Olivo Matto

Delusione in Presa diretta

Luigi Caricato

Siamo alle solite. Chiamatelo pure come vi pare, ma il giornalismo è ben altra roba. Ormai la televisione ci ha abituato a trasmissioni “convenzionate”, dove a comparire sono coloro che stringendo un accordo economico trovano spazio ovunque, imponendo una propria e unica linea di pensiero. Ciò accade perfino nei telegiornali, i quali riportano le solite notizie, senza nemmeno il buon senso di vagliarle, mai fornendo una informazione realmente plurale. Soprattutto quando il tema è l’agroalimentare, la solita cantilenante voce unica si impone in maniera netta. Tutti sappiamo, tutti ce lo diciamo, nessuno tuttavia che intervenga per dire basta a una informazione a senso unico.

Così, quando è corsa la voce, mesi fa, che era in corso di preparazione una puntata di “Presa diretta” dedicata all’olio da olive, si respirava un’aria di mesta rassegnazione. Ci sarà la consueta disinformazione, hanno sostenuto in tanti. Di conseguenza, se perfino il TG1 ha fallito miserevolmente in più occasioni (QUI e QUI), figuriamoci altre trasmissioni, meno note.

Appena conosciute le intenzioni di Iacona, non mi sono allarmato, perché ci si abitua a tutto ormai, ma ho vissuto comunque con una certa apprensione l’attesa. In fondo ne va del futuro del comparto oleario italiano, di un’economia che sta già conoscendo una forte crisi strutturale, destabilizzante.

In cuor mio ho profondamente sperato che “Presa diretta” si salvasse dalla serie di errori in cui la quasi totalità delle trasmissioni televisive è incorsa negli ultimi anni, come pure altre testate della carta stampata o Internet. Dopo aver visto il programma, la sera di lunedi 10 marzo, mi sono reso conto di essermi sbagliato. Con grande amarezza, confermo la mia grande delusione nei confronti di quanto ho visto e sentito. Le inchieste vanno fatte, per carità, non c’è motivo di censurare temi problematici come le frodi e le sofisticazioni, ma è necessario fare meno spettacolo ed essere più accorti.

Non immaginavo che un conduttore stimato come Riccardo Iacona fallisse nell’affrontare un argomento così delicato. Forse l’espressione fallire è eccessiva, ma dopo la visione della puntata mi è apparso tutto fuori luogo, così inverosimile. Ciò che conta, alla fine di tutto, è la percezione, e questa è stata nel complesso negativa, come al solito. Com’era d’altra parte prevedibile.
Una mia collega ha scritto, preoccupata, di un olio frankenstein che circola sugli scaffali. Lo ha fatto sul proprio profilo facebook, un domani esprimerà le medesime perplessità in un articolo. Mi chiedo allora le ragioni di questa continua ossessione nei confronti dell’olio da parte di chi ci vede solo il marcio e tante truffe, quando di fatto non è così. Non siamo vittime di un fenomeno preoccupante, di qualcosa che è fuori controllo, ma assistiamo solo a casi rientranti in un dato fisiologico, prevedibile.

Tutto parte dal grosso equivoco dei prezzi poco remunerativi, i quali a lungo andare costringono a uno stato di sofferenza e agitazione che non rende sereni gli operatori, fino all’abbandono delle coltivazioni, in casi estremi. Portare avanti un’azienda olivicola o olearia, senza riuscire a vendere al giusto prezzo l’olio prodotto con grandi sacrifici, non è facile, mette in ginocchio tutti e sottrae speranze ed energie. In tutto ciò, l’approccio che si sta avendo da alcuni anni a questa parte, non è quello più opportuno. Gettare fango sul settore non è la strada giusta da percorrere. I problemi – perché di problemi ce ne sono tanti – vanno risolti in ben altro modo. Le truffe – a scanso di equivoci – ci sono, ci sono sempre state e continueranno a esserci, ma il comparto è sostanzialmente sano. Gli organismi di controllo operano con efficacia, e siamo – come afferma lo stesso conduttore – i primi in Europa nell’opera di vigilanza. Perché allora questa frenesia che porta solo dubbi e incertezze nel consumatore?

E’ questa grossolanità dell’approccio che non accetto. Riportare affermazioni allarmistiche non serve a nessuno, penalizza un settore che già ha il respiro corto. Sostenere di conseguenza che una bottiglia da tre euro non contenga extra vergine, o che non vi sia nemmeno traccia dell’oliva è un falso che non si può accettare di udire. Può non piacere, la terribile realtà dei mercati. Può essere esecrabile, ma una bottiglia da tre euro resta un prezzo allineato alle quotazioni di mercato attuali. L'olio, in Spagna, viene venduto all'ingrosso a meno di due euro. E’ evidente che chi acquista grossi quantitativi all’ingrosso riesca a presentarsi sullo scaffale al prezzo di vendita di tre euro, magari anche rimettendoci, o quasi, visto che l’olio è stato declassato a prodotto civetta. Sarebbe auspicabile un prezzo diverso, più dignitoso, questo sì, ma costruire tutta una trasmissione su una serie di affermazioni inquietanti è un pessimo servizio reso al consumatore e al prodotto. Con tali atteggiamenti, si creano solo equivoci.

Ciò che si sente è ciò che fa piacere a Iacona: “Le sofisticazioni in Italia aumentano”, “Non c’è oliva dentro una bottiglia di extra vergine”, “Su 31 campioni di extra vergine, 30 sono illegali”, “Ci sono navi che trasportano di tutto”, “Qui non entra nessuno”, “C’è un lessico: grezzare”, “Ci sono le mutinazionali che usano il deodorato”, “E’ vergine o extra vergine, in realtà è un lampante: e qui si va a toccare la salute del consumatore”…
L’aver individuato una serie di testimonial scelti con estrema cura ha consentito a Iacona di costruire un proprio personale puzzle, ma non ha apportato nulla di buono, nel complesso. Ha creato solo una percezione negativa dell’olio in commercio.

Si insinuano in continuazione dubbi sulla onestà del comparto e sulla commestibilità stessa del prodotto olio extra vergine di oliva, ma tali dubbi, alla fine, non gioveranno a nessuno, giacché il consumatore sarà comunque portato a privilegiare, di questo passo, altri grassi alimentari, anche perché, in fondo, nessuno ha mai letto notizie negative sugli oli da seme e sugli altri grassi.

Io resto della convinzione che le inchieste che si stanno succedendo una dietro l’altra in questi ultimi anni non siano un esempio di corretta informazione, ma debbo purtroppo constatare di essere ormai una voce nel deserto, e che nessuno, finora, ha mai sperimentato un approccio differente.

Argomentare intorno alle frodi, ma con un atteggiamento non sensazionalistico sembra oggi impossibile. Io in tutti questi anni la mia parte l’ho fatta, in termini di luce positiva intorno agli oli da olive. Ho dato tutto me stesso. Rispetto invece ai tanti approcci, tutti allineati dall’idea comune che il mondo dell’olio sia attraversato solo da truffe – approcci che reputo estremamente nefasti – ciascuno giudichi da sé, ma non ora, lo si faccia a distanza di qualche decennio. Vedremo chi ha avuto ragione e chi non l’ha avuta.

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andreina de tomassi

andreina de tomassi

07 ottobre 2015 ore 17:27

Caro Pascale, ho trovato interessante il tuo articolo e, sono sicura, che se lo leggesse Petrini ti manderebbe subito una risposta. Conoscendo abbastanza bene l'argomento che tratti vorrei sottoporti delle piccole note. La prima, è solo un refuso: Isola del Piano (e non del Pisano); la seconda, è che forse nei libri dello Slow Food non è stato dato il giusto rilievo agli studi dell'INSOR, ma varie volte ho visto nei convegni Slow Corrado Barberis, sia come ospite che come relatore e ho visto di quanta stima è circondato. La terza cosa, è che anche Barberis si è avvalso di bravissimi, pignoli e generosi collaboratori (Come Slow Food di Barberis) per stilare gli atlanti e le tante ricerche correlate...ma di loro si sa poco o niente... Comunque il tuo appunto è degno di nota, e di accorta umanità. Grazie, andreina de tomassi

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