Corso Italia 7

Rivista internazionale di Letteratura – International Journal of Literature
Diretta da Daniela Marcheschi

Due interni per due famiglie

Il figlio è l’ultimo capitolo della trilogia dell’autore francese Florian Zeller che esamina le figure-chiave della famiglia, tema a lui particolarmente caro. Spettacolo di forte impatto e di grandi emozioni, che trattiene il pubblico senza fiato fino alla fine, raccontando una realtà difficile da affrontare, che cerca invano un equilibrio tra crudeltà e speranza

Mariapia Frigerio

Due interni per due famiglie

Come non pensare, leggendo il nome di Florian Zeller, al suo bellissimo The Father in cui ha debuttato come regista cinematografico? Un film dai molti Oscar: allo stesso Zeller per la migliore sceneggiatura non originale e allo splendido Anthony Hopkins come migliore attore.

Il Figlio, visto a Milano all’ex Salone Pier Lombardo, ora Teatro Franco Parenti, è l’ultimo capitolo di quella trilogia dell’autore francese che esamina le figure-chiave della famiglia, tema a lui particolarmente caro: Il Padre, La Madre e, appunto, Il Figlio.

Se nel film The Father assistevamo a un uomo d’età a cui a poco a poco veniva meno la memoria o, meglio, questa gli giocava brutti scherzi facendogli sovrapporre situazioni diverse in tempi confusi, qui, al Franco Parenti, protagonista è un figlio diciassettenne, Nicola, i cui genitori, Anna e Piero, sono separati. Quest’ultimo si è anche ricreato una famiglia con Sofia e ha un figlio neonato, Sacha.

Una banale vicenda, una vicenda quotidiana nell’odierna società, anche se chi ha dimestichezza con gli adolescenti sa benissimo che per questi è una quotidianità, la separazione, che rappresenta l’eccezione e non la norma.

Come fosse una “legge” insita nei loro cuori: per questo faticano ad accettare i cambiamenti attuali e li vivono come un affronto, come qualcosa che ha colpito solo loro e che, colpendoli, li rende diversi.

Da qui, secondo noi, parte proprio Zeller, dal caso cioè non atipico di una depressione adolescenziale, da un ragazzo che si scopre non andare a scuola da ben tre mesi…

E come nelle famiglie di oggi si pensa che cambiare casa sia la soluzione, così nella famiglia spezzata di Nicola si crede che trasferirsi dalla casa della madre a quella del padre possa essere di aiuto. Il solito “palleggio” tra madre e padre.

Ma la sofferenza di Nicola, le sue crisi ansiogene continuano fino a portarlo a un tentativo di suicidio.

Eccolo allora ricoverato con diagnosi di depressione bipolare con pulsioni suicide.

Ma il ragazzo supplicherà i genitori perché firmino per le sue dimissioni…

Un dramma, come dicevamo, che si basa su intrecci di dialoghi e di confronti famigliari: quello della madre col figlio, del padre col figlio, della madre col padre, del figlio con la compagna del padre col sintomatico:
«Quando lo hai incontrato lo sapevi che era sposato?»

Solo moglie e nuova compagna non interagiscono.

La scenografia (come ormai questa famiglia) è divisa con precisione in due: a sinistra del pubblico, la casa della madre con divano. A destra, la casa in cui il padre si è ricostruito una vita con tavolo e seggiole.

Simboli? Potrebbero essere: il divano accogliente come il ventre materno. Tavolo e seggiole, fredde, poco inclusive come lo è la “nuova” famiglia del padre.

E il pubblico? Come si relazione con i vari personaggi? Lasciandosi trascinare dalle ragioni di ognuno di loro.

Applausi. Foto di Mariapia Frigerio

Si potrebbe aggiungere che da Padri e figli di Turgenev (ma di certo anche prima, dalla Lettera di Abelardo ad Astrolabio fino, poi, alla Lettera al padre di Kafka) esiste il cosiddetto scontro generazionale, qui evidente nelle tensioni interne della famiglia e in quelle distanze che involontariamente si creano tra genitori e figli, da cui l’incomunicabilità.

Abbiamo così da un lato genitori che necessitano di dare una spiegazione razionale alla depressione, dall’altro un figlio che non accetta la mano che i genitori cercano di tendergli.

Spettacolo di forte impatto e di grandi emozioni, che trattiene il pubblico senza fiato fino alla fine, raccontando una realtà difficile da affrontare, che cerca invano un equilibrio tra crudeltà e speranza.

Merito del successo va all’autore Florian Zeller, al regista e traduttore Piero Maccarinelli e a un cast di altissimo livello: dalla madre interpretata da Galatea Ranzi, al padre di Cesare Bocci, al figlio di Giulio Pranno.

Tutti sommersi dagli applausi degli spettatori.

Applausi. Foto di Mariapia Frigerio

In apertura, foto di Achille Le Pera

Per commentare gli articoli è necessario essere registrati
Se sei un utente registrato puoi accedere al tuo account cliccando qui
oppure puoi creare un nuovo account cliccando qui

Commenta la notizia

Iscriviti alle
newsletter