Disuniti e perdenti. È questo il destino degli oleari, considerando che non vi è mai una visione comune e davvero condivisa. In Italia, poi, siamo maestri nel restare in un eterno stato di contrapposizione. Gli olivicoltori contro i frantoiani, quest’ultimi contro le aziende di marca, queste poi contro la Gdo, ma in realtà i conflitti sono presenti pure all’interno delle stesse rappresentanze. Figurarsi l’idea di prospettare una unità di intenti tra Paesi per agire insieme a vantaggio di un incremento delle quote di consumo. Eppure, è la sola strada da seguire se si ha intenzione di attuare una svolta decisiva per il settore, ma niente, non è possibile.
Tra coloro che costantemente mi chiamano per cercare di far qualcosa e agire, c’è in particolare un olivicoltore, Angelo Guarini, proprietario dell’azienda Difesa di Malta, 140mila olivi e tanta speranza, ma le sue aspettative sono presto deluse. Lui punterebbe a un’Unione dei Paesi del Mediterraneo, ma come si fa a mettere tutti d’accordo? Impossibile.
Io in realtà - pur essendo un inguaribile realista, e come tale convinto che non ci sia molto da sperare - ritengo che si debba puntare oltre, a un traguardo molto più improbabile, ma che si rivelerebbe la soluzione perfetta, mirando addirittura alla creazione di una sorta di Stati Uniti dell’olio - nulla a che vedere con il Coi, il Consiglio oleicolo internazionale, per intenderci, la cui realtà dovrebbe invece mantenere il proprio ambito prettamente istituzionale – immagino insomma qualcosa che unisca le imprese transnazionali per una alleanza commerciale strategica.
Gli Stati Uniti dell’olio non si faranno mai, credetemi, e chi mi legge sa bene che sto solo sprecando tempo, in questa assurda ipotesi, ma, come potete ben immaginare, sognare è ancora lecito, e poi, si sa, il sogno può anche essere l’occasione per riflettere sulle responsabilità di un settore che sta investendo male, in maniera non organica, senza coordinarsi, e, soprattutto, senza mettere in atto strategie funzionali al lancio in grande stile del prodotto, a pieno beneficio della qualità dei consumi, delle ricadute positive sui consumatori e sugli stessi attori della filiera, i quali, a partire da un olio giustamente definito functional food, ne trarrebbero invece un grande ed enorme, ancorché lecito, vantaggio economico.
Ciò che è certo, è che ad oggi nessuno fa nulla, permanendo lo stato delle cose senza nemmeno l’intenzione di cambiare. Restano i prezzi che non rendono giustizia rispetto al valore potenziale del prodotto e all’impegno profuso per ottenerlo, proprio mentre il valore percepito, non coincidendo con il vero valore della materia prima, ormai declassata a commodity, mette alle strette chi produce con il rischio di assistere a un grande flop e al progressivo abbandono della coltivazione, nonostante il tentativo di modernizzare l’olivicoltura con impianti di olivi a parete.
Altro che Stati Uniti dell’olio, basterebbero delle essenziali e accorte politiche di consumo per mirare a una svolta storica. Basterebbe puntare a far consumare pochi grammi in più all’intera popolazione mondiale per contribuire a rivoluzionare il comparto produttivo. Con adeguate e mirate politiche di consumo, non basterebbero gli olivi per soddisfare le esigenze di prodotto – pensate un po’. Ma tutte queste mie considerazioni – e lo ripeto, a scanso di equivoci - si nutrono della ferrea consapevolezza che nulla mai si farà, e che il mercato dell’olio da olive si delineerà come si è sempre fatto, alla stessa stregua.
“Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”, sosteneva Tancredi Falconeri, il nipote del principe Fabrizio Salina, nel romanzo Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Si prefigura il finto cambiamento, affinché tutto resti come è sempre stato. E così è.
In apertura, olivi. Da una iniziativa di Olio Officina Festival a Genova, nel 2025, in collaborazione con l'agronoma Angela Canale. la foto è di Francesca Binda per Olio Officina