Stare dietro al settore dell’olio non è affatto semplice. Il più delle volte si entra nella sfera del grottesco (quasi sempre, per la verità). Finché il mercato non vive uno stato di crisi, silenzio generale. Quando tuttavia non si vende l’olio, e il mercato non lo vuole nemmeno a prezzi stracciati, allora iniziano le battaglie populistiche con le discese in campo, fino a sconfinare nel ridicolo.
Si cerca sempre un nemico, un capro espiatorio, quando non si vogliono ammettere i propri fallimenti gestionali. Quelli che si credono puri, si strappano subito le vesti, platealmente, inventandosi di tutto, pur di parlare alla pancia degli operatori sfiduciati e spaventati.
E allora ecco le pressioni politiche per introdurre nuovi e maggiori controlli (come se non bastassero quelli già esistenti, con i troppi organismi che entrano in competizione tra loro pur di giustificare la propria esistenza in vita, cannibalizzandosi a vicenda, nel caos generale), e poi c'è tanta, ma davvero tanta burocrazia, la si genera ogniqualvolta si intende far colpo sul proprio pubblico, tanto, cosa importa? A pagarne il prezzo sono le stesse aziende che costituiscono il proprio pubblico di riferimento. Tutto sulla pelle degli imprenditori.
E così si inventano circolari ministeriali a comando, pensando che queste possano avere più valore delle stesse leggi italiane e dell'Unione europea. E quando poi c’è un ministro totalmente sottomesso come Lollobrigida, banalmente inconsistente, ma senza dubbio il più adatto a rappresentare il vuoto penumatico del pensiero, allora i risultati sì che arrivano, ma peccato che siano tutti negativi.
Il fatto è che con queste campagne di demonizzazione, con i sentimenti di paura che si instillano e le ostilità spacciate per la buona novella, si rovina brutalmente la reputazione del prodotto, come pure quella delle stesse aziende. Si creano attriti inutili, tra i vari componenti della filiera, e, visto che al peggio non c’è mai fine, si allontano pure i consumatori, sopraffatti dal senso generale di sfiducia infuso dalle tante comunicazioni terrorizzanti che, paradosslamente, tanti media riportano pedestremente, senza mai sentire le controparti.
Questa - che vi piaccia o meno - è l’Italia olivicola e olearia. Siamo un Paese senza più speranze. Un Paese che tenta di sopravvivere a forza di contrapposizioni tra le parti (salvo poi auspicare nei convegni più sinergia e coesione).
Mi sembra un settore, quello dell'olivo e dell'olio, infantile, mal espresso e capriccioso, dove c’è il bullo che prevarica sui buoni e i buoni che tacciono per non esacerbare ulteriormente gli animi, e soprattutto attenti a non subire contraccolpi da parte di un sistema istituzionale malato, capace di colpi bassi su comando.
Se c’è speranza per il futuro? Di questo passo, ci penseranno direttamente gli spagnoli a gestire i rapporti commerciali con i punti vendita della Grande distribuzione in Italia. Sostituiranno i nostri storici brand (già in parte lo fanno, mantenendo la sola italianità del nome).
Noi, per carità, avremo comunque i nostri spazi: cureremo orgogliosi la nicchia, attraverso la vendita porta a porta, contattando gli amici e gli amici degli amici, anche perché il Km 0 del made in Italy, si sa, è il nostro vessillo da esibire, ed è tutto ciò che ci rimarrà d'ora innanzi.
Il resto lo diranno gli altri, compresi i paesi produttori emergenti.
In apertura, particolare di un'opera esposta nella mostra "Museo della follia", Lucca, aprile 2019. Foto di Olio Officina