Cosa c’è di nuovo da evidenziare in questo mese di giugno che volge ormai al termine? Niente, è tutto fermo e ancorato al passato. Nessun guizzo, immobilismo puro. L’inerzia assoluta.

Non me ne vogliano coloro che si attendono colpi di scena, non intravedo idee nuove, nessun atteggiamento audace. Mi riferisco al comparto olivicolo e oleario. Sempre battaglie di retroguardia.

Resto senza parole quando ricevo comunicati stampa in cui si annuncia mobilitazione nazionale di settore in difesa dell’olio extra vergine di oliva Made in Italy. Si denuncia l’ombra funesta di “logiche speculative, frodi e dinamiche di mercato spesso opache”. E così, in questi giorni afosissimi, dalle alte temperature debilitanti, ho visto tanta gente sfidare il clima per riunirsi per le strade di tante città, come pure nelle sale al chiuso, dinanzi alle prefetture e ovunque, intenta a protestare per chiedere misure immediate e urgenti, dure, severissime.

Si chiede perfino un “Sian più evoluto, in termini di analisi e prevenzione”. Un inasprimento dei controlli con l’introduzione di “una bolla elettronica per l’olio sfuso”, così da assicurare “una tracciabilità vera e complessiva”. Eccetera eccetera eccetera. E soprattutto si chiedono “strutture di stoccaggio doganale, dedicate esclusivamente all’olio d’oliva importato, per dire basta alle frodi”. Sembra insomma che i problemi siano tutti provenienti dall’esterno e che basti introdurre ulteriore burocrazia per salvare l’olio italiano.

C’è chi è ancora fortemente convinto che la soluzione alla perseverante crisi di mercato sia riconducibile a fattori esogeni. Nessuno che guardi ai decenni trascorsi invano, senza mai aver avviato politiche di consumo e strategie di mercato innovative. Nessuno che sia disposto a fare autocritica.

Non sarebbe il caso di avviare un processo di rifondazione? Cercasi allora urgentemente nuovi attori dotati di idee e managerialità, in grado di rivoluzionare il settore senza stare sempre a lamentarsi.