Riportiamo integralmente l’intervento di Alfonso Pascale al Convegno “Restare in agricoltura. Per una PAC che sappia dare continuità alle imprese under 40”, organizzato da Giovani di Confagricoltura–ANGA e ANSA, a Roma, il 15 giugno 2026.
Ringrazio il Presidente Giovanni Gioia per avermi invitato e la nostra moderatrice, Elisabetta Guidobaldi, per la domanda che mi ha posto.
Una crisi di senso agita l’agricoltura
Il termine “restanza” è stato reintrodotto nell’uso comune dall’antropologo calabrese Vito Teti per definire un fenomeno che si sta sviluppando in questo primo quarto di secolo: “Sentirsi ancorati e insieme spaesati in un luogo da proteggere e, nel contempo, da rigenerare radicalmente”.
È un fenomeno che può riguardare tutti. Riguarda me che vivo in un quartiere multietnico di Roma. E ho scelto di restarci per concorrere, nella mia comunità, a dare un nuovo senso a quel luogo. Riguarda chi vive nei piccoli centri delle zone interne che si stanno spopolando. Riguarda voi che vivete la crisi di senso in cui si agita, da qualche decennio, l’agricoltura.
Intanto, ci siete voi giovani che avete deciso di restare, di non mollare, in attesa che il cambiamento così veloce apra a nuove opportunità. E queste possono arrivare, da una parte, per iniziativa della politica e, dall’altra, con l’emergere di un grande problema antropologico indotto dalla rivoluzione digitale.
Vediamo quello che si muove a livello politico
Vincenzo Lenucci, Cristina Tinelli e Marion Picot ci hanno illustrato quello che bolle in pentola a Bruxelles sulla futura programmazione della PAC: novità importanti ma anche forti criticità che dipendono, a mio avviso, dalla mancanza di una visione. Mi vorrei soffermare su questo limite più generale per comprenderne la causa.
I cambiamenti climatici, le aggressioni belliche e terroristiche e i dazi di Trump hanno portato in primo piano la sicurezza alimentare, intesa come “sicurezza ad avere cibo sufficiente”.
Questo tipo di sicurezza alimentare è stato un caposaldo strategico nel dopoguerra, fino agli anni Novanta. Non avremmo avuto la Comunità europea e la PAC senza l’assillo dei padri e delle madri che hanno dato vita alla mia generazione di assicurarsi cibo sufficiente.
Alla fine della Guerra fredda, abbiamo rivolto l’attenzione esclusivamente alla sicurezza alimentare intesa come sicurezza igienico-sanitaria e informativa.
Eppure, nonostante le crisi che hanno indotto il cambio di paradigma, continuiamo a considerare l’approvvigionamento alimentare un’emergenza temporanea.
C’è un’incapacità della classe dirigente a leggere il caos mondiale che stiamo vivendo. E, dunque, si sottovaluta il rischio reale che cresca la nostra dipendenza da prodotti primari e, di conseguenza, la volatilità dei prezzi del cibo.
Da decenni, noi europei ci siamo abituati a pensare che ogni Paese debba mangiare quello che produce. E se il cibo che produciamo non ci basta, possiamo anche fare a meno di produrlo. Anzi, dal punto di vista ecologico, è un bene non produrlo, tanto poi lo acquistiamo altrove. Così salviamo il gusto (il nostro gusto) e l’ambiente (il nostro ambiente). Scaricando i problemi ecologici sulle popolazioni dei Paesi più poveri, che producono il cibo che a noi manca. Una mentalità di cui facciamo fatica a liberarci. Un modo di pensare tipico di nazionalisti e pacifisti – come due facce della stessa medaglia - che è penetrato anche nel mondo agricolo.
Quando si ragiona sul bilancio europeo contrapponendo il finanziamento per il riarmo alla spesa agricola, si sottovaluta la forte connessione tra i diversi aspetti della sicurezza e della deterrenza: politica di difesa europea (e non esclusivamente nazionale) e capacità europea di auto-approvvigionamento alimentare ed energetico.
Quando si affronta il tema dell’allargamento dell’Ue come opportunità per accrescere la sicurezza europea, facciamo bene a preoccuparci del bilancio agricolo europeo, che dovrà finanziare l’agricoltura ucraina. Ma la nostra reazione non può essere “teniamo fuori l’Ucraina dalla Ue”. Dovrebbe, invece, essere “ampliamo il bilancio unionale” e “poniamo come condizione l’adesione ai principi dello stato di diritto e della democrazia, pena la perdita del diritto di voto in seno al Consiglio dell’Ue”. Insomma, sì all’allargamento accompagnato da riforme interne all’Ue.
Difesa europea e allargamento dell’Ue ad altri paesi sono all’ordine del giorno del Consiglio europeo che si terrà giovedì e venerdì prossimo. Ma, se osserviamo attentamente il dibattito pubblico, si confrontano posizioni ambigue e contraddittorie, le cui dinamiche dovremmo contribuire a smascherare.
Oggi si parla abbastanza apertamente di sovranità energetica europea. Mentre c’è una sostanziale ritrosia a introdurre l’obiettivo della sovranità alimentare europea. Che non è la sommatoria di improbabili sovranità nazionali da coordinare.
Per costruire la sovranità europea, serve il federalismo pragmatico di Draghi. Esso non è più l’idea di una Unione differenziata da realizzare mediante le cooperazioni rafforzate. E non è nemmeno il patetico E3 che si è riunito a Londra giorni fa, con Gran Bretagna, Francia e Germania che fingono di poter proteggere da sole l’Ucraina dalla minaccia russa.
Si tratta di mettere insieme un gruppo sicuramente ristretto di paesi “capaci e volenterosi”, ma non ridotto ai tre che si sono visti nella capitale britannica. E di predisporre un nuovo trattato con istituzioni legittimate democraticamente a usare risorse militari e budgetarie messe a disposizione dai Paesi che vi aderiranno.
Non sarebbe il caso che un pezzo di sicurezza alimentare - che né i governi nazionali, né la Commissione europea oggi fanno - sia intestato a questa nuova entità? Pensiamoci. Perché non avere a disposizione, in modo continuativo, scorte alimentari per fronteggiare, nel settore dei cereali, la dipendenza da input critici in caso di conflitti bellici e gli eventi meteorologici estremi, e, nel settore delle carni, le crisi sanitarie e la dipendenza dalle importazioni di mangime?
Certo, per la sicurezza alimentare europea serve un approccio normativo pragmatico alle tecnologie. Mercoledì prossimo, ci sarà una importante votazione nell’Europarlamento. Si approverà o sarà respinto il compromesso sul regolamento riguardante le NGT (tecnologie genetiche di nuova generazione). Un rifiuto significherebbe l’assenza totale di una regolamentazione in questa legislatura, dando un vantaggio enorme a Usa e Cina. Occorrerebbe sensibilizzare i gruppi parlamentari europei per evitare che compiano scelte sbagliate.
Con il Trattato di Lisbona (2008) la materia agricoltura da competenza esclusiva dell’Ue è stata classificata competenza concorrente tra Ue e Stati membri. Di fatto, quindi, non esiste più una politica agricola comune ma 27 politiche agricole nazionali che beneficiano delle risorse messe a disposizione dal bilancio unionale. Con il cambio di paradigma che è intervenuto negli ultimi quindi anni, non è il caso di sdoppiare la materia agricoltura e distinguere quello che dovrebbe gestire in modo esclusivo l’Ue e quello che dovrebbero gestire in modo esclusivo gli Stati membri, senza condizionamenti reciproci? Pensiamoci.
L’intelligenza artificiale per l’agricoltura
Vediamo ora le prospettive per l’agricoltura che potrebbero aprirsi con l’emergere del problema antropologico posto dalla rivoluzione digitale accelerata dall’IA.
L’intelligenza artificiale prefigura un futuro denso di importanti innovazioni nell’agricoltura, nell’istruzione, nella cultura, nel campo medico.
Ma ci sono anche rischi. Ne parla diffusamente l’enciclica “Magnifica Humanitas” di Papa Leone XIV. Si tratta principalmente del rischio della disumanizzazione.
La vera posta in gioco del progetto tecno-umanista dei magnati del digitale non è tanto l’egemonia sui mercati o sui governi, quanto la colonizzazione dell’interiore: quella capacità di interrogarsi, di abitare l’incertezza senza dissolverla prematuramente, che costituisce il nucleo irriducibile di ogni esperienza democratica degna di questo nome.
Ecco allora che “restare in agricoltura” assume oggi il significato di una scelta imprenditoriale e, nello stesso tempo, etica per fornire servizi a tutti, dall’infanzia agli anziani, dalle comunità rurali alle comunità urbane al fine di “restare umani”. Un’offerta da promuovere con azioni che dovrebbero entrare nelle strategie delle reti di imprese e componenti della società civile.
Le diverse agricolture si configurano come un giacimento prezioso di saggezza a cui attingere, una ricchezza che si potrebbe definire con il termine “ruralitudine”.
Eredi di un millenario umanesimo rurale, gli agricoltori sono chiamati a compiere una opera di valorizzazione della “ruralitudine”. E così contribuire a quel necessario processo di umanizzazione del salto tecnologico in atto.
Occorre, pertanto, eliminare una sorta di contrapposizione tra le diverse agricolture: una tecnologica che guarda ai mercati globali e un’altra tesa a specializzarsi nell’offerta di servizi e proiettata esclusivamente ai mercati locali.
Se la competizione tra le piattaforme di intelligenza artificiale si sposta, come appare, sul terreno dei modelli tecno-umanistici, il mondo rurale ha molte carte da giocare attingendo al proprio patrimonio culturale. Ma bisognerà attivare nuove competenze e creare hub innovativi dove amalgamare molteplici discipline umanistiche e scientifiche.
Per facilitare un avvicinamento tra modelli agricoli distinti, bisognerebbe acquisire il paradigma dell’economia civile e adattarlo alle specificità agricole. Un progetto culturale da avviare il prima possibile. E i Giovani di Confagricoltura potrebbero essere gli antesignani di tale svolta.
La Confagricoltura è la più antica organizzazione di rappresentanza del settore. Ed è anche quella che ha saputo introdurre le novità più significative. Ricordo la svolta, negli anni Sessanta del secolo scorso, a favore della centralità dell’impresa. E, contemporaneamente, l’azione pioneristica nell’ambito del turismo rurale, anticipando il fenomeno dell’agriturismo che si sarebbe sviluppato nei decenni successivi. E furono i giovani dell’ANGA, guidati dal presidente Alfredo Diana, ad avviare quella innovazione. Vi auguro che siate adesso voi i protagonisti di una nuova svolta nella rappresentanza agricola per consentire all’agricoltura italiana di leggere i segni del tempo presente e cogliere le molteplici opportunità che si aprono.
In apertura, foto di Olio Officina