Nel corso dell’incontro che si è tenuto a Olio Officina Festival 2026 sono state presentate due pubblicazioni dedicate alla storia dell’olivo e dell’olio nel Medioevo italiano, curate entrambe da Gianmaria Varanini insieme con altri studiosi, ed entrambe sostenute dal Frantoio Turri, un’azienda del territorio gardesano, di Cavaion Veronese, che ha scelto sin dalla sua fondazione nel 1951 di investire in cultura oltre che sul fronte della produzione.

Il libro Olio ed olivi del Garda veronese è tra l'altro possibile reperirlo cliccando qui. E anche il libro Olivi e olio nel medioevo italiano, a cura di Andrea Brugnoli e Gian Maria Varanini, è reperibile cliccando qui.

Fin dalle prime battute che si sono ascoltate al festival emerge una riflessione critica sul panorama italiano: nonostante una tradizione millenaria, manca ancora un’opera organica capace di raccontare in modo completo la storia dell’olio, unendo discipline diverse e competenze che spaziano dalla storia all’antropologia, dalla sociologia alla biochimica.
Il direttore Luigi Caricato ha evidenziato come questa lacuna non sia solo accademica ma anche più estesamente culturale, frutto di una società che spesso celebra il prodotto senza conoscerne davvero in profondità le radici. Caricato ha ricordato alcune sue esperienze personali di studio e incontri, come la settimana di approfondimento dedicata al vino e all’olio nell’Alto Medioevo a cura del Cisam di Spoleto, settimana di approfondimento che gli ha permesso di scoprire quanto ancora ci sia da indagare intorno all’olio. Da qui nasce l’idea di una storia universale dell’olio, un progetto ambizioso che però richiede risorse, coordinamento e soprattutto finanziamenti, senza i quali la ricerca resta frammentaria. Il ruolo delle aziende, come nel caso delle pubblicazioni presentate, diventa quindi fondamentale nel rendere possibile il lavoro degli studiosi.
Giamaria Varanini interviene evidenziando come l’interesse per la storia dell’agricoltura e dell’ambiente sia relativamente recente nella cultura italiana, sviluppatosi soprattutto a partire dagli anni Settanta, in parallelo con la trasformazione industriale del Paese. Varanini ha voluto evidenziare come l’ipotesi di affrontare un tema come quello dell’olivo significhi considerare insieme sia gli aspetti tecnici, sia quelli produttivi, commerciali e culturali, per un lavoro che richiede tempo, collaborazione e una visione interdisciplinare.
Esistono già studi importanti e contributi significativi, ma manca ancora una sintesi complessiva, una narrazione capace di tenere insieme tutte le prospettive.
Caricato ha insistito sulla necessità di progettare concretamente un’operazione di questo tipo, chiedendo come si possa strutturare un lavoro così complesso e quali costi comporterebbe. Caricato ha anche evidenziato come spesso le istituzioni e gli organismi internazionali tendano a privilegiare gli aspetti economici e produttivi, trascurando la dimensione culturale, che invece potrebbe offrire chiavi di lettura fondamentali anche per il presente. Caricato ha portato l’esempio di testi storici dimenticati, che contengono intuizioni ancora attuali, dimostrando quanto sia importante recuperare e valorizzare il passato.
Varanini a sua volta ha voluto proporre un modello basato sulla collaborazione tra diverse figure professionali e sul coinvolgimento di soggetti istituzionali e produttivi. Un progetto di questo tipo dovrebbe essere costruito nel tempo, con una struttura solida ma non eccessivamente dispersiva, capace di coordinare competenze diverse. Lo storico Varanini ha anche evidenziato come il sostegno alla cultura possa avere un ritorno concreto per le imprese, non solo in termini di immagine ma anche economici, citando esperienze in cui la valorizzazione della storia aziendale ha avuto effetti misurabili.
Quando il discorso si è spostato su aspetti più specifici, Varanini ha offerto uno spunto particolarmente significativo: nel Medioevo l’olio aveva un ruolo molto diverso da quello attuale. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il suo utilizzo alimentare era limitato, mentre prevaleva l’impiego per l’illuminazione e per usi rituali e religiosi. L’olio era infatti indispensabile per i sacramenti cristiani e veniva utilizzato in grandi quantità, ad esempio nelle basiliche per alimentare le lampade. Questo dato sorprende spesso il pubblico, abituato a considerare l’olio principalmente come alimento.
Caricato ha ripreso il tema sottolineando come l’uso alimentare dell’olio sia diventato centrale solo in epoca relativamente recente, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. In precedenza, l’olio era destinato a molteplici usi, dalla lavorazione della lana alla produzione di saponi, fino alla cura del corpo. L’affermazione dell’olio come elemento identitario della dieta italiana è legata anche ai fenomeni migratori, quando le comunità italiane all’estero iniziarono a riconoscerlo come simbolo delle proprie radici. Si è ricordato inoltre come l’attuale classificazione dell’olio extra vergine risalga solo al 1960, a testimonianza di quanto sia recente la definizione moderna del prodotto.
Varanini ha aggiunto a sua volta che, nonostante il diverso utilizzo, già nel Medioevo esisteva una grande attenzione per la qualità e il valore commerciale dell’olio. Le normative e le pratiche agricole dimostrano una cura particolare per la coltivazione dell’olivo, considerato una risorsa preziosa. Porta esempi concreti, come la separazione giuridica tra albero e terreno o le dinamiche commerciali che vedevano città come Venezia al centro dei traffici, capaci di influenzare anche le aree di produzione.
In chiusura dell’incontro, il dialogo si è aperto a riflessioni sul presente e sul futuro dell’olivicoltura. Caricato ha raccontato le esperienze innovative, come la gestione di olivi da parte di singoli cittadini o la sperimentazione in territori non tradizionali, dove si studia l’adattamento delle varietà a nuovi climi. Vengono citati esempi di coltivazioni in aree inaspettate e progetti imprenditoriali che guardano avanti con entusiasmo, dimostrando come l’olivo continui a essere una pianta capace di evolversi e di sorprendere.
Varanini ha infine concluso l’incontro con una considerazione che unisce passato e futuro, osservando come i cambiamenti climatici e le nuove pratiche agricole potrebbero portare a scenari oggi difficili da immaginare, come la diffusione dell’olivo in aree sempre più settentrionali. L’olivo, ancora una volta, si conferma non solo come testimone della storia, ma come protagonista di un racconto in continua trasformazione.
In apertura, foto di Olio Officina