Olivo Matto

Maestri in calunnia

Luigi Caricato

Spesso e volentieri ricevo mail, messaggi via sms o chat sui social network, di chi mi racconta, indignato e stupefatto, di vicende assurde, racconti strani, livorosi, in cui serpeggia la calunnia strisciante, frasi tra il detto e il non detto, ben orchestate in modo da ingenerare equivoci, fraintendimenti, allusioni indefinite, insinuanti sottilmente il dubbio, su persone fisiche o imprese.

Succede, è sempre accaduto, non c’è da meravigliarsi. Sarà capitato anche a voi, immagino. Ma ciò che più sorprende, di recente, è che siano diventati proprio gli italiani i maestri indiscussi di quest’arte della calunnia sottile, quella appena accennata, per certi versi discreta, in modo da non apparire immediatamente calunnia – ed è l’atteggiamento tipico di chi ha a che fare con persone che non si conoscono direttamente, e neppure si frequentano.

L’ultima di queste comunicazioni – ne ricevo davvero tante – l’ho letta proprio oggi, ed è il resoconto di alcune voci che un soggetto ben identificato (nel caso specifico si tratta addirittura di un dirigente di una organizzazione agricola) ha sussurrato ad altri soggetti (in questo caso internazionali, visto che tali calunnie si sono consumate in Croazia, in occasione di un incontro publico del Consiglio oleicolo internazionale). Solo voci, giusto per screditare persone e imprese italiane; una specialità che caratterizza ormai gli italiani: sparlare del proprio Paese e in particolare dei connazionali. Uno sport nazionale che ci permette di primeggiare su tutti, da veri campioni.

Non si scopre nulla di nuovo, sia ben chiaro; ma va pur detto che nell’ultimo periodo tale fenomeno si sta ingigantendo. E ci sono, guarda caso, sempre un nucleo di persone, incapaci di andare avanti con le proprie gambe, che in penuria di danaro, un po’ per la crisi generale, un po’ per la drastica riduzione dei finanziamenti pubblici a disposizione, mettono in campo l’arma della denigrazione, sicuramente la via più facile per farsi largo in un Paese come il nostro in cui il confronto con chi non appartiene al proprio gruppo lo si conduce o con l’arma della calunnia appena sussurrata o con l’ingiuria plateale.

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