Corso Italia 7

Rivista internazionale di Letteratura – International Journal of Literature
Diretta da Daniela Marcheschi

Mangiando San Giuseppe / Eating St. Joseph

Daniela Marcheschi

Mangiando San Giuseppe / Eating St. Joseph

Un racconto di Roberto Barbolini, nella sua versione originale nella traduzione in lingua inglese di Ben Bazalgette. Una esclusiva per i lettori di “Corso Italia 7”. Nato a Formigine nel 1951, Barbolini è narratore e saggista. Tra i suoi romanzi si segnalano Il punteggio di Vienna (Milano, Rizzoli, 1995), Piccola città bastardo posto (Milano, Mondadori, 1998, Uomini di cenere (Milano, Mondadori, 2006), Ricette di famiglia (Milano, Garzanti, 2011), Provaci ancora, Radetzky (Siena, Barbera, 2012), oltre a svariati volumi di racconti. Tra i suoi saggi, invece, ricordiamo La Chimera e il Terrore (Milano, Jaca Book, 1984), Il detective sublime (Roma, Theoria, 1988), Magical Mystery Tour. Da Pico della Mirandola a Ligabue (Reggio Emilia, Aliberti, 2004) e I ragazzi irresistibili. Diario d'uno spettatore non pagante (Milano, Greco & Greco, 2010).

MANGIANDO SAN GIUSEPPE

di Roberto Barbolini

C’è qualcosa di serio e d’allegro nell’affaccendarsi della suocera, nei suoi preparativi di tortellini e zuppa inglese per il pranzo di Natale. Ma Sandra B. neppure se ne accorge: se solo suo marito la potesse vedere, direbbe come al solito che “ha la testa via”. I bambini si affollano intorno all’albero che cela forse tra i dolciumi un riso di strega. Appeso ai rami palle di vetro colorate, luci intermittenti in foggia di piccoli babbinatale sorridenti; cioccolatini ricoperti di stagnola dorata, con boccoli di nastro accismati da forbici sapienti. Giochini, palloncini, posatine; bicchierini, soldatini, perfino due telefonini. Nessun diminutivo viene trascurato dalla suocera per la felicità di quei poveri piccini, come ha sempre il cattivo gusto di chiamarli.

Bisognerebbe forse rimbeccarla: i bambini non vanno mai viziati; ma Sandra B. ha altro per la testa, ovunque essa si trovi in questo momento. Non è difficile, in ogni caso, immaginare l’atmosfera. Tutti, per Natale, torniamo a casa per una breve vacanza, quanto più lunga meglio è (la durata massima non dovrebbe però superare i due anni). Gli spettri continuano a farci compagnia, e mai come in questa stagione di brume sentiamo nell’aria il soffio delle loro inquietudini. Le nebbie soffici della Pianura padana ci avvolgono come nel sogno d’un Natale dickensiano, con carole, pudding e fantasmi che brindano a mezzanotte e dieci. Chi insegue a ogni costo le rotte esotiche del sole si perde tutti i piaceri dell’inverno, quel gusto per il comfort domestico quando fuori nevica ed è bello starsene a casa, travestiti da inglesi, a fantasticare davanti a una tazza di tè fumante.

Mentre il nero aroma del darjeeling si spandeva nell’aria, Sandra B. mangiava (in effetti) il pane di Natale, farcito di uvetta e frutti canditi, in una sorta di torpore spi- rituale. Già tre fette durissime e buonissime, altro che il torrone di Cremona tanto caro alla cognata, si erano infrante, sminuzzate fra le perle della sua bocca, che solo una mesta convenzione odontoiatrica poteva suddividere in canini, incisivi, molari, da sottoporre eventualmente a cure mediche e persino – nei casi più gravi, forse in un lontano futuro – a terapie estrattive: quando invece erano qui e ora, quei denti, le pietre miliari del suo sorriso antropofago.

Sandra sognava ad occhi aperti e mangiava; mangiava a occhi chiusi e sognava, sognava di sgranocchiare la madonnina di neve del presepio assieme a Gaspare Baldassare Melchiorre: tre mogi re Magi. Quello color testa di moro era di gran lunga il suo preferito: sembrava un Mororkopf, uno di quei cioccolatini di cui amava fare scorpacciate quando studiava a Chiemsee, in un collegio di suore cattoliche tedesche dalla disciplina inflessibile. Solo le frequenti indigestioni di Mororkopf le avevano fatto da antidoto a una rigida educazione religiosa, addolcendo la sua permanenza presso una scuola non meno dura – per atrocità pedagogica – di quella della Fratellanza Morava a Königsfeld, nella Foresta Nera.

Alla quarta fetta di pane di Natale, Sandra B. si era già divorata il bue e l’asinello, i pastori e la stella cometa; le lavandaie, l’arrotino, un cacciatore di passaggio, i cammelli, gli angeli, la capanna, la mangiatoia; solo un residuo timore sacrilego le impediva ancora di trangugiare il Bambin Gesù.

Quanto a San Giuseppe, d’istinto aveva deciso di risparmiarlo. Anche lui, come Sandra, “aveva la testa via”: da secoli ormai un’empia mano infantile aveva spiccato il capo del mite falegname barbuto dal suo tronco di gesso dipinto. «Fammi ballare» sembrava dirle quel corpo allegramente decapitato; ma anche, con il tono d’un severo avvertimento morale: «Non perdiamo la testa... Mia moglie ci guarda».

In effetti, la Madonna del presepio ti sta fissando con aria di rimprovero. Non far finta di niente, sai benissimo lo sgarbo che le hai fatto. Non puoi esserti dimenticata di averla rubata assieme alla tua amica Lucietta R., una vera patita delle belle statuine, da un’edicola sperduta sul nostro Appennino.

Era una Madonna dai Capelli Turchini; indossava una cappa di quel particolare azzurro scuro ma brillante che viene detto ancor oggi dai vecchi venditori di colori “blu madonna”. Aveva tutte le caratteristiche d’un oggetto di poco conto. Eppure sembrò dare il “la” al tuo dolore. Da allora, da quando nascondesti la Madonna sotto un impermeabile giallo fradicio di pioggia (non lo seppi che molto più tardi), la vita ha continuato a offrirti ogni giorno qualcosa di nuovo, certo anche l’amore – o la sua forma esteriore. Ma dentro di te sei come congelata. Strani timori ti visitano. Non hai più voluto rivedere Lucietta, né lei ti ha mai cercato. Questo ti ha fatto sentire per un po’ di tempo sollevata, ma poi hai incontrato di nuovo la serpe salamandra, quel viscido abate Pacchioni. È capitato durante la visita ai restauri in corso alle facciate del duomo di M., dal lato di Porta della Pescheria. Il finto funerale della volpe... Roman de Renart...

Sembrava davvero una volpe in grado di truccare anche il proprio funerale: Pacchioni, dico, l’abate secolare che veste sempre in borghese. Una volpe grassa, ben nutrita a capponi e tortelli di zucca, ma capacissima di arrampicarsi con agilità sui ponteggi del duomo come sugli specchi della propria vanità, senza mai smettere di concionare dottamente.

Non avrebbe esitato un attimo a tagliare la gamba di legno a uno storpio. Ma c’era in lui un che di attraente, e felpato: come se dietro quella sua aria astuta e compita fosse in agguato il mondo circospetto e flessuoso delle passioni. Nulla è più arbitrario della grazia, e bisogna confessare che l’abate Pacchioni non ne era affatto privo: soprattutto in confessionale. Assolveva i peccati del mondo con una specie di indolente eleganza cattolica. Molte donne – ma anche qualche vecchio viveur con baffi tinti e calze gialle, di quelli che un tempo avrebbero mandato a far stirare le loro camicie a Londra – s’erano innamorate delle sue assoluzioni, di quel rituale pacato e supremo che impartiva all’anima le sottili nerbate del rimprovero e il sorriso lieto della consolazione. Quel tanto di lubrico che qualsiasi femmina avvertiva in lui (Sandra immaginava il suo corpo interamente fatto di chiocciole) scompariva allora all’improvviso, per lasciare il posto a qualcosa di intimamente diverso. Il crudele, fugace contrarsi della sua bocca, non più celata dietro la grata, si distendeva all’uscita dal confessionale in una piega più morbida delle labbra: quasi un richiamo d’alcova mescolato a un odorino d’incenso. Ma era solo un attimo: da gran camaleonte, subito la sua fisionomia riacquistava quell’aria di superiore sprezzatura che il suo pubblico devoto trovava quasi sempre irresistibile.

Sarà successo, più che per passione, solo per lo strano gioco delle circostanze. Eppure gliel’avevo detto di non fidarsi, che quell’uomo era una serpe velenosa. Ma Sandra amava troppo farsi perdonare. Una sera andò da lui in canonica e gli chiese di essere confessata a viso aperto, senza il complice segreto della grata.

Scappa, te lo ripeto ancora e ancora: scappa dalla chiesa finché sei in tempo. Invece sei già pronta a peccare, con la sottana al vento, le poppe gonfie, il ventre sgomentato dal languore. Ma ecco, apparsi all’improvviso fra il coro e l’anticoro, schiere di cappuccini festanti che di punto in bianco s’alzano la tonaca, scampanando ai quattro venti un allegretto di peti o di petardi per la tua salvezza. Ecco, dalle schiere angeliche fra nubi e nembi del soffitto a volta, san Michele in persona spiccare il volo per correre in tuo aiuto, la mano salvifica tesa verso la tua.

È tutto inutile. Già le dita dell’abate t’insinuano pettini demoniaci fra i capelli, già una mano sgarbata – vacca miseria, perché non stai un po’ ferma? – preme sul tuo sesso. Finché il sesso arrogante di lui, sbucato fuori come un misirizzi da una scatola a sorpresa, ti striscia dentro, strano dono di Natale, come un verme cieco alla sua tana. Ora, nella tua chiara casa, ripensi a quella serata ripugnante, a quel corpo lumacoso che arcimboldisce piano piano nel ricordo. Accarezzi i bambini, lasci a tua suocera i preparativi di tortellini e zuppa inglese per il pranzo.

La radio gracchia Tu scendi dalle stelle. Era il Natale del 1754 quando Alfonso Maria de’ Liguori, futuro santo, compose a Nola questa melodia in sei ottavi che dall’etere, se non proprio dalle stelle, ti scende come una caramella balsamica lungo la glottide fino a raggiungere la ghiandola pineale, sede certa dell’anima, invadendola d’un languore che placa e blandisce e molce le ferite ancora aperte. Merito certo del Liguori, quel languore; del suo canto consolatorio che, nel buio febbricitante del confessionale, l’abate Pacchioni è ormai troppo sordo per sentire, intento com’è a ripassarsi a memoria, del Liguori medesimo, qualche brano esemplare da quel Manuale d’istruzione e pratica pei confessori che l’aveva tanto turbato negli anni beati del seminario. E ancipitevolissimevolmente gli rinnova, adesso, l’agitazione dell’animo, in un’esaltante mortificazione della carne: «E’ mortale al di fuori del matrimonio ogni tatto, bacio, abbraccio, sguardo sul corpo nudo o su parti indecorose di esso, in vista dell’atto lussurioso o con commozione degli spiriti genitali». Finché, terminato il suo esercizio spirituale giusto allo spegnersi in tumultuoso “pianissimo” di quelle ingenue note radiofoniche, lontane come la stalla di Betlemme dalle stelle; nel lento svanire d’una semplice melodia natalizia che, rinserrato nel carapace della sua vanità, non sarebbe stato mai in grado di udire, all’abate balena per un attimo la cruda verità: «Sono perduto».

E un altro Natale è passato. Tre anni ormai da quando Francesco, il marito di Sandra, è morto assiderato su una bianca parete di ghiaccio; impiccato ai pazzi cristalli di un gigantesco lampadario di Murano («In casa di mia suocera, sull’Appennino...») Dell’abate non ha più voluto saperne. È stata tutta colpa sua. Quando si è resa conto di essere rimasta incinta...

Le pareva di sprofondare in acque scure (un lago senza fondo). Si era fatta di pietra, non la turbava neppure l’idea dello scandalo; si sentiva sterile come un minerale, che nulla può crescere dentro di sé, ma solo dar forma fossile a profili di avannotti, girini, o salamandre.

Aveva chiesto aiuto a Gian Marco; lui, più falso di Giuda, le aveva promesso... (se lo rivedeva davanti agli occhi, con quella sua aria da Bel Tenebroso di mezza tacca, la voce flautata). Invece eccola qui, la sera di Natale, sola triste sollevata come chi ha finalmente il permesso di usare tutto il dolore per sé. Domani altre ore giungeranno, nuove forme e combinazioni renderanno irripetibili le dieci del mattino; le cinque o le tre del pomeriggio.

Ormai i bambini sono a letto, la suocera se n’è andata da un pezzo. La chiara casa dorme nella penombra. C’è odore di frutteto. Sulla tavola di cucina è rimasta l’ultima fetta di pane di Natale. Sandra B. sogna ad occhi aperti e mangia; mangia a occhi chiusi e sogna, sgranocchia finalmente il suo compagno di ballo: san Giuseppe decollato, il solo che ha davvero perso la testa per lei.

Roberto Barbolini, Eating St. Joseph

(Translated by Ben Bazalgette)

There’s something both serious and cheerful about her mother-in-law’s hustling and bustling as she prepares tortellini and trifle for Christmas lunch. But Sandra B. doesn’t even notice: if only her husband could see her, he would comment that as usual, “her head’s elsewhere.”

The children huddle around the tree, which might just conceal a witch’s cackle amongst the candies. There are all sorts of things hanging from the branches, and perhaps a few more besides. Clowns, stuffed animals, coloured glass balls, twinkling lights in the shape of grinning little Father Christmases; chocolate drops covered in gold foil, and ribbons skilfully bunched up, curled between scissor blades and thumbs. Toy cutlery, toy cups, toy balloons, toy soldiers, toy telephones and even toy toys. No toy anything had been overlooked by her mother-in-law for the joy of those poor little darlings, as she has the bad enough taste to call them.

Perhaps she ought to be put in line: children should never be spoilt; but Sandra B. has other things on her mind, wherever it might be at this time.

Be as it may, it is not hard to imagine the atmosphere. Everyone goes back home for Christmas to take a short holiday, the longer the better (although it really should not go beyond two years). The skeletons in the cupboard keep us company, and never like in this season do we feel their restlessness hanging in the misty air. The soft fog on the Po Plain wraps around us like the dream of a Dickensian Christmas, with carols, puddings and ghosts toasting at ten past twelve. Those who seek out far-flung sunny climes lose out on all the pleasures of winter, savouring your creature comforts when the snow is falling outside and it’s lovely to stay at home, dressed up like the English, daydreaming in front of a steaming cup of tea.

While the dark aroma of Darjeeling filled the air, Sandra B. was in fact eating Christmas bread, full of raisins and pieces of candied fruit, in a sort of spiritual daze. Already three delicious chunky slices, far superior to the Cremonese nougat so dear to her sister-in-law, had been broken up, shattered between her pearly teeth, which only the staid conventions of dentistry would split up into canines, incisors and molars, possibly to be subjected to medical care and even – in the most serious cases, perhaps in the distant future – to extraction, while instead those teeth were here and now, the milestones of her anthropophagous smile.

Sandra was dreaming with her eyes open as she ate; she was eating with her eyes shut as she dreamt, dreaming that she was gnawing away at the Virgin Mary of the nativity scene together with Melchior, Casper and Balthazar: three rather dreary old Wise Men. That dark brown colour was by far her favourite: it looked like a Mororkopf, one of those little chocolates that she would fill up on when she studied in Chiemsee, in a boarding school run by austere German Catholic nuns. Only her frequent pig-outs on Mororkopfs had saved her from the clutches of a ruthless religious upbringing, sweetening her stay at a school no less harsh – in terms of pedagogical cruelty – that that of the Moravian Brotherhood in Königsfeld in the Black Forest.

Now on her fourth slice of Christmas bread, Sandra B. had already got through the ox and the donkey, the shepherds and the comet; the washerwomen, the knife grinder, a passing hunter, the camels, the angels, the barn, the manger; only the remnants of sacrilegious awe were still holding her back from polishing off Baby Jesus as well.

As for St. Joseph, her instincts would have told her to spare him. He too, like Sandra, “had his head elsewhere.” Many years ago, a godless child’s hand had snapped off the noddle of the pious carpenter from his painted plaster trunk.

“Make me dance,” that cheerfully decollated saint seemed to be saying to her; but also, with the stern tone of a moral warning: “Let us not lose our heads now – my wife has her eyes on us.”

In actual fact, Mary of the Nativity Scene is staring at you disapprovingly. Don’t pretend you haven’t noticed: you know all too well what you did wrong. You can’t have forgotten the time that you stole her together with your friend Lucietta R. – a diehard fan of pretty little statues – from a roadside shrine somewhere in the Apennine hills.

She was a Blue-Haired Mary, wearing a cloak of that special dark yet bright cyan which to this day is still called “Virgin Mary Blue” by elderly purveyors of paints. She had all the typical characteristics of a worthless object. And yet she seemed to usher in your suffering effortlessly. Ever since then, ever since you hid that Madonna beneath a rain-soaked yellow anorak – I only found out much later – life has continued to offer you something new every day: even love of course, or at least its outer vestiges. But deep down inside it is as if you were frozen solid.

Strange fears came over you. You didn’t want to see Lucietta again, nor did she try to contact you. This felt like a bit of a relief for a while, but then once more you ran into the salamander snake, that slimy Abbot Pacchioni. It happened during a visit to the restoration works being carried out on the facade of the Cathedral in M., on the Fishmongers’ Portal side.

“The mock funeral of the fox...Roman de Renart…”

He really did look like a fox, more than capable of staging his own funeral: Pacchioni, I mean, the secular, plain-clothed abbot. A rather portly fox, fattened up on capons and tortelli stuffed with pumpkin, yet just as capable of scampering up the scaffolding of the cathedral as he was of blowing his own trumpet, his scholarly harangue never faltering.

He would not have thought twice before sawing off the wooden leg of a cripple. But there was something attractive about him, something plush: as if behind that sharp and well-versed air there lay a circumspect and flexuous world of passion.

Nothing is more arbitrary than grace, and it must be said that abbot Pacchioni was not in the least without his: above all in the confessional. He would absolve worldly sins with a sort of idle Catholic elegance. Many women – but also a number of old viveurs with dyed moustaches and yellow socks, those who in times gone by would have sent their shirts to London to be ironed – had fallen head over heels for his absolutions, for that calm supremacy of the ritual which subjected the soul to a subtle flogging of admonishment accompanied by a kind smile of consolation. That hint of lewdness that any woman could sense in him (Sandra imagined his body to be entirely made up of snails) would then disappear all of a sudden, giving way to something intimately different. That cruel, fleeting contraction of his mouth – no longer concealed behind the lattice – on leaving the confessional, spread through the softer folds of his lips: almost an echo of the alcove coupled with a faint smell of incense. But it was no more than momentary: being the great chameleon that he was, his physiognomy immediately reacquired that air of patronising nonchalance which his devout public almost always found irresistible.

It must have happened, more than out of passion, merely out of the strange combination of circumstances. And yet I had told her not to trust him, that that man was a poisonous serpent. But Sandra was far too fond of being forgiven. One evening she went to him in the rectory and asked to make a bare-faced confession, without the protection of the lattice.

Run away, I tell you once more: run away from the church before it’s too late! Instead you are all ready to sin, your skirt blowing in the wind, your breast heaving and your belly wrought with listlessness. But suddenly, between the choir and the anti-choir come rows of rejoicing Capuchins who all of a sudden lift up their habits, ringing out a chorus of crackling festive farts for your salvation. And here from the hosts of angels floating amongst the clouds of the vaulted ceiling, St. Michael himself takes flight in order to come and help you, the hand of the saviour stretched out towards yours.

It’s all to no avail. The abbots fingers are already at work, devilishly stroking your hair; already an insolent hand – for crying out loud, won’t you stay still a little? – pressing against your sex. Until his own arrogant sex, having popped out like a jack-in-the-box, starts to slither inside you, a strange Christmas gift, like a blind worm slithering into its den.

Now, in the clear light of home, you think back over that repulsive evening, that snaily body which becomes ever Arcimbolder in your memory. You caress the children, while you leave your mother-in-law to deal with the preparation of tortellini and trifle for the lunch.

The radio issues a tinny “From Starry Skies Thou Comest.”

It was Christmas 1754 when Alfonso Maria de’ Liguori (the saint to be) composed this melody in six-eight time in Nola. This melody which from the ether – if not exactly from the stars – descends upon you like a balsamic lozenge along your glottis until it reaches the pineal gland – undoubtedly the seat of the soul – invading it with a languor which placates and subdues and softens weeping wounds. That languor is clearly all merit of Liguori and his consolatory chant which, in the feverish darkness of the confessional, the abbot Pacchioni is now too deaf to hear, intent as he is on learning off by heart some exemplary passages by Liguori himself from that ‘Confessor’s Guide to the Correct Pastoral Exercise of His Ministry’ which had disturbed him so during those years at the seminary. And now he ambiguatarianously restates the stirrings of the soul, in an exciting mortification of the flesh:

“Outside of wedlock, every touch, kiss, embrace, gaze on the naked body or indecent parts of it is a mortal sin, be it with a view to lustful deeds or to the agitation of the genital spirits.”

Until, bringing his spiritual exercise to a close at the very end of the tumultuous pianissimo of those naïve radiophonic notes, just as far as that birthing barn of Bethlehem was from the starry skies, in the slow fading of a simple Christmas melody (which, shut off within the carapace of his meditation, he would never have been able to hear), the brutal truth flashed across the abbot’s mind: “I’m lost.”

And so another Christmas has gone by.

Three years since Francesco, Sandra’s husband, froze to death on a white sheet of ice, hanging on to the shards of glass of a huge Murano lampshade (“In my mother-in-law’s house, in the Apennines...”)

She no longer wanted to know anything of the abbot. It was all his fault. When she realised that she was pregnant...

She felt like she was sinking into dark waters, a bottomless lake. She had turned to stone. She was not even bothered by the idea of the scandal; she felt as sterile as a mineral, as if nothing could grow inside her, but only give a fossilised shape to the profiles of fish spawn, tadpoles or salamanders.

She had asked Gian Marco for help; he, falser than Judas, had promised her... (she could just see him, right there in front of her, with that air of a wannabe Tall-Dark-and-Handsome and his cooing tones).

Instead, here she is, Christmas evening, sad and alone, but relieved like one who has at last been given permission to use all her suffering for herself. Tomorrow will bring other times of day, new shapes and combinations will make 10 in the morning a unique moment, just like 5 or 3 in the afternoon.

Now her children have gone to bed and her mother-in-law has long since turned in for the night. The bright house sleeps in the shadows. There’s a smell of orchards. The last slice of Christmas bread lies on the kitchen table. Sandra B. is dreaming with her eyes open as she eats; eating with her eyes closed as she dreams, at last chewing up her dancing partner: St. Joseph the decollated, the only one who ever really lost his head for her.

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