La scomparsa di Carlo Petrini è motivo di tristezza anche per chi, come me, non ha mai condiviso il suo pensiero. Va ascritta a suo merito la capacità di portare al successo il progetto che quarant’anni fa aveva inventato dal nulla. Il suo movimento, Slow Food, è diventato, infatti, una grande lobby internazionale che influenza ovunque governi e opinioni pubbliche. Un successo dovuto alle indubbie capacità organizzative e comunicative del suo ideatore e animatore.
Petrini ha indicato a quella parte della sinistra rimasta orfana dei suoi miti fondativi, dalla lotta di classe alla “rivoluzione d’ottobre”, una nuova utopia per riscaldare cuori e menti disilluse. Un’utopia accattivante fondata sul piacere della tavola e sulla convivialità, aspetti della vita cui gli italiani hanno da sempre mostrato una particolare sensibilità. Cosa che la sinistra, nonostante la tradizione degli stand gastronomici nelle feste dell’Unità, aveva altezzosamente snobbato, considerandola appannaggio dei ricchi.
Petrini pensava che il capitalismo potesse essere combattuto e annientato partendo dal nostro rapporto con il cibo. Un’idea rispettabile. Ma che contiene un bias capace di inquinare molti ragionamenti che solo in apparenza riguardano il cibo.
Carlo Petrini (Bra, 22 giugno 1949 - Bra, 21 maggio 2026)
L’idea che Slow Food ha diffuso è che il cibo ci sta mangiando. Non siamo noi mangiare il cibo. Ma ci facciamo mangiare da un cibo omologato e poco naturale. Le lobby dell’agroalimentare vorrebbero farci credere – ecco il ragionamento che viene fatto - che per sfamare la popolazione abbiamo bisogno di incrementare la tecnologia e praticare l’agricoltura intensiva. Ma si tratterebbe di una trappola perché, in realtà, il cibo per tutti già c’è. Solo che viene sprecato. E dunque bisogna combattere gli sprechi con il Km zero, il biologico, il ritorno all’agricoltura contadina e alzando le barriere all’innovazione tecnologica.
Petrini ha certamente contribuito a rafforzare quello che Corrado Barberis aveva intuito prima di ogni altro: il passaggio da una concezione del cibo quale mezzo di sostentamento a un’idea del mangiare quale fonte di divertimento. Ma il guaio è che quando si fonda tutto sulle emozioni e poco sulla logica si corrode il senso critico. E così anche gli aspetti positivi che Slow Food ha introdotto non possono essere esaminati con la dovuta attenzione. Bisogna, invece, che tutti facciamo uno sforzo per analizzare un pensiero che molti dicono di condividere, come si fa con le mode, ma pochissimi lo conoscono veramente.
In apertura e all'interno, illustrazioni di ABCommunication