che - come ha ricordato recentemente Michele Mezza - «solo nel 1973 questi testi, che neanche Friedrich Engels lesse mai, saranno disponibili in inglese». In Italia furono tradotti per la prima volta proprio nel 1968 da Enzo Grillo per i tipi della casa editrice La Nuova Italia, diretta da Ernesto Codignola e successivamente dal figlio Tristano . In quelle pagine, Marx prefigura il superamento del conflitto capitale-lavoro, assumendo proprio il sapere come motore delle relazioni sociali: «la potenza produttiva dipende sempre più dallo stato generale della scienza e dal progresso della tecnologia e dall’applicazione di questa scienza alla produzione». Ma a Sereni già nel 1968 era perfettamente chiaro il ruolo fondamentale che stava assumendo nel mondo lo sviluppo dell’automazione e dell’informatica e, in generale, la scienza (intesa non solo come scienze fisiche e naturali, ma anche scienze economiche e sociali): un ruolo di forza immediatamente produttiva. Ed è per questo che in un convegno organizzato dall’Alleanza nel marzo del 1968, egli affermò senza mezzi termini che «problemi come quelli dell’istruzione, dell’educazione, dell’università, delle lotte degli universitari non possiamo e non dobbiamo considerarli in quanto Alleanza nazionale dei contadini, o in quanto organizzazioni democratiche dei contadini, come delle lotte alle quali noi prestiamo il nostro appoggio perché lotte democratiche e progressive, ma che in fondo, non ci riguardano; noi dobbiamo acquistare sempre più matura coscienza che la nostra lotta, la lotta delle masse contadine italiane, le lotte degli studenti come tutte le lotte democratiche e progressive delle masse lavoratrici, sono lotte nostre, parte di un’unica grande lotta perché tutte le immense possibilità che la seconda rivoluzione scientifico-tecnologica apre di fronte all’umanità possono diventare una realtà, non soltanto per ristretti gruppi di privilegiati e di sfruttatori, ma per quelle masse contadine che a tutt’oggi costituiscono, nel nostro Paese, una parte così importante della popolazione e che costituiscono la massa decisiva della popolazione del mondo intiero» .
Al di là di qualche politico illuminato come Sereni, rimasto incompreso e isolato, la sinistra italiana degli anni ‘60 ignorò completamente quel fenomeno di intraprendenza competitiva che si sprigionò sulla scena planetaria e si chiamerà Silicon Valley, accompagnando la transizione dal free spech al free software. Un fenomeno che mise in marcia in Occidente una riformattazione della politica e delle tecniche della comunicazione persuasiva. Eppure era lo spirito del ‘68 ad animare i precursori di Internet della Silicon Valley, in un rimpallo fra le intuizioni di Adriano Olivetti, che pensava a un sistema informatico direttamente disponibile per gli utenti finali, scavalcando i grandi mediatori industriali, e quella congerie di giovani scanzonati e appassionati che nelle università californiane cercavano strade per sottrarsi al controllo del potere centrale. Ma, in Italia, le antenne della politica e della cultura non riuscirono a intercettare quel possente processo di riorganizzazione delle forme di vita che fu allora l’insorgere della tecnologia digitale distribuita. E ancora oggi la politica e la cultura in Italia sono per lo più incapaci di cogliere la straordinaria attualità di personalità di spicco come Olivetti e Sereni, da considerare per questo come “intellettuali postumi” .
Come ha acutamente rilevato Giuseppe Prestipino, nella riflessione di Sereni sul Sessantotto si avverte un senso profondo di insoddisfazione per «le situazioni di resistenza culturale e istituzionale» alle nuove tendenze indotte dai «progressi impetuosi della rivoluzione scientifica e tecnologica» .
Forse a questo disagio esistenziale si deve il suo distacco dalla politica per concentrare, negli ultimi anni della sua vita, il suo impegno quasi esclusivamente agli studi storici. Sua figlia Clara, che nel Sessantotto aveva fatto le sue prime esperienze politiche nelle università occupate, ha scritto: «Attorno a lui il mondo intero, inesorabilmente, cambiava: per inciampi, per evoluzione, per catastrofi. Non ammise mai di aver smesso di credere: non nel ’56, quando l’Ungheria fu invasa e l’obbedienza significò allontanamenti e cesure; non nel ’67, quando la guerra in Medio Oriente gli deflagrò dentro, e scelse le ragioni del Partito negandosi a quelle degli affetti; non nel ’68, quando anche in casa le passioni del comunismo si delinearono diverse, e intanto i carri armati occupavano Praga. Non lo ammise mai, forse perché nessuno affrontò il disagio di chiederglielo: stupiti del suo progressivo ammutolire tutti, perfino i compagni che gli erano stati più vicini, senza domande si ritrassero, per rispetto e per opportunità» . Forse a tormentare Sereni e a rinchiuderlo in un ricercato silenzio non era tanto il consumarsi di una visione ideologica e di un’adesione cieca al blocco sovietico, quanto invece il senso di profonda incomprensione - che avvertiva intorno a sé, finanche in famiglia - per le sue intuizioni visionarie dei processi che sarebbero avvenuti di lì a pochi anni e di cui nessuno parve interessato.
Alle prese con gli interrogativi posti dall’intelligenza artificiale, oggi possiamo cogliere in tutta la sua pregnanza il significato profondo di quelle affermazioni di Sereni. Su cui occorrerebbe aprire una seria riflessione.
Il ‘68 delle campagne: il lungo autunno
Intanto, intrecciate al dibattito culturale e politico, le manifestazioni contadine continuano. Memorabile è rimasta la forte e coesa mobilitazione che si sviluppò sulle strade di Asti, dentro e fuori la città, in cinque “giornate di lotta” con l’impiego di migliaia di trattori.
Dopo l’ennesima disastrosa grandinata che quasi ogni anno colpiva i vigneti del Monferrato e delle Langhe, nell’estate del 1968, si avvertì con maggiore acutezza l’esigenza di battersi per ottenere un fondo di solidarietà per fronteggiare la falcidie dei redditi dei viticoltori.
Per tentare di spegnere la protesta venne impiegato lo schieramento delle forze di polizia in assetto antisommossa la cui imponenza era del tutto ingiustificata. La radicalità dei comportamenti e l’atteggiamento repressivo della polizia erano un tratto comune di tutte le azioni di lotta che in quel periodo si misero in scena nelle città e nelle campagne.
La lotta dei viticoltori di Asti è stata raccontata da Oddino Bo, all’epoca dei fatti dirigente dell’Alleanza e parlamentare del Pci, in un volume collettaneo dedicato all’esame delle ricadute del ‘68 nella realtà provinciale di Asti. Da sottolineare è il comportamento ondivago mostrato dalla Coldiretti, costretta dalla propria base a mobilitarsi, ma restia a partecipare ad iniziative unitarie con l’Alleanza. Una delle cinque “giornate di lotta” (quella del 30 ottobre) fu indetta dalla “Bonomiana” che aveva dato vita ad un proprio comitato di agitazione. Ma il coordinamento unitario, che si era precedentemente costituito, non si dette per vinto e fece convergere i propri aderenti lo stesso giorno e nella medesima località indicati dalla Coldiretti. Ne venne fuori, sotto una pioggia scrosciante, un lungo corteo, che però era diviso a metà, con due tronconi distanziati di un metro, uno promosso dalla Coldiretti e l’altro dal coordinamento unitario. Alla fine si fecero due comizi separati, ma i coltivatori li ascoltarono entrambi.
Anche in Basilicata il ‘68 si caratterizzò come movimento fortemente connotato di elementi rurali. Ad Avigliano, i contadini di Frusci e di altre frazioni vicine avevano, infatti, occupato nel 1967 il bosco di Montecaruso per impedire che il principe Doria lo vendesse ad imprese private . Li guidava Elio Altamura, un dirigente dell’Alleanza, che spronò i convenuti dicendo: «Vi dovete togliere il vizio della coppola!». Nel linguaggio popolare lucano, al termine “vizio” non si attribuisce il significato opposto di “virtù”. “Vizio” è piuttosto sinonimo di “abitudine”. I contadini di Frusci, e non solo, da sempre ripetevano il gesto di togliersi il copricapo, sia quando volevano essere cortesi nei confronti di un’altra persona, sia in segno di sottomissione. Memore della lezione di Di Vittorio sulla “coppola”, Altamura spiegò la differenza tra soggezione e subalternità da una parte, civismo e buona educazione dall’altra.
In quella occasione, venne maturando tra i contadini fruscesi una diversa nozione di uso civico del bosco. L’acqua, la legna, il pascolo non potevano essere più gli approdi per la sopravvivenza. Con il confronto e l’approfondimento politico prendeva forma una moderna sensibilità verso le “proprietà collettive” che costituiscono beni e diritti inalienabili, indivisibili, inusucapibili, imprescrittibili. Il loro uso non può essere per alcuna ragione modificato. Sono diritti reali di cui i residenti godono da tempi immemorabili e continueranno a godere per sempre ma in comune – cioè senza divisione per quote – per ritrarre dalla terra le utilità essenziali per la vita . Quella lotta si era conclusa con l’acquisto del bosco da parte del Demanio Forestale dello Stato.
Di quell’episodio di lotta contadina e di altri movimenti che si svilupparono nelle campagne lucane in quel periodo si tenne conto quando fu lanciato il 13 ottobre 1968, dal comitato federale di Potenza, allargato a tutti i segretari di sezione, il “Piano di lotte” del Pci . La battaglia per la riforma dei contratti agrari, il fondo di solidarietà contro le calamità atmosferiche, la riforma del sistema pensionistico, lo sviluppo dell’irrigazione, i piani di sviluppo zonale, si saldava alla lotta contro le gabbie salariali e per il controllo democratico del collocamento, la gratuità della scuola dell’obbligo e i servizi reali al sistema scolastico. Era, infatti, nato un movimento unitario e diffuso sul territorio, che vedeva protagonisti l’Alleanza, diretta, oltre che dal citato Altamura, da Laus, Fortannascere, Giannace, Vilonna, D’Imperio e Moscarelli, i sindacati locali, le amministrazioni comunali e gli studenti . Un movimento che andava oltre le piattaforme di lotta nazionali dei sindacati. Accanto agli obiettivi delle riforme sociali, esso poneva il tema dello sviluppo diffuso sul territorio. Ed era sostenuto da nuovi protagonisti che entravano in scena, come i gruppi di preti e laici del dissenso cattolico in contrasto con la Dc locale. Tale presenza coinvolgeva pienamente le campagne dove il cristianesimo aveva rappresentato non solo un elemento di oppressione dei ceti contadini per i legami che tenevano insieme la Chiesa e i potenti, ma anche un elemento di coesione, in ragione di una diffusa religiosità popolare che si caratterizzava anche per i segni evidenti di ripulsa nei confronti dei ricchi e, dunque, anche dei vescovi e dei preti.
Le forze politiche di sinistra e i sindacati non riuscivano a star dietro a un movimento che non si identificava con le rivendicazioni dei soli lavoratori dipendenti e dei soli occupati e che si svilupperà fino al febbraio 1970, diventando movimento di popolo e ponendo con forza l’esigenza di un diverso sviluppo.
Infine, una forte emozione suscitarono i fatti di Avola, in provincia di Siracusa, dove il 2 dicembre due braccianti, Angelo Sigona e Giuseppe Scibilia, furono uccisi e altri cinquanta feriti dalla polizia. Scioperavano per ottenere che i miseri salari agricoli fossero almeno eguali all’interno della provincia. Ebbe molta eco nell’opinione pubblica l’uso immotivato delle armi su folle di contadini inermi. Insomma, si ripeteva quel moto spontaneo di solidarietà che avevano suscitato gli eccidi perpetrati dalla polizia in occasione delle occupazioni delle terre nel secondo Dopoguerra.
Sin dal mese di settembre erano cominciati i primi scioperi, sfociati, il 24 novembre, nella proclamazione dello sciopero generale dei braccianti di tutta la provincia siracusana. La lotta era poi proseguita fino al 30 novembre senza che i datori di lavoro accettassero di trattare.
Le cronache di quelle giornate sono riportate in un libro molto documentato che reca una illuminante introduzione di Giuseppe Giarrizzo. Lo storico siciliano sostiene che lo scontro sia stato voluto per anticipare scelte maturate in settori decisivi dell’apparato statale e della classe politica italiana, incapaci di fronteggiare l’emergente conflitto sociale con politiche di riforme.
Tornando a riflettere su quell’evento, anche Egidio Greco, all’epoca dei fatti segretario regionale della Federbraccianti siciliana, si chiede: «Era cominciata la strategia della tensione? Si voleva impedire che il movimento del Sessantotto si allargasse alle campagne e si saldasse con l’autunno caldo delle lotte operaie? Pensando alla natura qualificante della vertenza, credo proprio di sì» . Interrogativi importanti che tuttavia non colgono le ragioni più profonde, i fili che collegano permanenze e cesure antiche e nuove domande di soggettività e di relazioni paritarie fondate sull’aiuto reciproco.
Le “rivolte” rurali del 1969
La mobilitazione delle popolazioni rurali continuò anche nel 1969, alcune con caratteristiche diverse da quelle fin qui esaminate, ma rientranti comunque in quella che Guido Crainz ha definito «la stagione dei movimenti collettivi» che si dispiegò nel «complesso rimescolarsi della società italiana» .
A Fondi, nel Lazio meridionale, il 3 febbraio ebbe luogo una vera e propria rivolta popolare che portò al blocco dei binari ferroviari. All’arresto di alcuni dimostranti, da parte delle forze dell’ordine, si rispose con un assedio della locale caserma dei carabinieri sedato con idranti. Ne parla diffusamente lo storico Antonio Di Fazio in alcuni suoi lavori.
La motivazione della protesta veniva individuata dai gruppi dirigenti dell’epoca, genericamente, nella crisi dell’agrumicoltura che da qualche anno aveva colpito la Piana. Soprattutto le arance avevano subito un calo produttivo considerevole dovuto non solo e non tanto alle avversità atmosferiche, ma soprattutto ad una diffusa sfiducia dei produttori nel continuare a curare una coltura che non aveva più mercato. Si erano perduti gli sbocchi commerciali della Cecoslovacchia, della Polonia e della Germania Orientale e si subiva la concorrenza di qualità più pregiate - quali il tarocco e il sanguigno - esportate da altre zone d’Italia o di produzioni - offerte a costo inferiore - provenienti dalla Spagna, dalla Grecia e da Israele. Ma in realtà un diffuso disagio percorreva ogni piega della società fondiana.
La crisi agrumicola non era altro che la punta dell’iceberg di un malessere sociale più generale che, come abbiamo visto, era dovuto alle scelte industrialiste, all’abbandono della manutenzione del territorio e di una visione olistica dello sviluppo. Quelle scelte sbagliate avevano indebolito le competenze agronomiche ed economico-agrarie necessarie per accompagnare gli agricoltori nelle sfide che la Rivoluzione verde e l’apertura dei mercati stavano ponendo.
Anche a Battipaglia, il 9 e il 10 aprile ci fu una rivolta e anche lì i contemporanei ne attribuirono la causa esclusivamente alla crisi dell’industria conserviera dell’area e alla chiusura di uno zuccherificio e di un tabacchificio. Per la prima volta, la sinistra sindacale e politica si trovò fuori dal movimento e fatta oggetto di contestazione, come accadrà a Reggio Calabria e a L’Aquila di lì a poco. La protesta trascese in episodi di ribellismo. La polizia reagì con l’impiego delle armi da fuoco. Rimasero sul campo due morti, un operaio e una maestra colpita con un proiettile vagante mentre era affacciata alla finestra.
In Sardegna, il 23 giugno si concluse male la lotta di decine di pastori e lavoratori agricoli, sostenuti dalle organizzazioni sindacali e politiche e dall’intera popolazione di Orgosolo. Volevano scongiurare l’utilizzo dei pascoli di montagna della Barbagia per le esercitazioni di tiro e per il campo estivo della “Brigata Trieste”. Dopo diverse giornate di occupazione simbolica delle campagne di Pratobello con circa quarantamila pecore e capre, le forze dell’ordine effettuarono lo sgombero degli occupanti con scontri violenti .
Nei mesi successivi, a Olbia, si dette vita a un blocco ferroviario nell’ambito degli scioperi per l’abolizione delle zone salariali. Le lotte bracciantili che si svilupparono in quasi tutto il Paese contribuirono in modo determinante alla conquista dello Statuto dei lavoratori nel 1970.
In Sicilia, dopo i fatti di Avola, si dipanò anche il movimento dei coltivatori affittuari, diretto dall’Alleanza e sostenuto dalla sinistra, che contribuì a conquistare nel 1971 la riforma degli affitti rustici.
Asti, Avigliano di Lucania, Avola, Fondi, Battipaglia, Olbia erano l’espressione di realtà in rapida crescita economica. Se erano esplose, l’esplosione non aveva origine nel mancato sviluppo, ma in uno sviluppo caotico, instabile, precario, irrispettoso, di ogni ordine e civile disciplina: l’occupazione prevalentemente stagionale, legata ai lavori agricoli o alle industrie alimentari; i contratti di salariato avventizio e di compartecipazione, aperti gli uni e gli altri a tutti gli arbitrî e alle continue violazioni degli accordi sindacali; le imprese, sia agricole che industriali per lo più piccole e medie, avvolte – chi più chi meno – nella rete della speculazione commerciale, della continua oscillazione dei prezzi, senza moderne organizzazioni di mercato in preda alle scadenze delle cambiali e ai frequenti fallimenti; l’edilizia in caotico accrescimento senza alcuna disciplina; la ricchezza privata tanto disegualmente distribuita da costituire un’offesa per tutti; e soprattutto una vita amministrativa e politica incapace di dar soluzione ai problemi di fondo di una società in sviluppo, di fare ordinatamente funzionare gli elementari servizi civili, dominata dalla innumerevole schiera dei piccoli mediatori politici, appartenenti ad ogni partito, interessati ad imprimere carattere clientelare a tutti i rapporti, compresi quelle che nascevano sul terreno del collocamento, della previdenza sociale, dell’azione sindacale.
Il lungo ciclo del ‘68 delle campagne fece emergere una domanda di cambiamento da parte di una pluralità di nuovi soggetti sorti a cavallo degli anni ‘50 e ‘60. Non solo imprenditori agricoli professionali e a tempo parziale, ma anche tecnici, professionisti, operai specializzati, artigiani vivevano nei territori rurali e chiedevano a gran voce forme di rappresentanza politica e sociale capaci di affrontare i nuovi termini dello sviluppo.
Ma né i partiti, né le organizzazioni sociali sapevano rispondere a questa domanda di rinnovamento adeguando la propria cultura politica, i propri programmi e le proprie strutture. Era soprattutto carente un’analisi delle modificazioni culturali, economiche, sociali avvenute nelle campagne; e ciò impediva di cogliere le interrelazioni tra i diversi settori produttivi, la pluralità dei soggetti sociali e i loro bisogni, le esigenze delle imprese agricole che producevano per il mercato e le potenzialità dell’agroalimentare nel promuovere lo sviluppo dei sistemi territoriali. Ma soprattutto non si comprendeva la funzione nuova, immediatamente produttiva, che svolgeva la scienza e che avrebbe richiesto il potenziamento del sistema della conoscenza e la connessione tra questo e i sistemi territoriali.
La nuova ruralità
Sulla base delle riflessioni riguardanti le cause sociali della rottura ecologica e i problemi ambientali, negli anni ‘70 incominciò a prendere forma spontaneamente una consapevolezza individuale e collettiva che si trasformò in nuove sensibilità, in nuovi stili di vita, in nuovi comportamenti. I figli e i nipoti di chi era fuggito nei decenni precedenti dalle campagne alla ricerca di condizioni socio-economiche più appaganti scoprivano che, a ricreare alcuni aspetti della società tradizionale fuori del suo contesto di miseria, le cose sarebbero potute andare meglio. Si trattò dell’avvio di un lento e costante sommovimento nella vita sociale che, nel tempo, ha dato vita a quel fenomeno – tipico dei paesi industrializzati – definito dagli studiosi «nuova ruralità».
C’è una data che simbolicamente potrebbe essere presa a riferimento per segnare l’inizio di quel fenomeno: il 22 aprile 1970 quando venti milioni di americani scesero in piazza in difesa dell’ambiente. Da allora quella è diventata la data in cui tutto il mondo festeggia la Giornata della Terra.
Lo sviluppo dell’agricoltura nei paesi occidentali aveva risolto finalmente il problema dell’autosufficienza alimentare di quelle popolazioni ma aveva al tempo stesso determinato gravi contraddizioni. L’attività umana che originariamente aveva dato vita ai primi insediamenti comunitari stanziali, si era trasformata in un’attività produttiva capace di erodere capitale sociale e ricchi patrimoni culturali, saperi secolari legati alla qualità dei cibi e alla custodia del territorio.
L’anno successivo il tema è ripreso da Paolo VI nella lettera apostolica Octogesima Adveniens: «L’uomo prende coscienza bruscamente… dello sfruttamento sconsiderato della natura, tanto da rischiare di distruggerla e di essere a sua volta vittima di siffatta degradazione». E insieme al degrado ambientale, Papa Montini parla del «contesto umano, che l’uomo non padroneggia più, creandosi così per il domani un ambiente che potrà essergli intollerabile». Riemergevano così, nel dibattito pubblico, temi e visioni che alla fine degli anni Cinquanta erano rimasti ai margini per far posto alle imperanti sensibilità industraliste e fordiste. Non a caso il rapporto intitolato I limiti dello sviluppo è commissionato al Massachusetts Institute of Technology (MIT) dal Club di Roma animato da Aurelio Peccei, ex partigiano e imprenditore, con esperienze manageriali nella Fiat e nell’Olivetti .
Nel Senato della Repubblica, grandi tecnici prestati alla politica affrontavano in termini inediti il problema del rapporto tra uomo e natura: Giuseppe Medici presiedeva la Conferenza nazionale delle acque, da cui emergeva l’allarme per la scarsità di tale risorsa, e Rossi-Doria redigeva la relazione conclusiva dell’indagine conoscitiva sui problemi della difesa del suolo in cui prospettava un grande progetto per la salvaguardia e la valorizzazione della montagna. In un discorso al Senato del 27 maggio 1971, il professore di Portici afferma: «Quando dico che l’impegno ecologico dovrà contemporaneamente essere assolto a diversi livelli, intendo sostanzialmente dire che non basta prevedere l’elaborazione e l’attuazione di un certo numero di specifiche politiche di conservazione e difesa dell’ambiente, di prevenzione e riduzione degli inquinamenti. Occorre, infatti, andare bene al di là di questi interventi diretti perché i più solidi risultati si possono ottenere solo ripensando sistematicamente in chiave ecologica tutti i piani e gli atti nei quali si articola lo sviluppo economico e civile del paese, riformulando, alla luce delle esigenze ecologiche, tutte le politiche di settore nelle quali si esprime la politica generale dello Stato» .
Giungevano dagli Stati Uniti le idee dei movimenti che avevano sostenuto il programma di ricostruzione ecologica, culminato nel Wildlife Restoration Act del 1937, col quale l’amministrazione Roosevelt aveva ritenuto di riparare a una politica d’indifferenza verso lo stato di conservazione della natura, e in particolare delle acque e delle foreste. Idee che si erano rafforzate con il principio di responsabilità di cui aveva parlato Hans Jonas, allievo di Heidegger e sostenitore dell’esigenza di porre dei limiti alla nostra libertà, di coltivare un’etica dei valori in modo tale che ogni individuo potesse agire nel rispetto di se stesso e degli altri, non sottovalutando l’ambiente nel quale viveva l’uomo .
Alcuni avvertivano l’esigenza di integrare tali apporti culturali di stampo anglosassone con la nostra cultura tecnico-scientifica, agronomica ed economico-agraria, che da tempo si cimentava, mediante un approccio aperto ad altre discipline, come la sociologia e le scienze dell’educazione, nell’accompagnare i processi di modernizzazione per prevenire i fenomeni negativi con cui si era manifestata la crisi ecologica. Un filone culturale combattuto, ridimensionato e ostacolato dalle forze dominanti, benché fosse erede di una lunga tradizione millenaria attenta a coniugare in modo equilibrato le ragioni produttivistiche dell’agricoltura, le ragioni conservative delle risorse naturali e i valori comunitari e solidaristici della civiltà agraria, non avversa alle innovazioni tecnologiche, ma decisiva per la configurazione di modelli-tipologie di sviluppo ecologicamente armoniche. Ma ancora oggi questa ricucitura culturale non è avvenuta per poter avviare seriamente un ripensamento delle nostre idee di sviluppo e rimarginare la frattura ecologica che si produsse tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso.
Con il nuovo Millennio, sono emersi, nelle aree rurali, problemi di enorme complessità. Innanzitutto, il declino demografico, con il forte calo delle nascite, l’invecchiamento della popolazione e la progressiva assenza di successori nella gestione delle aziende agricole. L’abbandono delle aree interne ha raggiunto livelli critici, a fronte di una continua crescita della concentrazione urbana. Il cambiamento climatico ha impatti già visibili come l’innalzamento delle temperature, che stimolano migrazioni da Sud a Nord e potrebbero indurre in futuro flussi verticali stagionali tra aree costiere e metropolitane e aree interne.
Infine, l’intelligenza artificiale prefigura un futuro denso di importanti innovazioni nell’agricoltura, nell’istruzione, nella cultura, nel campo medico. Ma ci sono anche rischi da non sottovalutare. Ne parla diffusamente l’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV. Si tratta principalmente del rischio della disumanizzazione.
Le agricolture multifunzionali, emerse con la nuova ruralità, potrebbero giocare un ruolo decisivo per affrontare le le nuove sfide.
La vera posta in gioco del progetto tecno-umanista dei magnati del digitale non è tanto l’egemonia sui mercati o sui governi, quanto la colonizzazione dell’interiore: quella capacità di interrogarsi, di abitare l’incertezza senza dissolverla prematuramente, che costituisce il nucleo irriducibile di ogni esperienza democratica degna di questo nome.
Le agricolture delle aree interne potrebbero proporsi come percorsi innovativi per fornire servizi a tutti, dall’infanzia agli anziani, dalle comunità rurali alle comunità urbane al fine di “restare umani”. Un’offerta da promuovere con azioni che dovrebbero entrare nelle strategie delle reti di imprese e componenti della società civile.
Eredi di un millenario umanesimo rurale, gli agricoltori multifunzionali potrebbero contribuire a quel necessario processo di umanizzazione del salto tecnologico in atto. Si tratta di organizzare: a) servizi per l’invecchiamento attivo, aperti anche agli anziani provenienti dalle aree urbane, alimentando flussi stagionali; b) servizi e iniziative a supporto delle famiglie per agevolare la natalità; c) spazi e attività fisiche per recuperare la relazionalità umana contro la disumanizzazione digitale; d) progetti di prima accoglienza di migranti extra-UE che si trasferiscono nei comuni interni, incentrati sull’apprendimento della lingua italiana e sulla condivisione dei valori e dei doveri costituzionali.
Mettendo in relazione territori metropolitani e quelli di montagna, si potrebbe dar vita a gemellaggi tra istituzioni locali, organizzazioni di rappresentanza ed enti di terzo settore, alle grandi reti del futuro.
In Capitanata è già nata la Rete SPAC, un modello di governance civica basato su trasparenza, partecipazione strutturata e intelligenza collettiva. Nelle campagne, attraversate da una crisi di senso, si ipotizzano nuove vie da sperimentare. In un articolo pubblicato su Substack, il 20 settembre 2026, e intitolato Prima di cucire il vestito della Politica Agricola, siamo sicuri di conoscere davvero il corpo che dobbiamo vestire?, Matteo Bartolini invita a riflettere sulle cause della crisi che attraversa l’agricoltura e propone la creazione di filiere civili che mettano insieme produttori, trasformatori e distributori legandoli sulla base di convenienze reciproche e sull’interesse comune a promuovere economie, che producano non solo PIL, ma anche Ben-essere. Filiere civili che vadano oltre quelle locali e che si estendano su aree più vaste.
Riflettendo sul lungo ‘68, che segnò anche il passaggio dall’antica alla nuova ruralità, si potrebbero meglio le nuove strade da percorrere nel futuro che si apre. L’intelligenza artificiale apre interrogativi che, in parte, già Adriano Olivetti ed Emilio Sereni si erano posti. E a cui ancora oggi non riusciamo a rispondere.
In apertura, foto di Olio Officina