Economia

Perché la Puglia olearia arranca

E’ storia nota a tutti. Ci si chiede sempre il perché il marketing dell’olio non decolli. Certamente per diverse ragioni, non ultima il fallimento delle Dop. Oltre alla mancata convinzione, da parte dei produttori, di credere nella necessità di doversi consorziare così da poter affrontare il mercato. Eppure l’esempio del mondo del vino c’è, e può servire

Benedetto Miscioscia

Perché la Puglia olearia arranca

La Puglia ha rappresentato da sempre la terra di conquista di grandi gruppi enologici e oleari. Questo è il primo dato importate dal quale partire per spiegare i ritardi che la regione sconta nello sviluppo e promozione delle proprie produzioni viticole e olearie. Rimangono impresse nella mia mente le parole di un intervento fatto da un deputato provinciale della Provincia della Terra di Bari del 1876, allorquando si discuteva di istituire ad Andria, nella tenuta di “Papparicotta”, la prima scuola pratica di agricoltura.

Orbene, il deputato in questione, nel suo intervento accennava anche alla possibilità di puntare a valorizzare al meglio le nostre produzioni viticole ricorrendo alle prestazioni degli “enologi dell’Italia Superiore per insegnare le buone pratiche di vinificazione”. Ecco, da allora ci abbiamo messo un po’ per emergere, ma lo abbiamo fatto acquisendo la necessaria professionalità, unitamente alla consapevolezza che produciamo una ottima uva da vino grazie a varietà che erano state poco valorizzate, ma, soprattutto, bisogna dare atto che finalmente i nostri produttori hanno acquisito la consapevolezza che si doveva puntare alla qualità piuttosto che alla quantità, ritornando a praticare la viticoltura di una volta, ricorrendo alla tecnica di allevamento della controspalliera evoluta rispetto a quella ad alberello praticata fino a mezzo secolo fa, quando si incominciò a trasformare i nostri impianti negli innovativi, sotto il profilo quantitativo, dei “tendoni”.

Da qui è partita la svolta, ma anche la consapevolezza che dovevamo ritornare a riscoprire le nostre cultivar autoctone piuttosto che ricorrere a impiantare uve Montepulciano, Trebbiano Toscano o Pinot per fare un esempio. Infatti, il riscatto è partito riscoprendo e migliorando le tecniche di vinificazione dei nostri vitigni autoctoni da uve rosse quali il Primitivo di Manduria, il Nero di Troia, il Negroamaro, il Bombino nero all’origine del rosato Docg Castel del Monte, l’Ottavianello vitigno di uva che si presta per il rosato nel brindisino e uve bianche come il Bombino bianco, la Malvasia, il Pampanuto per il bianco Locorotondo Doc.

Ecco, prendo spunto da queste considerazione per dire che anche per l’olio c’è stato lo stesso percorso. Una regione che produce tanto olio, è terra di conquista per i grandi industriali del commercio dell’olio, che determinano, condizionandolo, i prezzi di marcato. Il vero dramma è rappresentato dall’evidente fallimento delle Dop, prima fra tutte quella della Terra di Bari, con tre sottozone che nelle intenzioni dovevano essere l’arma vincente per affermare la diversificazione di tre aree di produzione nelle quali primeggiano cultivar differenti con oli differenti, ovvero “la Coratina” per la sottozona Castel del Monte, l’Ogliarola bitontina meglio conosciuta come “Cima di Bitonto” per l’area della Murgia e dei Trulli con un misto di cultivar.

Perché il marketing dell’olio non decolla? Certamente per diverse ragioni:

1) il fallimento della Dop condizionata sia da disciplinari non proprio rispondenti alle reali caratteristiche degli oli prodotti da quelle specifiche cultivar, sia dalla logica di mercato delle lobby industriali che tra i loro obiettivi commerciali non hanno certamente quello della qualità dovendo seguire logiche di mercato che non appartengono agli interessi dei produttori il cui ruolo è stato sempre marginale;

2) la mancata convinzione, da parte dei produttori pugliesi, di credere nella necessità di doversi consorziare per condividere percorsi produttivi/commerciali che rafforzino l’economia necessaria per sviluppare una seria attività di promozione e valorizzazione dell’olio prodotto da monocultivar o da più varietà autoctone piuttosto che di un generico olio extra vergine di oliva, ma di un olio extra vergine di Coratina, Ogliarola, Peranzana, Cellina di Nardò.

Il segreto per rilanciare e differenziare la produzione olearia per valorizzarla al meglio c’è. E’ quanto è stato fatto con il percorso dei vini e che potrebbe essere fatto benissimo con l’olio. Un progetto che, qualcuno tra chi ci legge ricorda bene, io ho avviato negli scorsi cinque anni, puntando alla valorizzazione e promozione del nostro olio, poco conosciuto e poco apprezzato per via delle sue caratteristiche chimico-organolettiche ma che mai nessuno aveva tentato di spiegare e far comprendere. La campagna promozionale del “Fruttato, amaro, piccante. Stuzzica il palato, buono per la salute per promuovere l’olio di Coratina ne è un esempio.

La foto di apertura è di WHS: Francesco Buccarelli e Alberto Caroppo

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