Che non si venda l’olio extra vergine di oliva non è una buona notizia. La preoccupazione è concreta, ma occorre usare l’ingegno per uscire da uno stato di crisi. Adesso, anno 2026, questa crisi ha raggiunto limiti estremi, ma di fatto, lo sappiamo bene, anche se non lo si ammetterà mai, questa condizione di crisi è strutturale alla filiera.

Si pagano, a caro prezzo, le conseguenze di cattive gestioni del comparto. La legge del mercato, si sa, è implacabile, ma noi ci mettiamo del nostro nel complicare la realtà.

L’olio extra vergine di oliva ha progressivamente perduto il suo valore, e che sia diventato a pieno titolo una commodity è noto a tutti: è, anzi, una certezza assoluta. Fare battaglie puerili, di basso profilo, come sta accadendo in alcune piazze, non è un buon segnale, e non è nemmeno un atteggiamento da adulti, perché significa ammettere il proprio fallimento, l’incapacità di tener testa al mercato, l’assenza di managerialità.

Invocare, come più di qualcuno va sostenendo, l’aiuto dello Stato affinché acquisti l’olio per assegnarlo agli indigenti non è dignitoso, né per il comparto, né soprattutto per il prodotto: significherebbe ammettere la propria incompetenza.

Più di qualcuno dimentica che l’olio extra vergine di oliva è a tutti gli effetti considerato dalla scienza un functional food, e c’è perfino chi si spinge anche più in là, definendolo, seppure con la necessaria cautela, un nutraceutico. E allora? Come è possibile che un dono della natura così prezioso debba essere salvato dal mercato con gli aiuti di Stato. Siamo forse impazziti? C’è un vuoto culturale spaventoso, ma da chi si fa rappresentare il mondo della produzione?

Con tanto danaro elargito nel corso dei decenni cosa si è ricavato? 

Per uscire dallo stato di crisi permanente in cui versa il settore in Italia, anche le più lacerante delle crisi, occorre l’umiltà di chi riconosce errori e responsabilità commessi, come pure occorre aguzzare l’ingegno e inventarsi strategie, sperimentare e pure fallire, perché anche i fallimenti sono istruttivi.

Aprirsi a nuove prospettive, sempre. Questo è necessario fare. Azzardare soluzioni. E soprattutto progettare, pianificare, guardare avanti: in sostanza, ciò che non è mai stato fatto.

Chiedere l’elemosina di Stato - e lo sostengo con tutta sincerità - è da miserabili.

Non si esce dalle crisi se non si è all’altezza del compito e del ruolo cui si è chiamati.

Per me è tutta qui la lettura della crisi: in una mancanza, e anche in una sottrazione di danaro pubblico senza mai ottenere un briciolo di risultato.

In apertura, foto di Francesca Binda per Olio Officina