Il verdetto del New York New Jersey Stadium ha sancito una verità inequivocabile: la Spagna è campione del mondo 2026. Il gol decisivo di Ferran Torres ai supplementari contro l'Argentina e il dominio assoluto dei giovani iberici (con premi individuali a Pau Cubarsí e Rodri) non sono il frutto del caso, ma il punto d'arrivo di una pianificazione scientifica.
Mentre gli spagnoli festeggiano sul tetto del mondo, l'Italia del calcio osserva da spettatrice per la terza volta consecutiva. Questo trionfo convalida in modo quasi spietato l’analogia con la filiera dell'olio d'oliva italiano: due settori nazionali arroccati sulla presunzione del proprio blasone, surclassati da un modello iberico che ha saputo industrializzare, programmare e investire sul futuro.
La Spagna per il calcio
In Italia si discute ancora se sia il caso di far giocare i ventenni in Serie A, la Spagna vince il Mondiale schierando da titolari i frutti più freschi della propria "cantera". Il ct De La Fuente ha allenato nove undicesimi dei giocatori in campo per tutto il suo iter dagli under 15 all’under 21, per poi, la Federazione spagnola, decidere nel 2020 di affidargli la nazionale maggiore con i giocatori che lui aveva cresciuto. De La Fuente non ha allenato solo Cubarsì e Yamal, perché troppo giovani, non rientrando nell’età che lui ha cresciuto riprendendo il sistema lanciato negli anni dal 2006 al 2012 da Cruiffe-Guardiola, creatori del primo cambiamento.
Il sistema calcio spagnolo è riuscito in vent’anni, dal 2006 al 2026, a seminare e raccogliere i frutti di un sistema federale e di club che obbliga le strutture a lavorare in sinergia.
Il modello spagnolo dell’olio, il cortocircuito italiano
Nell'olio d'oliva la Spagna ha applicato la stessa, identica logica cinquant'anni fa.
Il modello spagnolo. La Spagna ha standardizzato la produzione attraverso gli impianti super-intensivi (l'equivalente dei settori giovanili integrati), diventando il leader mondiale assoluto per volumi e dettando le regole del mercato globale.
Il cortocircuito italiano. In Italia, sia nel calcio, sia in olivicoltura, si è preferito l'individualismo. Si è preferito comprare "l'usato sicuro" dall'estero (calciatori stranieri di seconda fascia o olio sfuso tunisino e spagnolo da imbottigliare) anziché piantare nuovi alberi o strutturare academy d'eccellenza o aziende d’eccellenza.
L'Inversione dei ruoli: la perdita dell'identità
Il dato più clamoroso del Mondiale di calcio 2026 è la solidità difensiva della Spagna, che ha chiuso il torneo subendo un solo gol in otto partite. Gli spagnoli hanno preso il vecchio dogma del calcio italiano - la difesa impenetrabile - e lo hanno fuso con la loro immensa qualità tecnica.
È esattamente ciò che è accaduto nei frantoi. La Spagna, un tempo considerata produttrice di solo olio "di massa" e di scarsa qualità, ha investito miliardi in tecnologie di estrazione a freddo di ultimissima generazione. Oggi non solo produce più di tutti, ma vince regolarmente i premi internazionali per i migliori oli extra vergini di oliva monocultivar.
L’Italia, convinta che il marchio "Made in Italy" bastasse da solo a giustificare la sua superiorità, è stata superata sia sul piano della quantità che dell'innovazione qualitativa.
Fondi europei gestiti male e la trappola dei costi e continue inefficienze attanagliano entrambe i settori.
Il trionfo iberico evidenzia il fallimento degli incentivi nel nostro Paese.
I club italiani hanno sfruttato i bonus fiscali (come i vecchi sgravi del Decreto Crescita) per importare giocatori dall'estero, svuotando i vivai e sistemare i bilanci. Nella filiera dell'olio si è assistito allo stesso assistenzialismo: i fondi europei sono stati usati come "integrazione al reddito" per mantenere in vita piccoli appezzamenti improduttivi, anziché finanziare l'aggregazione dei produttori in grandi cooperative capaci di fare investimenti strutturali.
Il paradosso della frammentazione: in Italia un oliveto medio è inferiore ai due ettari, gestito spesso da hobbisti avanti in età; allo stesso modo, il nostro calcio di base è frammentato in migliaia di piccole società dilettantistiche che non dialogano con i grandi club, privando il sistema di una rete di monitoraggio moderna.
Un progetto capace di creare un sistema
La lezione del 2026 nel calcio mondiale, ovvero la vittoria della Spagna a New York non è un miracolo sportivo, è un progetto industriale.
Ci dice che il talento senza strutture è un'illusione. Se il calcio italiano vuole tornare a giocare un Mondiale e se la filiera dell'oro giallo vuole difendere la sua storia, devono smettere di guardare al passato con nostalgia di Baggio, Totti e Del Piero. Bisogna prendere esempio dalla Spagna non nei moduli tattici o nell'estetica del prodotto, ma nella capacità di creare un sistema. Perché, alla fine, sia sul rettangolo verde che tra i filari di ulivi, raccogli solo quello che hai seminato.
Le olive in passato erano raccolte da ogni singola famiglia per farsi il proprio olio e l’eccedenza conferita in cooperativa, oggi l’olio lo compriamo al supermercato, mentre il calcio è vissuto solo con i video social, parimenti per l’olio, solo per dirsi che siamo bravi con il Made in Italy.
Questo fare nasconde un vivere rendita, dove la realtà è che tutte le famiglie hanno abbandonato i terreni così come lo Stato ha abbandonato l’olio e il calcio.
L’Italia attuale, in ogni settore, è ancorata al proprio passato, senza visioni o rischi, impauriti da un mondo incerto e dove Paesi più giovani, che non hanno nulla da perdere, osano. Non dobbiamo meravigliarci se dopo vent’anni finiamo nel ranking Fifa dietro a Marocco, Croazia, Colombia e Messico, nei bassi fondi dell’Europa e del Mondo e, come per il ranking, lo stesso avverrà per la filiera olivicola senza una programmazione industriale di lungo termine.
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In apertura, articolare di un'opera di Cesare Inzerillo (Palermo, 1971) U.S.L. - Unione calcistica lucchese. 2019, collezione privata. Foto di Olio Officina