Olivo Matto

Il linguaggio di Coldiretti

Luigi Caricato

Analizzando il linguaggio di Coldiretti, emergono almeno tre differenti approcci e stili. Tre dei quali hanno una valenza pubblica, estesa all’intera popolazione, poiché raggiungono la gente comune, utilizzando i media, tutti amici consenzienti; e c’è infine un linguaggio strettamente riservato agli addetti al settore, quindi poco conosciuto da chi opera al di fuori del tessuto agricolo.

Il primo approccio, che è poi il più presente e più impattante tra tutti, è il classico linguaggio da denuncia, dai toni forti, inclini a sucitare allarme e, laddove richiesto, anche un sentimento di paura. Sono infatti ricorrenti le cosiddette veline, notizie già preconfezionate, e diffuse tramite i media compiacenti, che rappresentano di fatto la quasi totalità di essi, da percentuali bulgare. Ogni comunicato stampa di Coldiretti incontra l’immediata e frettolosa accoglienza, con pubblicazione dei testi che non prevedono nemmeno una verifica di attendibilità dei contenuti.
E’ il linguaggio grossolano che parla alla pancia della gente, e si alimenta di continue e cicliche denuncie, con dati che quantificano truffe, sofisticazioni, ingerenze di mafie, e via elencando.
In questo caso, tale linguaggio viene avvertito come autentico, poiché non mancano neppure gli appoggi esterni da partedi ex procuratori e di altri rappresentanti istituzionali, rendendo così credibile ogni denuncia,a nche la più ingigantita ed estrema.
In questa logica, si presuppone inoltre che solo i coldirettiani siano gli unici puri in circolazione, diventando così nel contempo gli unici depositari con voce in capitolo per distinguere tra ciò che appartiene all’etica e ciò che ne è lontano.

Il secondo linguaggio, che si alterna a quello con cui Coldiretti fa la voce grossa e tuonante, è il linguaggio dell’iperbole, dai toni continuamente esaltatori e ottimistici fino all’inverosomile. Si offre una immagine dell’agricoltura alterata, seppure a fin di bene, come fosse l’espressione del migliore tra i mondi possibili. Conseguentemente, la campagna diventa amica, fraterna, perfino amante. Si annuncia il perenne successo delle attività agricole, sul piano economico, con remunerazioni piene, al punto da spingere una moltiudine di giovani ad abbandonare un lavoro altamente retribuito per approdare al lavoro in campagna. Si accendono i fari sul lato emotivo, e i riflettori non acendono mai le luci sugli aspetti critici – tranne quando si tratta di operare una comunicazione finalizzata a ottenere aiuti fnanziari e si piange pertanto miseria e dolore per danni subiti da eventi climatici o di altro genere.
Tale linguaggio, quello dell’iperbole, ama ritrarre un mondo fatto di sogni, sganciato dalla realtà. Nel puro stile di un mondo immaginifico che guarda a un mondo che non c’è, nel medesimo stile delle sette a sfondo religioso o parareligioso.

Il terzo linguaggio, infine, lo possiamo definire linguaggio-cerniera, che fa appunto da colleganmento, tra i due linguaggi e stili precedenti, in modo da non far risultare eccessivo e brusco il passaggio dalla denuncia urlata al godimento della contemplazione mistica del paesaggio e delal vita agreste. Ecco la felice interpretazione rappresentatta idealmente dagli agricoltori sventolanti bandiere gialle e inneggianti una elicità senza fine nel momento in cui c’è lo sguardo e l’abbraccio paterno di Coldiretti.

Esiste, inoltre, anche un quarto linguaggio, noto tuttavia solo agli addetti al settore agricolo, poiché appunto limitato alla sola sfera interna, quella dei rapporti interpersonali tra vari soggetti operanti a vario titolo nel mondo agricolo. Il linguaggio della verità, come è ben intuibile, è l’unico che esprime verità, seppure non emerga mai all’esterno; ed è un linguaggio spietatamente crudo, crudelmente spicciolo, profondamente cinico. Dove la gerarchia è insormontabile, la base resta la base e la dirigenza è intoccabile solo ai piani altissimi. Gli altri adottano il linguaggio curiale dell’obbedienza cieca e irrazionale.

Questo, almeno, è il mio punto di vista, che esamina la realtà per come la vedo. Poi, ovviamente, ciascuno di voi può contestare la mia analisi e opporre di conseguenza una visione completamente diversa e magari anche decisamente opposta. Ben venga comunque un pensiero plurale, in cui ciascuno possa esprimersi liberamente, senza condizionamenti né subire alcuna fatwa per opinioni non coincidenti con i vertici di Coldiretti.

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