“Sensoriale” è il tema della 15° edizione di Olio Officina Festival. Mi sono a lungo interrogato su questa ennesima suggestione del direttore Luigi Caricato, cui dobbiamo tutti un pezzo di mondo salvato, quanto meno dall’indifferenza.

Tutte le persone che si sono affacciate a Olio Officina tramite le pagine del web e che negli anni hanno partecipato alle varie edizioni della kermesse milanese, e per una volta genovese, partendo dai vari luoghi del mondo e arrivando fin qui a Milano, hanno trovato un mondo diverso ogni anno: ogni edizione aveva un tema che faceva e ha fatto riflettere.

Nei vari temi che si sono sviscerati nelle tre giornate, si sono di volta in volta toccati i punti nevralgici di un comparto che patisce soprattutto la difficoltà di far comprendere il valore intrinseco dell’olivicoltura, il valore del prodotto oleario, del valore del lavoro del comparto e di quanto valore c’è in termini di ricaduta economica e ecologica sul territorio, quando gli oliveti sono curati e operativi.

La drammaticità, però, è che il percepito di questo valore è sostanzialmente molto basso, o, meglio, la pretesa di avere un prodotto di qualità è assoluta ma con un disvalore economico inversamente proporzionale.

La prima edizione, partita il 27 gennaio per l'anteprima e il 28 e 29 gennaio a Palazzo Giureconsulti, in pieno centro, a pochi passi dal Duomo e con la partecipazione straordinaria di Gualtiero Marchesi, lasciava già presagire che Olio Officina non sarebbe stata una “roba” per tutti, non era un ritrovo dove “riempire la pancia”, anzi, tutt’altro, era un luogo, un‘Officina appunto, dove riempire la mente e dove trovare un confronto diretto con coloro i quali avevano le stesse problematiche e proponevano gli stessi quesiti. Quesiti che in molti casi hanno avuto risposta, diretta o indiretta. Il caso specifico del movimento culturale TreeDream ne è un esempio lampante, il movimento si propone di divulgare e di far conoscere lo stato di abbandono delle terre destinate alla produzione olivicola, soprattutto d’alta quota, ma si propone anche di mettere un focus su quei territori che sono in difficoltà per i motivi più disparati, come ad esempio il Salento con il dramma della Xylella Fastidiosa; e infine le soluzioni sono arrivate, direttamente dal basso, dalle aziende che si sono accorte di avere un patrimonio che non sapevano di avere sotto i piedi, che avevano nelle mani la soluzione delle loro inquietudini. Negli anni si sono viste centinaia di aziende proporre gli oli di alta quota, oli di montagna, oli di territori difficili sino ad arrivare a una Dop che differenzia i territori (...) Un extra vergine di montagna, in ogni caso, costerà più di un olio di collina, e quest’ultimo più di un extra vergine di pianura.” (...)

Quindi la battaglia è vinta? No! È appena iniziata la scalata della collina della consapevolezza per il consumatore per capire che quello che si mette sulla tavola non sempre è il meglio per quello che sta consumando, e questo a Olio Officina lo sanno benissimo, dalla partenza con Gualtiero Marchesi a oggi sono molti gli chef che si sono succeduti per degustazioni, abbinamenti, masterclass e riunioni quasi carbonare, per dire che l’olio extra vergine di oliva è qualcosa che non è solo buono, che non è solo adatto alle cucine, tutte le cucine, ma che fa anche bene ed è pure salutare.

Ma per fare percepire tutto ciò dovremmo portare ogni partecipante di Olio Officina là dove l’olio lo si fa per davvero, dove ci si incontra e a volte ci si scontra con Madre Natura, perchè per capire nell’intimo quello che stiamo assaporando con i sensi del gusto dobbiamo capire da dove viene, dobbiamo capire il panorama che si vede da quel luogo, per percepirne il valore dovremmo interiorizzare il luogo e prima di capire un luogo, quel luogo lo dovremmo toccare con mano, con i sensi tutti, con l’olfatto, l’udito, e infine con il cuore.

Un paesaggio fatto di olivi, curati con il “vaso” dei muretti a secco, che in molti ambienti creano una cattedrale, citata da Boine nel 1911.

La relazione con un paesaggio nato dalle mani con pietre che accumulate le guardiamo, forse stancamente, come meri elementi decorativi. Queste pietre sono strutture vive, sono infrastrutture a sostegno delle colline, che da millenni regolano l’acqua piovana e permettono all’ulivo di crescere custodito e accudito. Il muretto è un’identità che appartiene a tutti noi.

L’Unesco li ha riconosciuti come Patrimonio Immateriale dell’Umanità. Una parola un po’ deludente che pare mortificare la potenza del muretto, ma IMMATERIALE non significa “astratto”, immateriale significa fragile, soggetto alle inemperie e all’incuria, soggetto alle angherie del tempo, alle dimenticanze dell’uomo e della folle corsa all’economia. Un muretto senza mani che lo sorreggono, senza mani spaccate che trovano la posa giusta per quella pietra, senza quell’amore, quella passione di quell’umanità che sente questo patrimonio, semplicemente non esiste.

Questo ad Olio Officina è capitato davvero e capiterà ancora nella prossima edizione del 22, 23, 24 gennaio 2026 a Rho, nel Monastero degli Oblati.

Il sapere dei murettai si sta perdendo? E noi li culleremo. Stiamo perdendo la tecnica, i gesti e la capacità di leggere il terreno? E noi ne renderemo conto con un’installazione. Non sappiamo più quale verso della pietra è il migliore per peso e posizione naturale? e noi daremo alla pietra una magica appartenenza, dove tutti sentiremo la responsabilità di quell’unica pietra che sorregge il muro, che salva dal disastro idrogeologico, ma soprattutto che ci prepara ad una disperata corsa per salvare quella cultura, quel sapere che è proprio di un equilibrio agricolo unico e inestimabile.

Perchè non crollano solo i muri, crollano i popoli e con loro le culture diverse e i saperi profondi e le identità.

In apertura, muretti a secco. Foto riservata