Codice Oleario

Gli olivi non graditi allo Stato

L’Italia non è un Paese normale. Un razionale dibattito sull’importanza delle biotecnologie non è mai nato, né sul metodo né sul merito. Si è dato spazio solo alle voci più sconvenienti. L’immobilismo, la distruzione delle conoscenze e il porre veti ovunque impediscono di trovare una via di crescita e, nel contempo, accelerano il declino culturale ed economico. Ecco le ragioni per le quali è necessario sviluppare la ricerca sulle piante transgeniche di olivo

Eddo Rugini

Gli olivi non graditi allo Stato

Sabato 23 gennaio 2016 il professor Eddo Rugini è intervenuto nell’ambito della quinta edizione di Olio Officina Festival sul tema che qui riportiamo in forma di articolo; tema, tra l’altro, che viene sviluppato anche nell’annuario Olio Officina Almanacco 2016, e che trae spunto da un lavoro dello stesso autore (Piante da frutto transgeniche e considerazioni sulle conseguenze dei divieti imposti alla ricerca in Italia, in “Italus Hortus”, 22 (1) 2015, pp. 31-57), nonché dall’articolo di E. Rugini, C. Silvestri, Ricerca, luce e ombre. E l’Italia resta al palo, in “Olivo e Olio”, 4, 2015, pp. 40-4. 

Il consumo di olio extra vergine da olive nel mondo è in costante crescita da diversi anni: non è più possibile rimandare un programma di rinnovamento degli impianti olivicoli in quei paesi, tra cui l’Italia, che hanno impianti obsoleti e scarsamente produttivi, per aumentare la quantità e la qualità dell’olio prodotto. È imprescindibile pertanto l’adozione di tutte le migliori tecnologie agronomiche e di trasformazione che la scienza ha significativamente contribuito a perfezionare negli ultimi anni. È altresì importante adeguare la piattaforma varietale alle nuove esigenze degli imprenditori agricoli, in particolare in un momento in cui anche i cambiamenti climatici hanno iniziato a far sentire la loro influenza, spesso negativa, favorendo in certe annate gli attacchi parassitari, nonché la riduzione del prodotto causata da sempre più improvvisi e inaspettati stress di varia natura abiotica. È necessario rafforzare la ricerca sul miglioramento genetico dell’olivo che, rispetto ad altre specie da frutto, ha avuto in questi anni un progresso molto lento. Le cause di tale lentezza sono da imputare prevalentemente all’estrema longevità della specie e al lungo periodo di giovanilità delle discendenze derivanti da seme, nonché alla deferenza che l’uomo ha sempre avuto sin dall’antichità per questa pianta.

Recentemente, a frenare il miglioramento genetico si è aggiunta la diffidenza del pubblico ad accettare le potenziali nuove varietà che potrebbero scaturire dall’applicazione delle tecnologie del Dna ricombinante, tecnologie alle quali la scienza ha fatto ricorso per accelerare i tempi di realizzazione di nuove varietà. Attraverso questa tecnologia si è cercato di correggere alcuni difetti delle migliori cultivar tradizionali praticando una sorta di “terapia genica” e nel contempo di mantenere inalterati i pregi. Questa diffidenza ha comportato come conseguenza non solo il rallentamento dello sviluppo delle tecnologie necessarie per il progresso delle PGI (Piante Geneticamente Ingegnerizzate), ma anche per quello delle tecniche tradizionali, alcune delle quali sono comuni sia per la realizzazione delle PGI sia per il miglioramento genetico tradizionale. In questo momento storico il miglioramento genetico (MG) è orientato a selezionare varietà adatte alla coltivazione ad alta densità, alla meccanizzazione integrale di tutte le operazioni colturali, e in grado di produrre elevati quantitativi di olio di buona qualità per unità di superficie, ricorrendo per il momento a incroci inter-varietali senza escludere la possibilità di quelli inter-specifici allo scopo di aumentare la resistenza ad alcune malattie e conferire all’olio caratteristiche aromatiche non riscontrabili in Olea europaea sativa. Riunire tutte le caratteristiche di pregio in un solo individuo in breve tempo, usando solo le tecniche tradizionali, è un’impresa assai ardua.

L’Università della Tuscia, nell’ultimo ventennio del secolo scorso, si era fortemente impegnata nel settore biotecnologico, con innegabili successi. Aveva infatti prodotto piante transgeniche della cultivar Canino sovra-esprimenti il gene dell’osmotina, presente in tutte le piante e la cui proteina è coinvolta in vari tipi di stress, inclusi la tolleranza a malattie fungine, al freddo e soprattutto a siccità. Aveva anche prodotto piante modificate nell’architettura facendo sovra-esprimere i geni rol, anch’essi presenti come il precedente in alcune piante coltivate, con lo scopo di ridurre la mole delle piante, carattere molto richiesto per progettare impianti intensivi. Purtroppo non è stato possibile realizzare un esame completo della performance di queste piante a causa dell’interruzione forzata della sperimentazione di campo da parte del Ministero dell’Ambiente, che alla scadenza del periodo di autorizzazione di dieci anni non ha concesso una proroga necessaria a completare le ricerche programmate.

La proroga non è stata concessa per le inadempienze delle Regioni e del Ministero delle Politiche Agricole che non avevano applicato le direttive UE in materia di sperimentazione di campo degli OGM. Queste “volute” inadempienze da parte degli stessi Enti pubblici che in precedenza l’avevano finanziata hanno fortemente penalizzato la ricerca sulle PGI.
Sebbene non esaustivi, i risultati ottenuti in campo fino al momento dell’espianto coatto delle piante erano molto chiari nell’indicare la possibilità di applicare queste tecniche con successo anche all’olivo. La proteina sovra-espressa in questi olivi transgenici era una proteina appartenente al gruppo delle proteine di difesa (PR = Pathogenesis Related), le stesse studiate e fortificate con trattamenti chimici esterni per migliorare le difese delle piante, inclusa la vite, per difenderla dalla Xilella fastidiosa (ved. Coqueiro et al. 2011, 57° Congresso Brasileiro de Genetica). Questa proteina è studiata dai medici in quanto ha proprietà antinfiammatorie e si è rivelata un omologo dell’ormone umano adiponectina, coinvolto nel metabolismo del glucosio. Pertanto, si ritiene essere una proteina promettente per nuove terapie, in particolare per la cura di diverse patologie tra cui il diabete, il cancro e alcune malattie del sistema nervoso centrale (Naseer et al. 2014). La stessa proteina era in grado di ridurre la suscettibilità all’occhio di pavone dell’olivo, contro il quale sono necessari almeno due trattamenti all’anno a base di rame per contenere l’infestazione fungina. Inoltre la sovra-espressione di questa proteina conferiva alle piante di olivo una straordinaria resistenza a stress idrici e al freddo. Queste piante in vitro, insieme a quelle di Actinidia (Kiwi) transgeniche per questa proteina, “non gradite allo Stato italiano”, sono state affidate, previa convenzione, a una importante Università negli Stati Uniti. Grazie a questa collaborazione sarà possibile approfondire gli studi, con l’obiettivo di riuscire a commercializzare queste piante in un prossimo futuro. È al di sopra di ogni assennatezza che solo per motivi ideologici si distruggano decenni di lavoro, tra l’altro pionieristico, e poi chissà tra qualche anno, quando gli animi del dissenso si saranno calmati o meglio quando sarà fatta una corretta comunicazione da parte dei media, le stesse piante potrebbero ritornare in Italia per essere coltivate, magari anche in biologico, se nel frattempo i sostenitori delle “organic plants”, piante ingegnerizzate da usare in coltivazione in biologico, avranno fatto valere le loro ragioni.

Lo stop alla ricerca su questo tipo di MG ha provocato, soprattutto in Italia, un rallentamento nel progresso biotecnologico in generale. Molti laboratori stranieri, i cui governi non hanno posto così strette limitazioni come in Italia, hanno proseguito nella ricerca e ora sono in grado di sostituire una singola sub-unità all’interno di un singolo gene in alcune specie vegetali, un passo in avanti nella tecnologia di trasformazione genetica tradizionale. Un risultato non propriamente positivo, in quanto è venuta meno la dovuta attenzione alla trasformazione genetica classica che ancora potrebbe esprimere tanto del suo potenziale. Questa nuova tecnologia, chiamata “gene editing”, per alcune situazioni è sicuramente più precisa della tradizionale trasformazione genetica, ed è vista come la soluzione di tutti i problemi, ma in realtà ha già iniziato a mostrare alcune caratteristiche non propriamente positive. Di sicuro le piante modificate con questa tecnica dovranno beneficiare di una legislazione ad hoc per sottrarsi alle leggi vigenti sulle PGI, in quanto si tratta comunque di una modifica del genoma. Purtroppo, per inseguire le mode, si lasciano incompiute le altre tecnologie, pur nella consapevolezza che anche quelle più avanzate non saranno mai scevre da difetti e non potranno essere applicate convenientemente a tutte le piante. È necessario disporre di più tecniche, che andrebbero costantemente migliorate con finanziamenti adeguati, pronte per essere utilizzate all’occorrenza a discrezione di genetisti e agronomi, in base alla convenienza tecnico-scientifica ed economica per quella determinata pianta in quel particolare momento.

In una specie come l’olivo l’abbinamento di tecniche moderne e tradizionali è quasi obbligatorio se si vogliono abbreviare i tempi di realizzazione di piante migliorate. Una via da perseguire consisterebbe nella produzione di piante madri transgeniche per precocità di fioritura, cioè con ridotta o assente giovanilità, i cui geni già disponibili se sovra-espressi inducono le piante a fiorire dopo due o tre anni invece dei dieci anni e oltre attualmente necessari. Queste piante transgeniche sarebbero usate solo come “fattrici”, cioè capaci di produrre a ogni incrocio metà piante transgeniche per questo carattere e metà normali. La selezione di piante migliorate da usare per la coltivazione verrebbe operata solamente tra quelle non trans-geniche, mentre quelle con il trans-gene verrebbero impiegate solo per essere incrociate con qualsivoglia varietà portatrice di caratteri interessanti da trasferire nelle progenie. In questo modo si possono ottenere nuove ricombinazioni geniche, per alcuni caratteri e in modo molto rapido, senza ricorrere alla coltivazione con piante transgeniche per produrre olive da cui estrarre l’olio o da usare per il consumo diretto.

La ricerca in questo settore innovativo è trascurata a causa della diffidenza di una parte della popolazione nei confronti di prodotti derivati da piante transgeniche, influenzata pesantemente da una propaganda indirizzata a valorizzare tutto ciò che fa riferimento ai territori e alle loro tipicità, alla genuinità perduta e alla lavorazione artigianale dei prodotti, facendo percepire, anche con l’avallo di alcune organizzazioni degli stessi produttori, che tutto ciò che è nuovo è “cattivo”. Le imprese hanno dovuto pertanto adeguare le proprie strategie di comunicazione e quindi di commercializzazione. L’informazione pubblica in materia ha contribuito fortemente a ostacolare l’accettabilità dei cibi derivati da piante trans-geniche, perché spesso scorretta, confusa, di parte e demagogica. L’UE cerca di scaricare sugli Stati membri le decisioni più importanti relative alle PGI, spostando i conflitti dal piano politico e legislativo a quello amministrativo e infine a quello giudiziario (ved. Decreto Consiglio dei Ministri Italiano “Campolibero”, Piano di azioni per semplificazioni, lavoro, competitività e sicurezza nell’agroalimentare GU del 28 giugno 2014, che prevede sanzioni per chi coltiva OGM in Italia), col risultato che si è finito per rendere le biotecnologie finanziariamente accessibili quasi unicamente a una élite di imprese private, spesso anche produttrici di fitofarmaci, le quali non hanno alcun interesse a sviluppare le ricerche per le piante arboree, sia per l’esigua quantità di piante che potrebbero vendere, sia per il conseguente minor profitto derivante dalla vendita dei fitofarmaci. Al contrario, dovrebbe essere la ricerca pubblica, col sostegno incondizionato dello Stato, a occuparsene, per il beneficio economico del nostro Paese e per la tutela della salute di tutti i cittadini, attraverso programmi a lungo termine, nel caso delle piante arboree di almeno dieci anni.

In Italia un razionale dibattito sull’importanza delle biotecnologie non è mai nato, né sul metodo né sul merito. Si è dato spazio solo alle voci più sconvenienti, ovvero quelle contrarie alle PGI, quando gli attuali oppositori, inclusi i fautori delle “coltivazioni in biologico” dovrebbero essere i primi a sostenere le biotecnologie per rafforzare i loro obiettivi nel ridurre l’impatto delle pratiche agricole sull’ambiente.

Oggi, nei paesi sviluppati ci si preoccupa tanto, legittimamente, del cibo sprecato per motivi legati alla sicurezza alimentare o alle abitudini radicate nelle popolazioni, ma troppo poco ci si preoccupa del cibo perso. La perdita, che avviene soprattutto nei luoghi di produzione, è dovuta da un lato all’arretratezza di una agricoltura poco più che di sussistenza, ma tanto cara a certe lobbies dell’agroalimentare o della ristorazione dei paesi ricchi, dall’altro alla presenza di varietà vegetali non più adeguate a una coltivazione sostenibile perché troppo suscettibili a stress di varia natura, ma che potrebbero essere migliorate utilizzando, con la dovuta cautela, tecnologie più avanzate.

L’Italia purtroppo oramai è tagliata fuori anche da questa straordinaria tecnologia che avrebbe contribuito a produrre innovazioni a vantaggio di tutti, inclusi i numerosi giovani scienziati costretti a emigrare per andare a rafforzare la ricerca privata. Lasciare tutto nelle mani delle multinazionali è un grave errore, come sarebbe un errore estrometterle; è necessario, piuttosto, trovare un giusto equilibrio, non fosse altro che per esercitare un reciproco controllo. Impedire la sperimentazione di campo crea confusione nella valutazione delle piante transgeniche; spesso ciò che si verifica in condizioni protette non è un indicatore affidabile di ciò che potrebbe accadere all’esterno, come dimostrato a livello scientifico da oltre dieci anni.

Accordare il permesso di sperimentare a cielo aperto potrebbe essere un primo segnale di fiducia verso la scienza, oltre che un atto di rispetto dovuto alle direttive europee. Tutti parlano di innovazioni in agricoltura ignorando che “senza la ricerca non ci potranno essere innovazioni”. Riuscire a far coesistere tre realtà (agricoltura integrata, biologica e biotech) o meglio far “convivere con chi coesistere non vuole” sarebbe un segnale di civiltà e di lungimiranza. Il tanto deplorato trasferimento accidentale di polline appartenente a una coltivazione biotech alla vicina coltura tradizionale potrebbe valere, in certi casi, anche per il contrario! In una discussione aperta, se voluta, si può trovare una via condivisa per procedere. L’immobilismo, la distruzione delle conoscenze e il porre veti ovunque impediscono di trovare una via di crescita e nel contempo accelerano il declino culturale ed economico. Rinunciare a un’innovazione è spesso più rischioso che adottarla. È importante esaminare le PGI caso per caso prima di prendere qualsiasi decisione. È errato anteporre la legge alla scienza, senza discuterne prima in maniera approfondita. Dalla discussione tra scienza e politica scaturisce l’elaborazione di buone leggi. Purtroppo quelle poche discussioni che sporadicamente hanno luogo avvengono in un clima non politico, nel senso più alto di questa parola, ma solo ideologico, oltretutto aggravato da un pesante oscurantismo mediatico e soprattutto in assenza degli scienziati, ignorando in tal modo le verità complesse.

La foto di apertura è di Luigi Caricato

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