Il Report dell’Area Studi Mediobanca intitolato “L’industria dell’olio di oliva in Italia” ci offre preziosi spunti su cui riflettere. Intanto, emerge uno scenario chiaro che pone in luce positiva il futuro degli oli da olive: “Dal 1990-1991- si legge - i consumi mondiali di olio d’oliva sono stati dettati da una domanda costantemente elevata (tasso di crescita medio annuo del +1,9%) a fronte di quantitativi prodotti che, sebbene con un trend crescente (+2,5% in media all’anno), in alcuni anni hanno faticato a soddisfarla”. E, arrivando a oggi, per ciò che concerne il periodo 2024-2025, viene evidenziato come i consumi mondiali abbiano superato i 3 milioni di tonnellate, registrando un aumento del 15,3% sull’anno precedente, dopo un biennio in regresso, ora che si prevede mantengano la stessa dinamica anche nel 2025-2026 (+1% sul 2024-2025)
Il podio dei principali consumatori mondiali di olio di oliva è cambiato
Ciò che stupisce, ma nemmeno più di tanto, è che i consumi interni all’Italia non siano più così saldi come un tempo.
Nel 2024-2025 è la Spagna, in ragione di una crescita del 14,3% rispetto all’anno precedente, primeggia su tutti. Si posiziona infatti in testa con 460mila tonnellate (14,3% del totale) spodestando l’Italia, la quale – secondo Mediobanca – accusa un calo dei consumi del 4%, portandola a quota mila tonnellate. Gli Stati Uniti registrano performance addirittura migliori dell’Italia (con 398mila tonnellate, +8%).
Gli altri Paesi?
La Turchia registra un aumento del 21,2%, il che le consente di mantenere la quarta posizione, il Marocco si posiziona al quinto posto, seguito dalla Francia al sesto, mentre la Grecia con un segno +21,5% nel 2024-25 si posiziona in settima posizione, e ottavo il Brasile con un +20,3%, al nono posto l’Algeria e al decimo il Portogallo.
Spagna saldamente leader globale nella produzione di olio da olive
Nel 2024-25 la Spagna domina la scena con un’incidenza del 36,1% che si confronta con il 33% del 2023-24. Sempre secondo il rapporto Mediobanca, si collocano a distanza, in seconda e terza posizione, Turchia (450mila tonnellate, +109,3% sull’anno precedente) e Tunisia (340mila tonnellate, +54,5%). Grecia in quarta posizione per via dell’aumento del 42,9%, con 250mila tonnellate. E l’Italia, in controtendenza rispetto ai principali Paesi produttori, registrando un calo produttivo del 31,8%, passa dalla seconda alla quinta posizione. Una discesa che deve far riflettere seriamente.
Nelle dinamiche dei prezzi
Tra fine 2022 e inizio 2024 – come riporta lo studio di Mediobanca – le valutazioni si sono pressoché raddoppiate ovunque: da 3,9 a 8,3 euro/kg l’olio Evo greco (Chanià), cresciuto da 4,7 a 8,8 euro/kg il prezzo di quello spagnolo di Jaén e da 5,4 a 9,7 euro/kg l’olio Evo italiano di Bari. Le oscillazioni sono soggette sempre al corso degli andamenti produttivi. Così, nei mesi del 2024 hanno perso valore sia l’Evo spagnolo, sia quello greco fino ad attestarsi, a inizio 2025, su valori di poco superiori a 4 euro/kg. Al contrario, il livello dei prezzi dell’olio Evo italiano (il mercato di Bari quale riferimento) è stato costantemente più elevato, ciò a dimostrazione della maggiore qualità percepita. L’annata di scarica e le basse giacenze iniziali ne hanno impedito la flessione, mantenendo la quotazione quasi sempre su valori superiori a 9 euro/kg anche nel corso del 2024.
L’incertezza tuttavia è sempre una costante, quando si ha a che fare con l’olio da olive.
“Negli ultimi anni – si legge nel rapporto Mediobanca - il settore oleario ha vissuto una forte instabilità dei prezzi. Il calo negli ultimi mesi del 2025 del prezzo all’origine dell’olio d’oliva nazionale, a fronte di costi dei beni e servizi necessari per il processo produttivo rimasti sostanzialmente invariati, ha portato ad un peggioramento della ragione di scambio, l’indicatore che esprime il rapporto tra i due fattori, minacciando la sostenibilità economica del settore primario”.
Quale Italia nel contesto internazionale
Nonostante le ombre che contraddistinguono l’Italia olivicola, il peso del nostro Paese nel commercio internazionale è ancora importante: nel 2024 l’Italia è stata seconda sia per esportazioni mondiali, con 2,8 miliardi di euro dopo la Spagna (5,1 miliardi) e prima del Portogallo (1,5 miliardi), sia per importazioni, con 2,9 miliardi, dopo gli Stati Uniti (3 miliardi) e prima della Spagna (1,4 miliardi).
Metà dell’export italiano di olio d’oliva si concentra in tre Paesi:
- Stati Uniti (32,2% dei quantitativi complessivi nel 2024),
- Germania (14%)
- e Francia (6,8%).
L’olio importato dall’Italia proviene principalmente da
- Spagna (56,8%),
- Grecia (17,5%)
- e Tunisia (14%).
C’è un aspetto che va preso in seria considerazione: la bilancia commerciale italiana è in disavanzo strutturale: nel biennio 2022-2023 il deficit è stato più ampio (rispettivamente -331 milioni di euro e -278 milioni) rispetto alla media dal 1991 (-171 milioni di euro); nel 2024 il divario si è ridotto (-19 milioni).
Bilancio nazionale dell’olio d’oliva in negativo, dunque: la produzione interna (300mila tonnellate attese per il 2025-26, +21% sul 2024-25) non riesce a sostenere i consumi (470mila tonnellate); è necessario il ricorso a importazioni (570,9mila tonnellate) che superano le vendite all’estero (371mila nel 2025-26).
La fotografia del comparto oleario italiano in estrema sintesi
Dal 2014 al 2024 la Superficie Agricola Utilizzata nazionale destinata alla coltivazione di olivi si è ridotta del 7,1%. Spicca la Calabria (30,4% della SAU ragionale, -6,7% sul 2014), seguita dalla Puglia (27,3% della SAU, -2,7%). In crescita del 32,4% la SAU coltivata con olivi della Lombardia, che incide poco sul totale regionale (0,3%).
La Puglia – secondo il rapporto Mediobanca – è la prima regione italiana per produzione di olio d’oliva con il 45,1% del totale nazionale. Completano il podio tricolore la Sicilia (10,7%) e la Calabria (10,3%); seguono Toscana (8,3%) e Lazio (6,8%).
Pugliese è anche il primato della produzione unitaria: 155,6 tonnellate per frantoio, a fronte di 55,4 tonnellate del Lazio, 50,9 della Toscana e 47,5 della Sicilia; la Calabria si ferma a 38,7 tonnellate (59,9 tonnellate la media nazionale).
La resa delle olive (litri di olio ogni 10 Kg di olive, in percentuale) tocca i suoi massimi in Calabria (19%), che precede Liguria (17,9%), Abruzzo (16,7%) e Puglia (16,1%).
Sono 42 gli oli a marchio Dop e 8 invece le Igp, attestazioni di origine che rappresentano il 32,3% dei prodotti del comparto oli e grassi registrati in UE e il 15,1% di quelli tricolore Dop-Igp-Stg del settore alimentare. Si tratta tuttavia di un segmento che incide ancora poco, rappresentando solo il 2% del valore della produzione, molto concentrato nelle regioni Puglia, Sicilia e Toscana, le quali raccolgono l’86,6% del valore nazionale.
Il differenziale di prezzo all’origine tra l’olio Evo convenzionale (8,5 €/litro) e l’Evo biologico (9 €/litro) aumenta allo scaffale: 9,6€/litro l’Evo convenzionale vs 12,3€ il biologico.
In Italia il 70% circa dei consumi di olio d‘oliva è veicolato dal canale della Gdo.
Secondo le elaborazioni dell’Area Studi Mediobanca su dati NielsenIQ, le vendite di olio d’oliva nella Gdo nei dodici mesi terminanti con il terzo trimestre 2025 sono calate del 7,1% a valore (+12,6% i volumi). Determinante l’aumento del 16,3% dei volumi dell’Evo (90% del totale) che rilevano una forte elasticità della domanda alla riduzione prezzo (-18,1% il prezzo).
L’Evo a marchio del distributore (un quarto del totale di categoria) è calato sia a valore (-17,4%) che a volume (- 6,3%) anche in conseguenza dell’attività promozionale (intensity index a volume) dell’Evo che ha raggiunto il 59,8% (+19,7% sull’anno precedente).
Per finire: dieci anni di performance dell’industria dell’olio d’oliva italiana
Così, per chiudere con il rapporto Mediobanca, nel decennio 2015-2024 le vendite dei maggiori produttori italiani di olio d’oliva sono cresciute a un tasso medio annuo del 7%, più del resto del settore alimentare (CAGR +4,4%) e quasi il doppio della manifattura (+3,9%). Incisivo l’export: in crescita del 9% medio annuo tra il 2015- 2024; +6,9% l’alimentare e +4,3% la manifattura. All’estero va il 35,4% del giro d’affari (+5,4 punti percentuali sul 2015); meglio solo i produttori di bevande (39,1%, +2,4 punti).
In media nel periodo 2015-2024 l’ebit margin dei maggiori produttori italiani di olio d’oliva è il più basso tra i comparti dell’alimentare: 2,6% che si confronta con il 3,2% del caseario, 4,3% del conserviero, 7,2% dei produttori di bevande e 8,4% del dolciario. Il rendimento del capitale investito (ROI) è invece migliore: i produttori di olio registrano una media del 6,6% (2015-2024) superiore al caseario (4,8%) e al conserviero (6,1%) pur rimanendo dietro al settore delle bevande (9,4%) e quello dolciario (12,5%).
Negli ultimi dieci anni l’olio d’oliva è stato il comparto che ha investito di più: +10,1% il CAGR 2015-2024 degli investimenti in dotazioni materiali, contro il +7% dell’alimentare e il +5,2% della manifattura. Si investe ancora poco rispetto al fatturato: 1,1% il rapporto medio del 2015-2024 vs 3,3% e 3,4% dell’alimentare e manifattura. È cresciuto dello 0,9% all’anno il numero di dipendenti con una remunerazione unitaria nel 2024 di euro 66mila, superiore a quella del comparto del conserviero (euro 54,3mila), dolciario (euro 62,8 mila) e caseario (euro 65,3mila) ma più bassa della produzione di bevande (euro 68,5mila euro per dipendente).
In apertura, foto di Olio Officina