Corso Italia 7

Rivista internazionale di Letteratura – International Journal of Literature
Diretta da Daniela Marcheschi

«Fare l’attore non è mai stata una vera e propria scelta»

Oltre le quinte… Intervista con Piero Marcelli. Nato in una famiglia di artisti da tre generazioni, con lui compiamo anche noi, indirettamente, un “viaggio” nel mondo dello spettacolo lungo oltre ottant’anni. Classe 1969, figlio e nipote d’arte, esordisce in teatro a cinque anni, mentre a nove già recita in sceneggiati radiofonici e in programmi culturali della Rai

Mariapia Frigerio

«Fare l’attore non è mai stata una vera e propria scelta»

C’era una volta a Torino, e potremmo dire che c’è ancora seppur nascosto, un mondo estremamente vivo dal punto di vista dello spettacolo. Basti pensare, per la danza, alla Compagnia Bella Hutter (grande amica della coppia Cesarina Gurgo Salice-Riccardo Gualino), alla Lavanderia a Vapore, al Café Procope dove in anteprima sul resto d’Italia si diffuse l’amore per il tango; per la prosa alla Compagnia Anna Bolens, al Teatro delle Dieci, alla Compagnia Marionette Lupi; per la radio e la tv alle produzioni RAI. Tutto sottotono, secondo la buona tradizione torinese. Piero Marcelli, direttamente o indirettamente, è parte di questo ambiente. Come dimenticare la casa di sua nonna, Anna Bolens, con tanto di palco per provare, in un magnifico palazzo di via Blignj dove ora abita anche lo scrittore Giuseppe Culicchia?

Classe ’69, figlio e nipote d’arte, Marcelli inizia l’attività artistica in teatro a cinque anni e a nove recita già in sceneggiati radiofonici e in programmi culturali della RAI di Torino.

Continua una fervida attività come regista e attore, dividendosi tra teatro, cinema e televisione. Doppiatore per spot pubblicitari e speaker per documentari realizzati da RAI SAT, dal 2011 è voce e animatore del pupazzo Lallo su RAI Yoyo.

 

INTERVISTA CON PIERO MARCELLI 

Mi puoi parlare della tua famiglia e di come è nato il tuo amore per il teatro o lo spettacolo in generale.

È difficile, se non quasi impossibile, sintetizzare in poche parole l’attività artistica della mia famiglia, un “viaggio” nel mondo dello spettacolo che dura da oltre 80 anni e da tre generazioni.

Sono nato e cresciuto in una famiglia di artisti. Mia nonna, Anna Bolens, di origine genovese, è stata un’attrice che, fin dalla fine degli anni ’30, aveva lavorato accanto grandi nomi del teatro come Guglielmo Giannini, Memo Benassi, Kiki Palmer, Elena Zareschi, Aldo Fabrizi, Gilberto Govi.

La sua propensione a sperimentare (partecipò alle prime trasmissioni televisive in onda da Torino) e a tutto ciò che di nuovo si presentava nel teatro, non solo italiano, ma anche europeo ed extra europeo, la portò da un lato a importanti collaborazioni come, nell’immediato dopoguerra, la partecipazione alla nascita del futuro Teatro Stabile di Genova, dall’altro alla fondazione di una propria Compagnia Teatrale, Compagnia Anna Bolens, la cui sede divenne, a partire dagli anni ’60, Torino e, dal 1979, la sede della Compagnia trovò luogo nei sotterranei della Cattedrale della città, dove venne ricavato il Teatro d’Uomo, attivo fino al 1997.

La Compagnia Anna Bolens è stato il fulcro attorno a cui è ruotata gran parte della vita artistica della mia famiglia, perché è all’interno di quest’ultima che è avvenuta non solo la formazione di mia madre, Anna Marcelli, figlia della Bolens, ma anche la mia (il mio debutto nel mondo dello spettacolo è stato a soli cinque anni), quella di mia sorella, Daniela Marcelli e, in parte, anche di mio padre, Ottavio Marcelli, che, per alcuni anni, aveva seguito le orme di famiglia come attore.

Mi fa piacere sottolineare come la mia sia sempre stata una famiglia non solo di attori, ma di persone che hanno amato e amano ancora tutti i vari aspetti dell’arte, non solo quello della recitazione.

Mia nonna era anche una ottima regista, scrittrice, costumista, scenografa; mia mamma e mio padre due importanti marionettisti, che hanno lavorato per molti anni per le storiche Marionette Lupi di Torino, un’antica famiglia di marionettisti che ha operato fin dal tardo ‘700.

Mia madre ha ideato e prodotto importanti allestimenti di spettacoli di animazione per bambini e non, ed è da lei che ho imparato ciò che faccio attualmente: movimento e voce di Lallo, un pupazzo di Rai YoYo, molto conosciuto dai bambini.

Lallo e Piero

Mia nonna, mia madre ed io, attraverso la Scuola di Recitazione legata alla Compagnia, siamo stati anche insegnanti di recitazione ed abbiamo formato molti attori che lavorano in teatro, in televisione e nel cinema italiano.

Questo per sottolineare che la formazione artistica della mia famiglia è sempre stata molto aperta, come nel caso mio e di mia sorella, che nonostante avessimo già alle spalle una preparazione come attori, abbiamo frequentato importanti scuole di formazione teatrale come l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico di Roma, nel mio caso, e la Scuola di Recitazione del Teatro Stabile di Torino (allora diretta da Luca Ronconi), nel caso di mia sorella.

Sei stato appoggiato nelle tue scelte o ostacolato?

Fare l’attore per me non è mai stata una vera e propria scelta. Avendo cominciato da bambino, stare su un palcoscenico o davanti a una telecamera è sempre stato naturale, un gioco, anche se ho ricevuto un’educazione artistica molto severa sia da parte di mia nonna che di mia madre, impensabile per un giovane che inizia ora una carriera artistica.

Quando poi si è trattato di scegliere se continuare a recitare, come già facevo, o imparare un altro mestiere, ho avuto sempre al mio fianco i miei genitori. Sono stato libero nelle mie scelte. Ho avuto la fortuna di avere una madre e un padre che non mi hanno mai ostacolato, ma, in particolare da mia madre, mi è stato fatto sempre capire come il nostro lavoro fosse un “mestiere” estremamente difficile e precario; e che la soddisfazione e la realizzazione artistica non necessariamente dipendevano dall’avere più o meno successo, ma dalla possibilità di fare ciò che ci piace e di riuscire a vivere di questo. Una rarità al giorno d’oggi…

Il fatto poi di avere iniziato da bambino, ha fatto sì che sperimentassi e vivessi quasi sempre sulla mia pelle scelte giuste ed errori che inevitabilmente si fanno in tanti anni di professione.

Quali sono stati i tuoi studi?

Mi sono diplomato al Liceo Artistico di Torino, poi mi sono trasferito a Roma per molti anni dove ho avuto la possibilità di diplomarmi presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico. L’Accademia mi ha dato la grande opportunità di aprire la mia mente dal punto di vista artistico e di uscire dall’ambito familiare e torinese. Ma la mia formazione artistica è avvenuta in gran parte all’interno della nostra Compagnia Teatrale, dove ho avuto l’opportunità non solo di recitare, ma di allestire spettacoli come regista, di insegnare recitazione e movimento mimico, di seguire un allestimento anche dal punto di vista tecnico ed organizzativo, e infine di dirigere la Compagnia stessa e l’annessa sala teatrale. Una formazione che, unitamente alle mie esperienze in campo radiofonico e televisivo con la RAI e nel doppiaggio, credo si possa definire a 360 gradi, un’opportunità che ti arricchisce enormemente dal punto di vista artistico, di cui sono orgoglioso, anche se molto ha tolto alla mia vita personale. 

Il teatro: spettacoli a cui hai partecipato che vuoi ricordare.

Tra le esperienze come attore che mi piace di più ricordare ci sono gli spettacoli a cui ho preso parte con il Gruppo della Rocca di Torino [Compagnia teatrale fondata nel ’69 a Firenze che dall’82 sposta la sua sede al Teatro Adua di Torino, NdC], con il regista Andrea Dalla Zanna e con Grazia Scuccimarra. Molti sono gli spettacoli che ho nel cuore. Alcuni sono stati miei allestimenti.

Linguaggi

Penso a Linguaggi [spettacolo portato anche, alla fine del secolo scorso, nello spazio teatrale Fuoricentro di Lucca, NdC], un monologo di Sam Shepard, il mio autore teatrale preferito, allestito con la nostra Compagnia Teatrale insieme al Theatre Diagonale di Lille di Esther Mollo. Voce e movimento, uno studio personale che ho sempre portato avanti e che ho concluso con Un uomo…, spettacolo basato tra l’intreccio di un testo tratto da Eugene Ionesco e una sinfonia di Leonard Bernstein.

Un uomo

PoiLa favola del figlio cambiato di Pirandello, la mia prima regia, spettacolo vincitore del XVI Festival Internazionale di Teatro per i Ragazzi di Padova; Grasse matinée di René de Obaldia, di cui ho curato l’ideazione e la regia, interpretato da Daniela Marcelli e Ivana Valla; Le confessioni di due Italiani, un allestimento ideato per il 150 anniversario dell’Unità d’Italia, basato sull’elaborazione di documenti custoditi presso l’Archivio di Stato di Torino, iniziativa che ricevette il plauso dell’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Uno spettacolo invece a cui presi parte e che a tutt’oggi rimane tra le mie esperienze più care è I giganti-Favola per la gente ferma da Luigi Pirandello, per la regia di Davide Iodice. Ebbi modo, in questo caso, di recitare in una compagnia mista di attori e circensi, lavorando proprio all’interno di uno chapiteau da circo. Ricordo i faticosissimi allenamenti fisici, ma anche le indimenticabili relazioni umane che si crearono nel gruppo. Partecipai a quello spettacolo insieme e grazie anche ad Emma Dante, mia compagna d’Accademia e ora affermata e bravissima regista.

Al di là di mamma e nonna, chi consideri i tuoi Maestri o il tuo Maestro?

Oltre che in ambito familiare, la mia formazione è avvenuta in Accademia, dove ho avuto modo di stare vicino a grandi maestri come Andrea Camilleri, Angelo Corti, Marisa Fabbri, Mario Ferrero, Marise Flach, Massimo Foschi, Roberto Guicciardini, Giorgio Pressburger, Lorenzo Salveti.

Tu hai lavorato con tua nonna. Ho letto che Cocteau ha dedicato il suo monologo Il fantasma di Marsiglia a lei. Come si erano conosciuti? Mi dici qualcosa di loro?

Nonna amava molto il teatro francese e interpretava, già dal ’43, prima della famosa interpretazione di Anna Magnani, La voce umana il celebre monologo di Jean Cocteau. Ricordava sempre le repliche a Genova, durante la guerra, effettuate sotto i bombardamenti. Fu nel 1963 in una replica di questo spettacolo a Rapallo, che fu vista dallo scrittore Salvator Gotta. Quest’ultimo si complimentò per la sua interpretazione e promise che avrebbe scritto a Cocteau per suggerirgli il nome della Bolens come interprete dell’atto unico Il fantasma di Marsiglia, scritto originariamente per Edith Piaf e mai rappresentato da lei. Dopo appena quindici giorni da quell’incontro arrivò a mia nonna una lettera di Cocteau che la invitava a mettere in scena quel monologo. Nonna aveva sempre conservato quella lettera tra i suoi ricordi più cari e ancora oggi la custodiamo gelosamente nell’archivio storico della Compagnia. Insieme a Il bugiardo, Il fantasma di Marsiglia e La voce umana furono interpretati più volte da nonna. Ricordo in particolare il successo che ebbe in occasione della ripresa dei monologhi per festeggiare i suoi cinquant’anni di carriera artistica nel 1983. Un piccolo rammarico: quello che tra tanti documenti d’archivio non sia mai stata fatta una registrazione audio o video della sua interpretazione di Cocteau. Ancora negli anni ’80, prima dell’avvento del digitale, una registrazione professionale di uno spettacolo teatrale era molto costosa. Esiste solo un piccolo frammento audio, una registrazione su audiocassetta che nonna faceva per studio. La conservo gelosamente tra le cose a cui tengo di più. In particolare ne La voce umana, nonna era impressionante nella sua bravura. Un caleidoscopio infinito di variazioni interpretative sia nella voce che nella gestualità. Era affascinante vedere come si calava in un personaggio così difficile con una recitazione, una verità ed un realismo estremamente moderni, mai retorico o ridondante. Interpretare quel personaggio le dava un evidente segno di felicità, ma anche di sofferenza poiché spesso il testo toccava corde che evocavano drammatici ricordi personali. Ancora oggi quello spettacolo rimane per me una delle interpretazioni più belle che abbia mai visto nella mia vita.

Hai lavorato per il cinema?

Poco e con ruoli marginali. Peccato. Dopo piccole parti in film diretti, tra gli altri dalla Wertmüller e da Dario Argento, e soprattutto dopo decine e decine di provini, ebbi una grande opportunità che però fu solo a livello laboratoriale. Partecipai ad un seminario, “Attori per il cinema”, diretto da Francesco Maselli. Lavorammo a Montalcino, ricreando una scena tratta da Cronaca di un amore di Antonioni. La cosa mi mise molto in imbarazzo poiché si trattava di una scena d’amore. Eppure girai con la sensazione di sentirmi assolutamente a mio agio. Tramite il ruolo così difficile e sfaccettato che interpretavo, capii cosa significa e quanto sia fondamentale anche e soprattutto nel cinema, avere un grande regista vicino a te, che sappia guidarti in un meccanismo in cui l’attore difficilmente può capire da solo quello che sarà il risultato finale.

Il tuo rapporto con la Rai.

Nasce nel 1978 a Torino, in radio, a nove anni d’età. Serviva un bambino per il ruolo di Tim, nel Canto di Natale di Dickens e mia mamma, sentita la mia disponibilità, propose il mio nome. Da quella volta partecipai a decine di produzioni radiofoniche con registi come Camilleri, Casalino, Giuranna, Scaglione, ma anche televisive: erano i famosi “sceneggiati” della RAI diretti da grandi nomi come Anton Giulio Majano o Ugo Gregoretti. Ricordo con piacere che alla radio ebbi modo anche di intervistare Mario Monicelli: un’emozione indimenticabile. La mia attività in RAI prosegue ancora adesso. Da sedici anni muovo e presto la voce a Lallo, il pupazzo protagonista di alcune trasmissioni per bambini di Rai YoYo e di Rai Radio Kids. È bello pensare che mia mamma avesse partecipato alle prime trasmissioni per ragazzi della RAI e che suo figlio ora lavori nello stesso contesto. Nonostante abbia lavorato anche nelle sedi di Milano, Firenze, Roma e Napoli, mi fa piacere sempre dire che il Centro di Produzione Televisiva di Torino della RAI, dopo tanti anni e tante giornate di lavoro trascorse lì dentro, è per me come una seconda casa. 

A fine dello scorso anno c’è stato il centenario della nascita di Rodari. Che pensi di lui?

Ho un affetto molto profondo verso di lui. Il vestito di Arlecchino è una sua filastrocca ed è la prima cosa che ho interpretato sopra alle tavole di un palcoscenico. Sono cresciuto con i suoi scritti e mi ricordano molto mia mamma, purtroppo recentemente scomparsa, perché li usava spesso nelle sue lezioni di recitazione e nei laboratori didattici per le scuole. Ultimamente, grazie a Rai Radio Kids, ho potuto partecipare come attore ad alcune iniziative per le celebrazioni del centesimo anniversario della nascita del grande scrittore di Omegna. Tra queste la possibilità di interpretare, diretto da Veronica Salvi, Le avventure di Cipollino, dando voce ad una cinquantina di personaggi diversi.

Che ricordi hai delle Marionette Lupi?

Le Marionette Lupi sono state i miei pomeriggi nei fine settimana da bambino. Era una magia che si ripeteva ogni volta. Il retropalco del Teatro Gianduja di Torino era stretto ed angusto. Mi rincantucciavo sui gradini di una scaletta dietro alle quinte e restavo affascinato ogni volta da quei legni che prendevano vita, così belli nei loro vestiti d’epoca. I miei genitori, insieme agli altri marionettisti, affacciati sul ponte dal quale le muovevano, riuscivano ogni volta a far prendere vita a quegli oggetti così preziosi da non poter essere neanche toccati. I magazzini del teatro erano un antro delle meraviglie e la polvere che ricopriva ogni cosa era sicuramente polvere fatata. Che gioia stare lì. Fu in quel contesto che appresi dai miei la tecnica per costruire ed animare burattini e marionette e oggi con il pupazzo Lallo la mia mano che lo anima si muove ricordando quelle giornate.

Il tuo rapporto con Lucca, con i Comics o con spettacoli che hai portato qui.

Lucca è la città di un’amicizia. Quella con Mariapia Frigerio, amicizia nata con i miei genitori attraverso le Marionette Lupi. I lunghi e terribili anni di malattia, prima di nonna e poi di mamma, ci hanno allontanati. Poi, partecipando spesso alla manifestazione Lucca Comics con la RAI, ci siamo ritrovati e anche se ci si vede raramente so che in quello scrigno di bellezza che è Lucca c’è una persona a cui la mia famiglia ed io vogliamo molto bene. Il mio sogno è di riuscire a portare a Lucca un mio spettacolo recentemente riproposto a Torino in occasione del festival “Torino Spiritualità”: Oscar e la dama in rosa, un racconto di Éric-Emmanuel Schmitt accompagnato dalle musiche originali del compositore Stefano Gueresi.

«Io vivo altrove» scriveva Pascoli che in queste tre parole riassumeva l’incanto di un luogo lasciato e rimpianto. Tu, Piero Marcelli, quale consideri la tua città?

Sono molto legato all’Umbria, dove abito da più di sei anni e a Roma, la mia seconda città. Però, anche se non ci vivo stabilmente da più di trent’anni, è e sarà sempre Torino la mia città; nel bene e nel male. Una città dalla quale sono andato via tante volte, fin da quando avevo diciott’anni e dove, per svariati motivi, familiari o di lavoro, sono dovuto tornare; una città a cui la mia famiglia ha dato molto in ambito culturale (ricevendo forse troppo poco in cambio), in un rapporto di amore e odio che, nonostante tutto, prosegue ancora oggi.

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