Metterci la faccia
Carissimo Luigi,
sai che ti stimo. Ma credo che pubblicare lettere piene di inesattezze e lontane dalla realtà, spesso firmate da falsi paladini della correttezza non credo che contribuisca al confronto in atto.
Il Dao fa il paio e mutua gran parte delle procedure del settore vitivinicolo. Non credo che in quel settore si sentano legati, ingabbiato o trattati in maniera asimmetrica. Al massimo hanno qualche dato più puntuale e meglio verificabile del settore olivicolo.
Che il Dao valga per i frantoi e non per le coop è falso e comunicato in maniera tendenziosa. Anche in questo caso sono stati suggeriti i parametri già collaudati per il settore vitivinicolo. È chiaro che rispetto a un momento di cambiamento, tutti quelli che lo chiedono a parole ma ci sguazzano nei fatti, con fatture o non fatture fatte ad amici siciliani o valdostani, stanno tentando di inquinare il dibattito con false notizie tendenziose.
Come sarebbe bello se ognuno ci mettesse la faccia e si confrontarsi argomentando le proprie tesi. Quanto contribuiranno alla crescita generale.
Sai, forse chi scrive sono gli stessi che poi ritengono impossibile registrare le moliture in tre giorni, perché?
Se vogliamo puntualità di dati e informazioni, e maggiore trasparenza nella filiera, dovremmo essere i primi a fare qualche piccolissimo sacrificio. O no? O ci piace solo fare i carini e i puri in giro per l'Italia e nei fatti tirare a campare perché in questo tipo di ambiente abbiamo trovato il nostro spazio di felicità?
Con la stima di sempre,
Nicola Ruggiero
Presidente consorzio Oliveti d’Italia
Meno burocrazia, più operatività
Caro Nicola,
le lettere che riceviamo trovano sempre spazio su Olio Officina e non sarò certo io a censurarle. Se vi sono motivi per confrontarsi, ben vengano le occasioni. Quindi, benvenuto e grazie per l’apporto di idee e riflessioni.
Riguardo alle inesattezze, potranno anche esserci imprecisioni nelle lettere cui fai riferimento, ma la critica per l’eccessivo carico burocratico che si aggiunge ad altri fardelli pesantissimi è più che legittima.
Di fatto, occorre essere sinceri: c’è una vistosa disparità tra frantoi privati e frantoi cooperativi, e su questo non ci sono dubbi.
Sono differenze sul piano fiscale, oltre che sul piano operativo, anche perché si tratta di due differenti modelli giuridici ed economici con normazioni altrettanto diverse.
I frantoi privati sono equiparati alle aziende commerciali ordinarie, ma non sempre raggiungono i medesimi introiti di altre aziende operanti in altri settori. Lavorando per poche settimane all’anno - e con ogni campagna olearia vissuta nella costante incertezza di avere o meno a disposizione olive sufficienti da molire - sono soggetti fragili, economicamente a rischio ed esposti a norme penalizzanti, senza tuttavia godere dei privilegi concessi alle cooperative. Si tratterebbe in questo caso di venire incontro ai frantoiani privati, sgravandoli per esempio da oneri eccessivi e insostenibili.
Quanto a coloro che giocano con fatture false, operando nell’area grigia della criminalità, seppure non formalmente affiliati, ritengo che siano già ampiamente conosciuti dalle forze dell’ordine e dagli organismi di controllo. Mi sembra in tal caso opportuno evitare di associare i criminali con soggetti onesti. Invece la pessima letteratura sviluppata da organizzazioni agricole inclini al populismo, gettando una luce funesta sugli operatori del settore, non giova certo né al prodotto, né al comparto. Eppure, alludendo ai “trafficanti d’olio”, con questa accezione equivoca si gioca sull’ambiguità, gettando fango in maniera indiscriminata su quella parte della filiera che nulla ha a che vedere con la criminalità.
Il settore vitivinicolo, pur soffrendo il calo di consumi ha le spalle forti, anche perché è strutturalmente pronto a gestire l’enorme sovraccarico burocratico. Non altrettanto si può dire per il settore oleario, che al contrario boccheggia, e di conseguenza ogni ulteriore regolamentazione che si aggiunge è una incombenza che grava sul conto economico.
Invocare altra burocrazia, come sta avvenendo in queste settimane di lotta irrazionale e convulsa, serve solo a rendere meno competitive le imprese, anche perché sono tutti costi che ricadono su soggetti fragili, che non hanno risorse interne sufficienti per gestire l’aggravio di procedure, adempimenti, regole e passaggi formali sempre più complessi e onerosi.
In merito alla tanto auspicata crescita generale del comparto, dubito fortemente che questa potrà mai avvenire. Ormai il sistema è collassato in modo irreversibile. Troppi veleni, troppe mascalzonate.
A un recente incontro pubblico che si è svolto in ambito Ais, l’Associazione italiana sommelier, presenti tra l’altro i vertici di Veronafiere, dissi che il comparto olivicolo e oleario italiano è malato, in quanto vittima di sé stesso e delle infinite lotte intestine; e per far comprendere lo stato della realtà al pubblico che mi ascoltava, ho fatto il paragone con lo storico dissidio tra palestinesi e israeliani, tanto per rendere l’idea. Purtroppo, nel comparto olivicolo e oleario da diversi decenni vi è un analogo clima di odio, un sentimento che alcune organizzazioni hanno inculcato nei propri associati pur di allontanare le proprie responsabilità dalla cattiva e spensierata gestione del comparto. Questo clima di odio si è ormai incancrenito e non è più possibile trovare la benché minima serenità.
L’aggravio della burocrazia sta massacrando gli operatori, soprattutto quelli più virtuosi. Le disposizioni che si intendono introdurre rispondono non tanto a un’esigenza di giustizia e trasparenza, quanto a una vera e propria resa dei conti, con l’avallo, in questo caso, delle istituzioni soggiogate al potere di una lobby agricola che gestisce ormai indisturbata da troppi decenni tutto l’apparato burocratico nazionale.
Occorre franchezza. Nel campo dell’olio nessuno è esente da responsabilità. Il peccato originale sta tutto nella gestione allegra degli aiuti alla produzione e al consumo. Negli anni passati è avvenuto di tutto e non si è mai investito sul futuro del settore. Il declino parte da lì, ed è un processo che nei suoi sviluppi drammatici si avverte solo a distanza di tempo. E oggi, paradossalmente, a pagare di più il sovraccarico di burocrazia, con tutti i costi annessi e le angherie perpetrate dagli stessi soggetti istituzionali, sono proprio le imprese più virtuose.
Questo clima di tempesta non giova a nessuno. Non c’è e non ci sarà alcuno spazio per la felicità finché si continueranno a esasperare strumentalmente gli operatori.
Il sovraccarico e la sovrapposizione di norme non risolve certo decenni di assenza di strategie e di visione.
Trovo sommamente stupido l’accanimento burocratico che investe di continuo il settore oleario, come altrettanto balorde trovo le discese in piazza per protestare contro le dinamiche del libero mercato. Ciò che è certo è che chi ha saputo creare valore viene comunque premiato, pur con tutte le difficoltà operative.
Per risolvere ogni attrito tra le parti ci vuole buon senso, unità e coesione. Purtroppo, c’è chi all’interno del sistema preferisce esacerbare gli animi creando inutili quanto sterili dissidi.
Meno burocrazia, più operatività. Dovrebbe essere questo il mantra da seguire.
Con la stima di sempre, e senza alcun ma.
Luigi Caricato
In apertura, foto di Olio Officina