Sono tante, anzi: tantissime, le aziende olearie che ci contattano su questioni serie e gravi, tali da renderle sempre meno competitive sui mercati esteri.

C’è in loro una sorta di sfinimento e di profonda amarezza. Ci chiamano infatti perché sotto stress per i troppi e irrazionali controlli che subiscono in dogana. Controlli che avvengono con modalità mortificanti, ma d’altra parte, si sa, in questo clima di continue tensioni e di demagogia in atto, accade di tutto e di peggio.

La questione che molte imprese sollevano, ho voluto sottoporla, prima ancora che all’Agenzia delle Dogane, all’attenzione di tre grandi organizzazioni di categoria – Assitol, Federolio e Unifol, che ci hanno risposto prontamente, sensibili anche loro alle tante problematiche che i loro soci debbono costantemente affrontare.

L’intenzione di Olio Officina è che si arrivi ben presto a una soluzione definitiva dei problemi, perché non è accettabile che le imprese debbano subire l’offensiva di un organo istituzionale. Si presuppone infatti che un Paese cerchi in ogni modo di favorire l’economia, non di affossarla, seppure in buona fede e per fini nobili.

L’obiettivo di questa nostra inchiesta è di trovare una soluzione rapida, comune e condivisa rispetto alla grande incognita rappresentata dal controverso ruolo esercitato dall’Agenzia delle Dogane, dove avviene purtroppo di tutto e di più, con grave danno per le aziende, oltre che per la buona tenuta degli oli, che, si sa, sono merce altamente deperibile se mal conservata e gestita.

Molte aziende giustamente si lamentano, non per il controllo in sé, sia ben chiaro, necessario e quanto mai doveroso, e g guai se venisse meno il compito di tutelare gli scambi commerciali tra i Paesi da possibili tentativi di frode e inganno.

Il vero dramma, purtroppo, è un altro: sta tutto nella cattiva e macchinosa gestione dei tempi necessari a effettuare i controlli.

È una gestione che possiamo definire irrazionale? Penso di sì.

Disorganizzata? Senz’altro, viste le tante vicende di cui abbiamo sentito parlare dai diretti interessati.

Forse anche una gestione in taluni casi arbitraria? Non saprei dirlo, ma il dubbio permane.

Ci farebbe piacere sentire al riguardo il parere del direttore dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli Roberto Alesse.

Ho tuttavia ritenuto opportuno indagare chiedendo informazioni ai vari operatori e sentire prima ancora che l’Istituzione in sé, le organizzazioni di categoria.

Il fatto è che una gestione non efficiente e non ben pianificata danneggia pesantemente prodotto e imprese. Con danni gravi, anzi gravissimi. L’olio extra vergine di oliva è materia viva e richiede tempi celeri, ma soprattutto tanta professionalità e oggettività nelle valutazioni del prodotto sottoposto a controllo.

Le Dogane agiscono con una lentezza elefantiaca, e, naturalmente, avendo studiato un po’ la situazione, dopo le tante telefonate che ricevo, ho scoperto che sono sì indicati, nell’esercizio dei controlli, i tempi teorici, ma, in realtà, in base alle testimonianze che ho ricevuto da più parti, questi tempi sono molto più lunghi e il più delle volte arrivano pure al limite massimo dei novanta giorni previsti.

Novanta giorni è un’eternità per gli oli extra vergini di oliva. Non è merce che si può tenere da parte con leggerezza. Sono tempi lunghi che di fatto non giovano al prodotto. Nella maggioranza dei casi, i container, o comunque i bancali posti sotto osservazione non si è sicuri che vengano stoccati bene, a protezione del prodotto. I danni, gravi, su una materia prima delicatissima qual è l’olio extra vergine di oliva, possono essere devastanti. Ci sono le temperature giuste di conservazione? È garantita l’igiene e ogni altra cura?

La questione è delicatissima. Ci sono altri aspetti da tenere in considerazione. Per esempio, i tempi – un'ora, due, tre, cinque ore – per il prelievo dei campioni, a partire dal blocco dei container, tempi che in molte occasioni non vengono rispettati come invece dovrebbero.

Stupisce – anche se non più di tanto – che ciò accada, ma, soprattutto, stupisce che questi episodi possano continuare senza che si faccia nulla per risolverli. 

A dirlo sono gli operatori; in verità, sono tanti gli operatori che si ritengono vittime di questo sistema così poco organizzato.

Accade in sostanza che quando i doganieri prelevano i campioni d’olio, trascorra troppo tempo senza che si sappia nulla a distanza di tantissime ore, talvolta anche di giorni. Non si sa per esempio in quale laboratorio il campione, o i campioni prelevati, siano stati inviati, né tantomeno si ricevono comunicazioni circa la tempistica e le modalità di trasferimento di tali campioni. Manca in assoluto la trasparenza. Sembra un atto di arbitrio, a tutti gli effetti. Non c’è alcuna tutela delle imprese che subiscono un danno.

L’aspetto più assurdo e grottesco, di tutto ciò – e a riferirlo sono sempre le aziende, le tante aziende – è che non si sa dove questi campioni vengano conservati, e, soprattutto, non si sa in che modo vengano conservati. Considerando che i campioni prelevati devono comunque essere spediti entro cinque giorni lavorativi al laboratorio designato, questa assenza di comunicazione non giova in alcun modo.

Cosa fare? Le aziende hanno ovviamente paura di ritorsioni e temono, preferiscono non esporsi, e ciò è molto grave.

In uno stato di diritto si può avere paura solo delle mafie, ed è già grave che si debba avere paura, perché significa che lo Stato non garantisce una piena tutela. Ma avere paura delle istituzioni significa che queste non sono in grado di dialogare con le imprese e che considerano le imprese una minaccia e non un vantaggio per l’economia del Paese. Di fatto è così.

Ecco allora questa inchiesta, pensata per scuotere un po’ le Istituzioni ed esercitare la giusta pressione affinché queste anomalie non accadano.

Sappiamo bene che sono tempi infernali, dove il caos regna sovrano, ma il personale delle Dogane deve dimostrarsi sempre all’altezza del compito.

C’è l’intenzione di far qualcosa o si dovrà continuare con la spada di Damocle sulla testa delle imprese? I danni di una cattiva gestione dei controlli per chi deve svolge un’attività commerciale sono enormi, e non sono soltanto danni di immagine, organizzativi quando la merce non arriva a destinazione, ma sono danni enormi per la buona tenuta del prodotto.

Ecco allora alcuni quesiti che ho posto ai direttori generali di tre organizzazioni di categoria: Assitol, Federolio e Unifol. Per il bene delle imprese italiane, è necessario che qualcosa cambi.

Così, dopo un attento studio di una materia che, confesso, non conoscevo così a fondo, ho provato ad allestire tre punti chiave dai quali partire per sollecitare ai diretti interessati, oltre che ai ministri competenti, un cambio di passo. Cambiare atteggiamento e modalità operative è necessario, se non si vuol affossare uno dei settori economici cruciali del Paese.

  I tempi delle analisi e del panel test 

  • Tempi reali in porto. Il completamento delle analisi chimiche richiede solitamente 3-5 giorni lavorativi, ma la convocazione del comitato per il Panel Test può far slittare il riscontro definitivo a 10-15 giorni totali.
  • Il limite dei 90 giorni. È il termine massimo previsto dalla legge amministrativa (Legge 241/90) entro cui il Laboratorio delle Dogane deve chiudere formalmente la pratica, ma regola i tempi burocratici del chimico, non il blocco fisico della merce.
  • Il vincolo europeo. Il Regolamento Ue 2022/2105 stabilisce solo che per i prodotti confezionati le analisi devono essere tassativamente eseguite prima della data di scadenza (TMC) indicata in etichetta.

Il blocco fisico dei container in banchina

  • Nessun termine fisso per legge. Non esiste una norma che imponga il rilascio del container in un numero preciso di ore o giorni dopo il prelievo.
  • Il principio di ragionevolezza. Tenere fermo un container in banchina oltre le due settimane per un controllo a campione viene considerato dai tribunali illegittimo e sproporzionato, a causa dei pesanti costi di giacenza accumulati dall'esportatore.
  • L'obbligo delle cinque ore. La Dogana ha l'obbligo di legge di effettuare l'ispezione fisica e il prelievo dei campioni entro cinque ore dalla richiesta, dopodiché il container non dovrebbe più subire ritardi fisici per motivi analitici.

La soluzione: lo svincolo sotto vincolo

Per evitare i costi di sosta portuale e non perdere la nave per una destinazione estera, lo spedizioniere deve richiedere immediatamente l'applicazione della Circolare Dogane 23/2023:

  1. La Dogana preleva le bottiglie di campionamento.
  2. Il container viene immediatamente svincolato e imbarcato sulla nave.
  3. Il laboratorio e il comitato d'assaggio eseguono le analisi e il panel test nei giorni successivi a terra, mentre la merce sta già navigandoverso la sdestinazione.

 

Ebbene cosa c’è da fare?

Perché non attivare e coinvolgere i dirigenti delle Agenzie delle Dogane e fare il punto della situazione?

Perché non redigere una bozza di sollecito formale, o di istanza di svincolo condizionato, da inviare tramite spedizioniere all'Ufficio delle Dogane dei vari porti?

Cosa ne pensano le tre organizzazioni? Ecco le risposte dei tre direttori generali di Assitol (Andrea Carrassi),  Federolio (Andrea Marino) e Unifol (Mauro Meloni).

  

Andrea Carrassi, direttore generale Assitol

Comprendiamo pienamente le preoccupazioni di tante imprese del nostro settore, associate o meno.

Stiamo attraversando una situazione di mercato particolarmente complessa: dopo aver raggiunto quotazioni record all'ingrosso vicine ai 10 €/kg nelle ultime campagne, oggi siamo tornati a valori sensibilmente inferiori, con inevitabili tensioni lungo tutta la filiera.

Purtroppo, anziché affrontare insieme le problematiche strutturali del settore, si sta creando un clima di crescente contrapposizione (che si sovrappone alla crisi energetica scatenata dal conflitto tra USA e Iran che sta portando l'inflazione in UE oltre il 4%), nel quale le difficoltà di una componente rischiano di tradursi in pressioni sempre maggiori sulle altre.

Assitol sta seguendo questa situazione fin dall'inizio, mantenendo un confronto costante con le altre organizzazioni della filiera.

Proprio ieri (21 ottobre 2026, ndR), nell'ambito del tavolo agroindustria presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, ottenuto grazie a un'iniziativa condivisa del FOOI, abbiamo avuto un confronto con la Grande Distribuzione Organizzata. Purtroppo, dall'incontro non è emersa una concreta disponibilità della GDO a rivedere le proprie politiche commerciali, ha dimostrato a tutte le organizzazioni della filiera che la grande distribuzione non vuole collaborare e non è disponibile a concedere nulla alla filiera olivicola olearia, né sul piano del sottocosto né sul piano del prodotto civetta. 

Parallelamente, siamo intervenuti formalmente presso il MASAF insieme a Federolio per chiedere un confronto sull'introduzione del DAO e sulla riduzione dei termini di registrazione sul SIAN, senza aver ricevuto finora riscontro da un Ministro già in campagna elettorale.

Da settimane siamo impegnati in incontri, confronti e documenti condivisi con le altre componenti della filiera, cercando di ottenere risultati senza alimentare ulteriori contrapposizioni.

Il lavoro delle Associazioni è quotidiano e costante, anche se non sempre ogni iniziativa può essere comunicata pubblicamente.

Venendo al problema delle dogane, le aziende che hanno ottenuto la certificazione AEO (che noi suggeriamo caldamente a tutte quelle che esportano extra UE) hanno una situazione meno complicata, perché l’eventuale costo per il blocco della merce in dogana quando viene campionata per le analisi non c’è ed è altresì possibile spedire altro prodotto (ovviamente di altro lotto non soggetto ad analisi) andando così a soddisfare le richieste del cliente estero.

Purtroppo i tempi di analisi non potranno che allungarsi dato che siamo alla terza campagna straordinaria di controlli del 2026, i panel non riusciranno ad analizzare tutti i campioni prelevati in tempi brevi. 

Ti confermo che i termini per le analisi non sono perentori, quindi in caso di “ingolfamento” dei laboratori si allungano di molte settimane. Quello che potremmo chiedere è di concedere lo svincolo della merce in entrata e in uscita dopo il risultato di conformità chimico-fisica delle analisi e in attesa del risultato dell’analisi organolettica. Ovviamente l’operatore avrebbe poi la responsabilità sul prodotto in caso di declassamento, quindi dovrebbe tenere l’olio in azienda (risparmiando i costi del fermo in dogana e stoccando l’olio in ambiente idoneo) oppure se lo confeziona poi corre il rischio di doverlo richiamare dal mercato in caso di declassamento. 

Già in passato abbiamo incontrato il Direttore di ADM qui a Roma e possiamo incontrarlo nuovamente insieme, ma anche il loro suggerimento è quello di ottenere la certificazione AEO per le aziende. 

Per il tuo articolo sul tema, noi come Confindustria preferiamo comunicare i risultati invece di comunicare ogni singola iniziativa o riunione a cui partecipiamo e, soprattutto, quando organizziamo incontri con la P.A. non ne diamo risalto sui media per non far sentire pressioni sugli interlocutori istituzionali.  

Andrea Carrassi

Direttore Generale Assitol

 

Andrea Marino, direttore generale Federolio

Sono questioni che quotidianamente ci vengono sottoposte e che conosciamo molto bene. Ciò premesso, trovo le tue proposte operative interessanti e meritevoli di approfondimento.

Condivido inoltre ampiamente le argomentazioni svolte da Andrea Carrassi, tanto che su varie questioni attinenti le problematiche doganali e non solo, Federolio e Assitol si sono attivate congiuntamente.

Incidentalmente devo osservare che il quadro delineato in materia doganale nella tua nota dovrebbe essere integrato, oltre che alla luce delle considerazioni svolte da Andrea Carrassi, anche dalla considerazione che il d.lgs. 141/2024, recante disposizioni nazionali complementari al codice del consumo, ha introdotto un quadro sanzionatorio nella materia ulteriormente inasprito.

Vorrei comunque fare un passo oltre i confini di quanto a noi già ben noto sulle problematiche doganali.

Come sicuramente sai, sono ormai anni che Federolio porta avanti un progetto con il mondo della ricerca (Università di Bologna) e il mondo del controllo ufficiale (ICQRF di Roma) per lo studio delle sostanze volatili responsabili dei difetti e del fruttato degli oli di oliva vergini. 

Ovviamente non posso qui descriverti i risultati della nostra sperimentazione nel dettaglio, ma vorrei sottolinearne in particolare un aspetto molto rilevante ai fini che qui interessano. Mi riferisco alla cosiddetta analisi di screening basata sul metodo c.d. untargeted che, a differenza del metodo c.d. targeted, non quantifica gli eventuali difetti del prodotto, bensì ne rileva la presenza o l’assenza. Analogamente il metodo untargeted è utilizzabile per rilevare la presenza o l’assenza del fruttato. È altresì noto che già oggi vari organismi del controllo ufficiale, afferenti sia alla Repressione frodi che alle Dogane, fanno uso dello strumento che noi stiamo utilizzando nella nostra sperimentazione all’interno delle loro attività. 

Una cosa è certa: se si utilizzasse il metodo untargeted nei controlli doganali sia in entrata che in uscita, i tempi del controllo ufficiale in sede doganale diminuirebbero radicalmente.

A nostro parere è pertanto indispensabile avviare un serrato confronto con le autorità competenti e con la filiera per giungere ad una conclusione che sul piano pratico si traduca nella presa d’atto dell’inaccettabilità della situazione in essere dei controlli doganali (da te puntualmente descritta) e nella contestuale adozione di una soluzione innovativa quale quella qui succintamente descritta.

Andrea Marino

Direttore Generale Federolio

 

 Mauro Meloni, direttore generale Unifol

Grazie per aver messo il tema sul tavolo con tanta chiarezza, e grazie ad Assitol e Federolio per le loro risposte. Le condivido nella sostanza e provo ad aggiungere qualche elemento.

Assitol ha ragione a raccomandare la certificazione AEO a chi esporta fuori dall’UE, ed è anche l’indicazione che arriva da ADM. Chi la possiede ha priorità nei controlli, può chiedere che si svolgano in un luogo diverso dall’ufficio doganale, anche presso la propria sede, e accede più facilmente alla procedura domiciliata. In questo modo si evitano soste e spostamenti in banchina e, nel frattempo, si può servire il cliente con un altro lotto. Anche in prospettiva c’è qualche ragione di speranza. Il nuovo Codice doganale dell’Unione (Reg. UE 2026/2108), in vigore dal 20 settembre, introduce lo status di Trust and Check trader, che si potrà richiedere da settembre 2027. Per gli operatori più affidabili prevede lo svincolo della merce senza intervento doganale attivo e verifiche a posteriori sui dati forniti dall’impresa. Le procedure, quindi, possono velocizzarsi davvero.

Va detto però con franchezza che gli impegni richiesti per accedere a questi status sono sempre più onerosi. Già l’AEO richiede un’organizzazione interna dedicata, un responsabile delle questioni doganali qualificato e sistemi di registrazione adeguati. Il Trust and Check aggiunge la condivisione in tempo reale dei dati con il nuovo hub doganale europeo e l’accesso delle dogane ai sistemi informatici aziendali, e non sarà automatico per chi è già AEO. Il rischio è che la corsia veloce resti riservata ai grandi operatori. Le PMI che esportano olio di qualità continuerebbero intanto a subire i tempi attuali, che sono il vero problema.

Gli aspetti da perfezionare oggi sono comunque molti. Convengo con te che come organizzazioni saremmo più efficaci e incisivi se presentassimo proposte chirurgiche comuni: poche, precise, condivise. Il quadro delle responsabilità è purtroppo quello che descrivono i colleghi. Come ricorda Federolio, il d.lgs. 141/2024 ha ulteriormente inasprito le sanzioni, e l’ipotesi di frode in commercio pende sull’operatore a prescindere dalla quantità contestata. Questo rende ancora più urgente essere ascoltati.

I tre punti che hai messo a fuoco colgono il cuore del problema. Hai ragione a distinguere i tempi del laboratorio dal blocco fisico della merce. Il limite dei 90 giorni regola la chiusura della pratica, non la permanenza del container in banchina, e il Regolamento UE 2022/2105 chiede soltanto che le analisi si concludano entro il TMC. Come ricorda Assitol, inoltre, i termini per le analisi non sono perentori: quando i laboratori si ingolfano, come accade con le campagne straordinarie di controllo di quest’anno, si allungano di settimane. Ma sul piano commerciale un olio fermo per mesi diventa invendibile ben prima di quella data, perché i clienti esteri richiedono una vita residua adeguata al momento della consegna. Così, anche quando l’esito è conforme, il danno è già fatto e il controllo si trasforma di fatto in una barriera commerciale che spinge i clienti verso fornitori di altri Paesi. Senza contare le soste, le navi perse e le condizioni di conservazione spesso inadeguate, su cui le aziende associate ci segnalano casi tutt’altro che isolati.

Anche la tua idea dello svincolo condizionato, da chiedere tramite spedizioniere, va nella direzione giusta, ed è in linea con la riflessione di Assitol sullo svincolo dopo l’esito di conformità chimico-fisica, in attesa del panel. Il punto è che oggi, nei fatti, questa strada sembra difficilmente percorribile ma potrebbe essere un nostro comune obiettivo. Da alcune testimonianze di aziende emerge che in passato lo svincolo dopo il campionamento veniva concesso più facilmente e che oggi la merce resta invece bloccata in attesa dell’esito. Non abbiamo evidenze sistematiche, ma è un aspetto che meriterebbe di essere chiarito. Proprio per questo potremmo avviare, ciascuna organizzazione presso le proprie associate, una ricognizione più puntuale dei casi effettivamente accaduti (tempi di blocco, esiti, costi sostenuti, condizioni di conservazione), così da rafforzare con dati concreti una posizione negoziale comune. Per questo, prima di trasformarla in un’istanza comune, varrebbe la pena verificare insieme i riferimenti normativi e capire con ADM se e perché la prassi sia cambiata.

Oltre tutto, detto tra noi, c’è poi un problema di coerenza. Si blocca un container, ma non gli altri lotti ottenuti dalla stessa materia prima. Se il sospetto riguarda la materia prima, la risposta coerente è risalire alla tracciabilità. Se invece tutto si gioca sui campioni prelevati, trattenere fisicamente la merce non aggiunge alcuna garanzia, perché la responsabilità dell’operatore resta intatta. Lo svincolo condizionato, con l’olio custodito in azienda in condizioni idonee e l’impegno al ritiro in caso di declassamento, tutela il prodotto più della banchina e non toglie nulla al controllo.

Infine, un accenno al panel test. Gli strumenti di analisi chimico-fisica vengono tarati secondo gli stessi standard prima di essere utilizzati. Non sono certo che si possa dire lo stesso dei panel, da Madrid ad Atene passando per Roma. Dai dati che ho, la scala dei giudizi in Italia arriva a malapena a 6, mentre in Spagna raggiunge senza difficoltà punteggi elevati. Siamo più severi o abbiamo oli più scarsi? Il problema si amplifica nella zona grigia dei giudizi, dove si muovono per forza di cose molti degli oli Evo esportati, e dove pochi decimi separano una merce libera da una bloccata per mesi.

Tutti riponiamo molta speranza nei sistemi strumentali che possono affiancare il panel, a partire dal lavoro che Federolio porta avanti con l’Università di Bologna e l’ICQRF. Per quanto mi riguarda, gli strumenti di tipo probabilistico potranno essere molto utili nelle aziende. Credo meno che possano allineare in modo efficace i giudizi tra panel istituzionali e tra aziende, ma vorrei sbagliarmi. Se c’è un errore di partenza nel giudizio, il confronto aiuta senz’altro a isolarlo ma disporre di uno standard di riferimento comune resta però uno strumento molto più oggettivo.

Per non uscire dal tema non entro nel merito della carenza di formazione nell’analisi dei pregi, ma la nostra posizione e il nostro impegno su questo fronte sono ben noti.

Unifol è disponibile a lavorarci insieme ad Assitol e Federolio, non solo in vista di un eventuale nuovo incontro con il Direttore di ADM, ma su tutti i dossier in cui possiamo utilmente fare squadra per le nostre aziende. 

Mauro Meloni

Direttore generale Unifol, Unione Italiana delle famiglie Olearie

 

E allora?

Allora, in attesa di approfondire ulteriormente la problematica scaturita dalle Dogane, c’è tanta materia, a partire da questa nostra inchiesta, su cui riflettere.

Per illustrare l'articolo, ho immaginato che l'imponente scultura di Jens Galschiøt, alta tre metri e mezzo e raffigurante la dea della giustizia in gran sovrappeso, mentre regge i piatti della bilancia, trasportata sulle spalle da un uomo africano denutrito. Qui, in questa immaginae così eloquente, la Giustizia, con gli occhi chiusi, dichiara: «Sono seduta sulla schiena di un uomo. Egli sta per cedere sotto il mio peso. Farei qualsiasi cosa per aiutarlo... tranne scendere dalla sua schiena». Sono queste parole incise sul piedistallo dell'opera di Galschiøt che vi invito ad approfondire. Un artista che -dichiara nel proprio sito internet - si è avvalso della collaborazione dello scultore Lars Calmar. Si tratta - si legge - di una delle sculture più celebri di Galschiøt. Due gli esemplari di grandi dimensioni realizzati, oltre a numerose altre versioni di misura più ridotta. Un'opera che fa riflettere.

 In apertura, per gentile concessione di www.galschiot.dk, opera "Survival of the Fattest" (2002, 350 cm x 75 cm x 120 cm), di Jens Galschiøt (1954). Maggiori informazioni sul sito dell'artista danese: qui