Credo sia difficile trovare uno svizzero meno svizzero di Ulrico Hoepli.

Tutto ciò che noi tributiamo banalmente agli svizzeri, lui non lo aveva.

Non parlo da un punto di vista lavorativo, ma da quello “privato”.

Ed è di questo Ulrico che voglio parlare.

Conobbi Ulrico nei primi anni del nuovo millennio.

Aveva parlato tutta una serata con mio padre, a un qualche incontro, e fu mio padre a dirmi di andarlo a trovare perché voleva conoscermi.

Dove? Ovviamente non c’era posto migliore che nella sua libreria. La libreria Hoepli.

Era un uomo che, pur conoscendo le regole del vivere, aveva un suo aspetto poco formale, tra il burbero e lo scontroso.

Almeno questa fu la prima impressione che mi fece.

Era un lontano 7 dicembre, la sera della prima della Scala.

Ancora c’era a Milano una piccola casa dei miei, nella zona di Brera, sebbene loro risiedessero da una vita a Torino.

Dopo vari problemi di salute riuscivo così, nonostante i miei impegni, a ritagliarmi, ogni anno, qualche giorno milanese.

Quel 7 dicembre era uno di quei giorni.

Dopo il nostro incontro, lui si offrì di riaccompagnarmi un tratto a piedi, vista la vicinanza tra la sua libreria e la casa dei miei.

C’era una pioggerellina sottile, io lo coprivo con un ombrellino fucsia.

Quando giungemmo in piazza della Scala, tra le note di Bizet, ci salutammo.

Mi disse che mi avrebbe memorizzato sul suo cellulare come Mariapia, nipote di*** e di***.

E disse i cognomi dei miei due zii: quello paterno, che aveva il suo studio proprio in via Hoepli, e quello materno che lo aveva, a poca distanza, in via Agnello.

Li conosceva bene entrambi. Erano entrambi, del resto, amanti dei libri.

L’idea di essere però considerata “nipote di” proprio non mi andava.

Per cui gli dissi di memorizzarmi col mio nome e cognome, che, per forze maggiori, corrispondeva a quello di uno zio, ma senza “nipote di”.

Non volevo essere nipote di nessuno, in quel senso.

La vicenda lo divertì molto.

Così, quando in seguito mi presentava, ed era più forte di lui dire di chi fossi nipote (per la stima che aveva di entrambi i miei zii), subito si correggeva dicendo: «Già, lei non vuole essere nipote di nessuno.»

Ci frequentammo da quel giorno con una certa regolarità.

Ci vedevamo a Milano, a Torino per il Salone del Libro, in Versilia.

A Milano mi fece conoscere sue “vecchie” amiche, da Inge Feltrinelli a Renata Colorni che, traducendo, cambiò La montagna incantata di Thomas Mann (titolo con cui tutti avevamo letto il romanzo) in La montagna magica.

Ulrico era, ovviamente, d’accordo con il nuovo titolo per il romanzo di Mann e continuava a ripetermi: «Der Zaubergberg è montagna magica, non ci sono discussioni.»

Me lo diceva così, mentre giravamo per il centro di Milano portandomi indistintamente da Inge Feltrinelli o a mostre di foto legate alla sua libreria o alla vecchia Banca Commerciale, essendo amico di Francesca Pino, studiosa di Mattioli, il banchiere-umanista.

A Torino, durante il Salone, mi portava dai suoi amati editori svizzeri, alle edizioni Casagrande.

«Andiamo dagli svizzeri», mi diceva e finivamo poi quelle giornate a cena con i vari editori.

Era un uomo di famiglia.

Vedovo, persa la sorella in modo tragico, era molto legato ai tre figli.

E c’erano quelle che lui chiamava le sue nipotine: la filmaker Alina Marazzi, figlia della sorella morta e autrice, tra l’altro, dello struggente Un’ora sola ti vorrei e Giovanna Mezzogiorno, l’attrice.

L’estate veniva una settimana ai Ronchi ospite dalla giornalista finanziaria Valeria Sacchi (tuo zio la conosceva bene, mi diceva) vicina della casa estiva di Francesca Pino, la studiosa di Mattioli.

Mi faceva sempre dei doni.

A Milano, nella sua libreria, i dvd dei film di Alina e novità librarie di “spessore”, oltre a libri da loro pubblicati di amici di mio nonno, come Giovanni Titta Rosa.

Mi fece anche conoscere Susanna Schwarz, proprio la figlia di Lina di Ancora e poi basta, il libro di filastrocche della mia primissima infanzia che in quegli anni avevano ripubblicato.

Aveva amore per la sua famiglia, per le famiglie e pure per la mia.

Quando nacque il mio terzo nipote, a Buenos Aires, si offrì di accompagnarmi a conoscerlo. Era contento che fosse nato il 4 luglio, proprio nel giorno del suo onomastico: San Ulrico.

Erano “celebri” inoltre le sue telefonate notturne. Anche queste molto poco svizzere.

Mi telefonava ad ore impossibili per me, per ridere insieme di certi personaggi milanesi noti, legati all’economia, pensando che io ne capissi qualcosa, proprio in quanto nipote di… o per aver incontrato casualmente un mio fratello.

Mi divertiva la sua allegria.

In una telefonata di queste mi avvertì che sarebbe venuto in Versilia dalla sua amica Valeria e mi chiese, come il solito, che libri portarmi.

Gli chiesi il libro di foto sulle donne di Alain Delon.

Rise come un matto, ma naturalmente esaudì il mio desiderio.

Quando mi raggiungeva al mare gli chiedevo sempre se voleva pranzare da me.

Diceva di no. Che avrebbe voluto solo un caffelatte. Che poi, scoprii, era il suo pranzo.

Un caffelatte-pranzo senza orari a cui arrivava con una macchina dove a fatica trovavamo, per il disordine, i libri che mi aveva portato.

Era lo svizzero meno svizzero che si potesse conoscere, ma anche un uomo tenero e paterno, che mi donava pillole di saggezza e di equilibrio, che aveva la capacità di confortarmi nei miei momenti bui.

Ora che la sua libreria (un pezzo di Milano e di vita non solo sua, ma di tanti) ha chiuso, lui ha chiuso con la vita.

Chissà. Forse era giusto così o forse per ritrovarsi insieme in un luogo che per noi resta ancora sconosciuto, in un paradiso di luce per librai e librerie scomparse per il disamore di menti buie. 

A Ulrico, dopo un mese…

In apertura, foto di Mariapia Frigerio: Ulrico Hoepli alla Parva