Gli storici economici sono soliti distinguere tre fasi nel lungo periodo di attività della Cassa del Mezzogiorno.

La prima è quella della realizzazione delle infrastrutture, che dura dall’istituzione dell’ente nel 1950 fino al 1957.

La seconda fase sarà quella tra il 1957 e il 1973, caratterizzata dal processo di industrializzazione.

La terza fase, dal 1973 al 1984, sarà infine marcata dal cambiamento della missione della Cassa da “tecnostruttura” autonoma a campo della mediazione politica e della frammentazione degli interventi, fino alla sua soppressione. 

In genere, gli economisti e gli storici economici tendono a considerare la seconda fase quella più significativa. La mia opinione è che la fase d’oro della Cassa è quella iniziale in cui si realizzano opere infrastrutturali, dalle fognature agli acquedotti e alla viabilità, e si irrigano e bonificano oltre 70mila ettari di campagne. La seconda fase sarà, invece, un fallimento. 

Pasquale Saraceno lancia la svolta industrialista della Cassa del Mezzogiorno

Perché esprimo questo giudizio? Vediamo innanzitutto i fatti. Al 2° Congresso della Cassa, che si svolge nel 1953 a Napoli, qualche mese dopo le dimissioni di De Gasperi da Presidente del Consiglio e il suo ritiro dalla politica, Pasquale Saraceno lancia la svolta industrialista della Cassa. La proposta è fatta propria, a nome del governo Pella, dal Ministro per il Mezzogiorno, Pietro Campilli, e condivisa da Giulio Pastore, segretario della Cisl, e da Giuseppe Di Vittorio, segretario della Cgil. La relazione Saraceno contiene le linee dello Schema decennale di sviluppo del reddito e dell’occupazione, noto come schema Vanoni, dal nome del Ministro del Bilancio che lo propone all’approvazione del Consiglio dei ministri alla fine del 1954. Nel 1956 viene istituito il Ministero delle Partecipazioni Statali per dare unitarietà di direzione alle imprese a partecipazione statale a livello di governo. Segni, all’epoca presidente del Consiglio, dichiara che il Ministero si sarebbe dovuto inquadrare nella più generale politica economica del Paese, con le finalità espresse dallo Schema Vanoni in riferimento “allo sviluppo, alla produzione, all’occupazione e alla soluzione del problema meridionale”. Nel 1957 si approva la legge per l’industrializzazione del Mezzogiorno mediante i consorzi industriali, gli incentivi e le Partecipazioni statali.

I forti limiti di una proposta senza una visione strategica dello sviluppo

La proposta Saraceno è dettata dalla volontà di assicurare subito la crescita e non è inserita in una visione strategica dello sviluppo. È mossa dall’idea di accrescere il flusso delle esportazioni sui mercati dei Paesi industrializzati e di fare assumere, quindi, all’industria italiana struttura e caratteri di un’economia opulenta. Essa si fonda sulla certezza cieca che la presenza di grandi impianti industriali di Stato nel Mezzogiorno avrebbe stimolato la diffusione di una prassi e di una cultura imprenditoriale. Non prevede alcun impegno concreto nell’attivare l’iniziativa privata e le risorse locali. Essa si nutre della fiducia taumaturgica nella capacità dei grandi gruppi industriali di creare in pochissimi punti ben delineati i fattori esterni richiesti dall’impianto di un grande stabilimento. E dunque non lascia trasparire alcuna volontà di creare, in modo diffuso, condizioni propizie allo sviluppo economico.

L’opzione dell’industrializzazione forzata

L’opzione dell’industrializzazione forzata dall’alto passa trasversalmente in tutti i partiti che temono, con motivazioni solo parzialmente diverse, il dramma dell’emigrazione di massa verso il triangolo industriale, causa di forti disagi sociali e imprevedibili mutamenti politici.

La Dc vede nell’insediamento dell’industria di Stato al Sud un’opportunità per garantirsi il consenso mediante le assunzioni clientelari. Mentre il Pci vede nella nascita di una classe operaia meridionale l’elemento decisivo per insediarsi più stabilmente tra le popolazioni.

Le voci che si levano contro quella proposta, tra cui Olivetti, Rossi-Doria, Ceriani-Sebregondi e Ardigò, sono messe a tacere. E nel momento in cui la proposta diviene la grande scelta strategica per il Sud, si delegittima e progressivamente marginalizza un’intera cultura economica, sociale e politica – affermatasi in Italia dalla seconda metà dell’Ottocento – che considera lo sviluppo inevitabilmente “autoctono”, cioè fondato sulla migliore combinazione dei fattori produttivi presenti in un determinato territorio e capace di tener conto dei condizionamenti sociali, politici e istituzionali. Viene, in sostanza, scartata l’idea di articolare l’intervento nel Mezzogiorno per contesti e per aree di sperimentazione, attraverso una maturazione guidata dalla ricerca e dalla crescita dei processi educativi e formativi, mediante il costante coinvolgimento della società civile. 

L’idea di uno sviluppo autoctono e auto-propulsivo del sud viene contrastata

Occorre precisare, per evitare ogni equivoco, che la scelta dell’industrializzazione forzata dall’alto è contrastata da Rossi-Doria e dagli altri oppositori non già perché essi sottovalutano l’opportunità di uno sviluppo industriale del Mezzogiorno. Su tale visione si richiamano alle posizioni espresse mezzo secolo prima da Francesco Saverio Nitti, proprio durante il periodo del suo insegnamento a Portici, quando lo statista lucano elabora per il Mezzogiorno una politica economica moderna capace di trarre vantaggio dall’emigrazione, particolarmente consistente in quegli anni, e di promuovere sia pur limitati processi di industrializzazione. Rossi-Doria, Sebregondi, Olivetti e Ardigò sono strenui assertori dello sviluppo autoctono e auto-propulsivo e rifuggono dalle visioni economicistiche e dalle analisi esclusivamente quantitative, mostrando invece attenzione alle componenti immateriali dello sviluppo. Essi condividono l’idea che lo sviluppo abbia bisogno “in primo luogo di un principio motore, di motivazioni ideologiche che sollecitino a volere lo sviluppo, e quindi a procurarsi e a utilizzare i mezzi propri e altrui per attuarlo”. 

La leva dell’emotività per imporre una industrializzazione forzata

Anche Saraceno inizialmente aveva condiviso questa impostazione. Non a caso aveva affidato a Sebregondi la direzione della “sezione sociologica” della SVIMEZ.  Ma poi tra i due si apre una divaricazione sull’idea di sviluppo che presto li conduce all’aperta rottura. E nei primi mesi del 1958 Saraceno allontana lo studioso dall’Associazione. Sebregondi assume un incarico a Bruxelles e nel giugno dello stesso anno muore a 41 anni. 

La “sezione sociologica” della SVIMEZ viene affidata alla direzione di Giuseppe De Rita che nel 1963 abbandona l’Associazione e fonda il CENSIS. 

I sostenitori dell’industrializzazione forzata dall’alto fanno leva sull’emotività, agitando le previsioni dei flussi migratori che sono indubbiamente allarmanti. Ma evitano di spiegare che l’esodo rurale è un processo sostanzialmente “liberatore” – per usare un’espressione di Rossi-Doria – che avrebbe messo definitivamente in crisi l’intera organizzazione tradizionale dell’agricoltura meridionale e obbligato a porre in termini completamente nuovi i problemi agricoli nel Mezzogiorno. 

La fase dell’esodo dalle campagne, qualora fosse stata accompagnata da efficaci politiche territoriali di sviluppo, avrebbe indotto spontaneamente e nel giro di poco tempo un controesodo, cioè un esodo urbano, da sostenere e accelerare per raggiungere un riequilibrio. Ma sarebbe stato necessario salvaguardare la cultura agricola e rurale, per evitare che subisse un processo di erosione e prevaricazione da parte della cultura urbana e industriale. 

Achille Ardigò e l’invito a favorire l’incontro tra cultura urbana e industriale e cultura rurale

È Achille Ardigò a respingere con fermezza – in quegli anni – l’atteggiamento prevalente della cultura italiana nei confronti del mondo contadino. Egli contesta l’ideologia di chi percepisce la trasformazione di quella forza sociale, che era portatrice di una cultura non riducibile alla cultura urbana e industriale, come un processo necessario e ineludibile della modernizzazione, senza alcuna possibilità di mediazione e adattamento. Una tesi ritenuta aberrante dal sociologo poiché porta a ritenere la stessa modernizzazione dell’agricoltura, laddove viene colta e considerata come elemento capace di contribuire allo sviluppo del Paese, necessariamente in conflitto con la tradizione e, soprattutto, con il bagaglio di valori comunitari e relazionali e di conoscenze riferite al rapporto uomo-natura, di cui la cultura contadina è portatrice. E nel contestare queste opinioni prevalenti, Ardigò invita a favorire l’incontro fecondo tra la cultura urbana e industriale con quella rurale in forme innovative da progettare e realizzare, collegandosi idealmente ad analoghe transizioni già avvenute nella storia.

La deriva dell’industrializzazione forzata dall’alto e l’abbandono dell’approccio dello studio di comunità per le politiche di sviluppo, emarginando le competenze nel campo sociologico, antropologico ed educativo, hanno conseguenze catastrofiche nell’impegno dei governi sui problemi dell’agricoltura. 

I nostri governi subordinano gli interessi dell’agricoltura italiana ad altre esigenze politiche ed economiche

Da quel momento si attenua, fino a diventare del tutto labile, l’impegno dell’Italia nel fissare le linee di intervento della Politica Agricola Comune (PAC) nei primi e cruciali negoziati seguiti alla Conferenza di Stresa del 1958. I nostri governi subordinano senza remore gli interessi dell’agricoltura italiana ad altre esigenze politiche ed economiche. Si tratta di una plateale sottovalutazione dell’importanza che continua ad avere l’agricoltura anche in una società industriale. Atteggiamento che non può non destare stupore e ilarità negli stessi nostri partner europei, i quali avevano vissuto la trasformazione da Paesi prevalentemente rurali a Paesi prevalentemente industriali con molto anticipo sull’Italia, ma non avevano mai rinunciato per questo alla difesa delle proprie agricolture.

In apertura, ritaglio di giornale, Corriere della Sera del 13 settembre 1972. Foto di Olio Officina