Saperi

Attendendo l’invasione mongolica prossima ventura

Sistematiche oscillazioni, repentini sconvolgimenti. Le relazioni che sono intercorse tra le società di ogni Paese, e che tuttora definiscono il presente, sono rintracciabili in fenomeni e rapporti che nel tempo si sono susseguiti, mutando, ripetendosi. Gli scenari che ci attendono sono incerti e delineare un domani, o presumere di formularlo, significherebbe solo dare prova di sicumera 

Antonio Saltini

Attendendo l’invasione mongolica prossima ventura

La bestiale invasione sovietica (russa pare, di fronte agli eventi, temine inadeguato) di un (relativamente) microscopico paese confinante, non ha imposto soltanto un’inequivocabile cesura alla storia umana (sottolineo l’opzione del termine rispetto a quelle, alternative, di cronaca politica, o di cronaca internazionale), ha obbligato chi non sia privo delle cognizione essenziali sulle vicende, remote e prossime, della società terrestre, a una considerazione complessiva degli equilibri tra le tradizioni, le culture, gli orientamenti politici dei popoli che ripartiscono, politicamente, le terre emerse.

Popoli tra i quali lo scontro in atto ha imposto, a qualunque entità umana impegnata alla comprensione del mondo in cui vive, riflessioni che, dall’ultimo, drammatico, evento della storia mondiale, il confronto tra Nazismo e Mondo libero, nessun essere pensante era stato costretto ad affrontare.

Si è chiuso, con il millennio dal quale l’umanità si è, recentemente, accomiatata, in termini storici ieri l‘altro, un arco storico caratterizzato da un equilibrio privo di precedenti tra i paesi costituenti i primi attori sullo scenario planetario, l’equilibrio infranto da un despota che, posseduto da un furioso delirio di onnipotenza, ha calpestato, unilateralmente e insensatamente, l’ordine mondiale definito, da tre decenni, con il termine “distensione”.

Le nazioni del contesto democratico (tali considerando quelle nelle quali i governanti sono scelti in libere elezioni, quanto si voglia passibili di manipolazione) hanno reagito con straordinaria unità ed efficacia: assoggettato a rigorose “sanzioni”, il paese che la frattura ha prodotto sta pagando il conto in forma drammatica: a Mosca nessun suddito, definire cittadini gli abitanti della Russia costituirebbe assurdità lessicale, risulta più in grado di sostituire l’auto pluridecennale, di sedersi ad un bar, in tempi preistorici gestito da una company statunitense, e chiedere una gazzosa con contorno chi chips: il maggiore impero geopolitico del Pianeta dipendeva dall’estero per le apparecchiature necessarie alla più elementare tra le reazioni chimiche, la produzione di CO2, senza la quale la gazzosa non può, per l’assenza di gas, produrre bollicine, e non coltiva patate convertibili nelle finissime slices destinate alla frittura: seppure vantando, Madre Russia, i natali del maggiore genetista agrario dell’intera storia delle scienze, che ha condannato, per il capriccio del despota di turno, a un’orribile morte per fame, non dispone che di un unico, magari due o tre, varietà di patate, il cui novero non comprende quella indispensabile alla produzione di patatine fritte, per la cui disponibilità dipendeva, verosimilmente, dalla Borsa della patata della capitale mondiale della mortadella, la quale vanta, per la patata, un ruolo planetario equivalente, seppure, incomprensibilmente, meno noto.

Il muro eretto dal regime contro l’eventualità di esportazione di “falsità” (nel lessico leninista le informazioni obiettive) sul falansterio sovietico (la passione per i muri costituisce peculiarità mentale leninista: indimenticabile quello di Berlino) non riesce a impedire il varco della Cortina di ferro da parte di qualche allusione veridica.

Rari nantes in gurgite vasto, le pure sommarie informazioni attestano gli effetti travolgenti, sulla vita quotidiana dei sudditi sovietici, delle penalità sancite dall’Occidente, dimostrando la perfetta congruità, per definire quegli effetti, del termine trionfo: trionfo delle democrazie che al rivale dispotico hanno imposto, per la violazione del diritto internazionale, il prezzo più elevato.

Tutte le guerre hanno costretto, chi avrebbe trionfato, a sostenere costi ingenti, in termini espliciti sacrifici popolari.

I paesi democratici quei sacrifici sono stati indotti ad accettare da governanti protesi, coraggiosamente, a sconfiggere i nemici di ogni libertà civile: tra le guerre del passato emblematica, all’alba dello scontro con Hitler e scherni, l’appassionata arringa con cui Winston Churchill animò i sudditi dell’Union Jack, patria della priorità, nella scala dei valori sociali, della dignità dell’individuo, ad affrontare gli immani sacrifici che avrebbero costituito il prezzo dell’annientamento della potenza ostile a ogni dignità della persona, la potenza demoniaca spirante nelle menti paranoidi della congrega che attorniava il Führer, il disegno per cui

“Heunte gehoert Uns Deutschland,

      Morgen di ganse Welt”

La società occidentale è contesto economico e culturale costruito sui benefici del dominio coloniale dell’intero Pianeta.

Quando il Pianeta si è emancipato da quel dominio, la preminenza acquisita, sul terreno scientifico, su quello economico e su quello culturale, ha consentito, lo provano le cronache di un secolo intero, agli antichi dominatori di conservare un ruolo capitale negli affari internazionali: di fronte alla radicale opposizione, a quel ruolo, della cieca prepotenza neomarxista, l’Occidente ha saputo contrattaccare efficacemente, ma, nella, non esorcizzabile, eventualità che il contrattacco possa risultare costoso, i beneficiari dei vantaggi dello status acquisito, e conservato senza costi, appaiono disorientati.

Siccome il privilegio è stato protratto, nell’ultimo secolo, gratuitamente, rincorrono, confusamente, le sicurezze che paiono dissolversi.

Se quelle sicurezze si oscurano, ne ricercano, affannosamente, il fantasma.

E siccome, tra le condizioni della felicità planetaria dell’altro ieri, è sensato attribuire un ruolo capitale alla “globalizzazione”, la convivenza, cioè, con i despotismi orientali, al suo simulacro cercano di aggrapparsi con la furia con cui i naufraghi contendano l’ultimo salvagente.

Se globalizzazione significava compromesso con le tirannidi orientali, Russia e Cina, pretendono che con i relativi autarchi si ricerchi un aggiustamento, qualunque onere comporti.

L’intesa con Putin e Xi assume, nelle dispute al Caffè dello Sport, i titoli di suprema opzione geopolitica, condizione per il benessere futuro di chi del benessere gode, attualmente, senza alcun titolo politico, economico, culturale. 

La fondatezza dell’opzione vanta un assertore di presunta attendibilità, il dottor Kissinger, segretario di Stato dell’ultimo presidente a stelle e strisce convinto della supremazia terrestre del proprio Paese, Richard Nixon, ripudiato, peraltro, giudiziariamente, dal proprio Paese medesimo.

Yankee nei gangli più profondi dell’essere, il personaggio costituisce esempio emblematico della cultura politica americana, che, quantunque creatura legittima di quella britannica, della straordinaria levatura della prima non ha ereditato pressoché nulla.

Seppure, infatti, qualunque persona colta americana concordi nel reputare l’opera di Gibbon, The Decline and Fall of Roman Empire, il capolavoro dell’intera storiografia occidentale, nulla di comparabile, assolutamente nulla, le università collocate sulla sponda occidentale dell’Oceano hanno mai prodotto. Sono stati stampati, ad Harward, mille studi esemplari su vicende economiche e sociali di dieci millenni, otto prima, due dopo Gesù Cristo, immancabilmente esemplari studi puntuali: geografici o climatologici, botanici o tecnologici, sulle società del passato.

Puntuali, sottolineo: nell’immancabile, assoluta precisione, tutti assolutamente settoriali.

Espressione, univoca e inequivocabile, dell’assoluta incapacità di riflessione filosofica della cultura americana.

Tutta la storiografia britannica riconosce la propria matrice nella filosofia dei tre più autorevoli fondatori della cultura moderna: lord Bacon, George Barkley e David Hume, ai quali, dopo la trasmigrazione dei Pilgrim Fathers, tra gli eredi oltreoceano è mancato qualunque successore: prima proprietari di schiavi, poi primatisti ineguagliati del businness, degli antenati i colonizzatori del New England hanno ricalcato le orme senza aggiungere nulla, assolutamente nulla, ai primati filosofici, scientifici, letterari che portano, in etichetta, le sigle di Oxford o Cambridge.

Mai, nella civiltà dell’Occidente, dai tempi di Eraclito a quelli di Stuart Mill, a una società del contesto, a una sola, è stato altrettanto impossibile vantare un filosofo, un solo filosofo.

Una società priva delle valenze distintive di quelle di cui si pretende erede, le valenze che alle medesime assicurarono Democrito, Epicuro, Agostino, Descartes, Kant. Che può celebrare cento e cento economisti, cento e cento storici, autori di studi minuziosi, che non rivelano impulso a dispiegare la curiosità, matrice di ogni scienza, al di là del dettaglio delle vicende civili, sociali, giuridiche delle età successive della storia.

Una società le cui ultrafamose università non hanno mai coronato di alloro un maître à penser proteso a indagare, fino ai dettagli più sottili, la combinazione degli elementi giuridici, tecnologici, sociologici, dell’evento oggetto di studio, nell’assoluta incapacità di ispirare il quadro ad un’autentica filosofia della storia, Studiosi della vastità di orizzonti dell’italiano Muratori, del francese Montesquieu, dell’inglese Hume, del germanico Mommsen, storici insigni, sistematicamente, in perfetto parallelismo, cultori di filosofia, non sono, nella cultura americana, neppure immaginabili.

In una delle più prestigiose, e costose, università americane insegnò il dottor Kissinger, ciò che ne spiega l’indifferenza, o l’incapacità, all’autentica riflessione storica, l’incapacità, cioè, di percepire, nel corso delle vicende umane, il mutare degli equilibri tra le società della Terra.

Nel millennio concluso onnipotente, Secretary of State, dalle recenti dichiarazioni sugli equilibri tra potenze europee il personaggio risulta professare certezze ormai, irrevocabilmente, convertite in chimere. Inequivocabilmente segnate dalle oscillazioni di lucidità di ogni vegliardo, all’analisi letteraria le medesime risultano copia stantia dei principi cui si ispirò il principe Von Mettrenich per ripristinare l’equilibrio tra le potenze europee, convertito in caos dalle imprese del generale Buonaparte, il cui fulgore, checché ne pensasse Alessandro Manzoni, il plenipotenziario austrico dimostrò non essere stata vera gloria.

La giustificazione dei massacri compiuti, proposta dal trionfante Empéreur appare, ad un esame ispirato al più elementare buon senso, non costituire che espressione del delirio di onnipotenza.

Il medesimo proclamò, inusitato assioma di presunta storicità, che una sola notte di amori avrebbe riparato, a Parigi, all’ecatombe prodotta da ciascuno dei propri successi.

Ma quale intendeva sarebbe stata, il vittorioso Corso, il futuro verso il quale dirigeva il consorzio politico europeo?

Un onnipotente impero francese circondato da staterelli governati, proposito emblematico dei legami di consorteria dell’isola natale, da fratelli, nipoti e cugini.

Un progetto che ogni entità umana che si esprimesse nel più autentico, puro francese, non avrebbe potuto giudicare che proclamandone l’essenza quale Merde de merde.

Erede illegittimo del principe austriaco, l’antico teorico della soggezione del continente sudamericano al colonialismo statunitense assicura, con gli sproloqui attuali, il supporto più funzionale all’immane impegno di disinformazione della cosca che circonda il boia del Kgb: la reviviscenza del medesimo sarebbe, infatti, del tutto inspiegabile a chi non vi leggesse il frutto delle immense risorse auree profuse, nella giustificazione dei propri assassinii, dal continuatore di Lenin e Stalin, che, con suprema originalità, titolarono il quotidiano del proprio impero Pravda, un titolo di cui non è, forse, sufficientemente nota la traduzione italiana, che suona La verità.

La Verità devotamente accettata da una torma di lacché con seggio nel Parlamento romano, di cui sarebbe inspiegabile la sudditanza a Mosca senza la consapevolezza che, sottoposto a sanzioni l’oro russo, la sua disponibilità per sovvenire alle urgenze familiari dei satelliti disseminati nell’avversa Europa risulta esponenzialmente moltiplicata.

Dedicando la più semplice riflessione ai proclami del residuato bellico americano, la deduzione che pare doversene ricavare corrisponde all’assunto che l’agognata pace planetaria dipenderebbe dall’equilibrio tra “sfere di influenza”, equilibrio immutabile quale quello di entità geologica, un assioma che pare doversi reputare, razionalmente, destituito di qualunque fondamento.

La storia dei rapporti tra società umane pare costituire, piuttosto che equilibrio immutabile, quanto si voglia tra sistematiche oscillazioni, contesto segnato da radicali, seppure, spazialmente e temporalmente non repentini, sconvolgimenti.

Le vicende delle grandi civiltà non mancano di provare, inequivocabilmente, il postulato: Roma soggiogò, grazie alla superiorità militare, le aree più ricche di tre continenti, creando un impero che non avrebbe resistito alle torme barbariche; la dilagante potenza musulmana si impadronì  delle regioni più ricche, anch’essa, di tre continenti, Spagna, Egitto, India, dovunque cancellando le peculiarità di civiltà millenarie, fino al crollo, che ne dimostrò l’assoluta inconsistenza storica; le potenze marittime europee contesero, ferocemente, il dominio dell’Orbe producendo, quale risultato eminente, la diffusione di un’economia fondata sulla schiavitù nera dal New England alla Tierra do Fuego, un’impresa che si tradusse nella plurisecolare soggezione di milioni di sciagurati, destinati, dopo una vita bestiale, a morte miserabile.

Il quadro attuale del planisfero propone la sussistenza, sulle sponde opposte dell’Atlantico, di due società omologhe, visceralmente convinte del diritto di fruire, senza limiti di tempo, dell’opulenza conquistata in lunghi secoli di predominio coloniale, combinato, si deve precisare, al più dinamico sviluppo scientifico, tecnologico ed economico, fondamento di una prosperità che le medesime società sono convinte di poter conservare dopo aver abbandonato le pretese di supremazia e rinnegato, insieme, la propensione millenaria, pubblica e privata, all’avanzamento scientifico, tecnologico, economico, fondato sull’indipendenza della ricerca scientifica, l’atout capitale dell’Occidente sull’Oriente, e la libertà di acquisto dei brevetti scientifici da parte degli imprenditori privati.

Travolte da suggestioni populistiche, le società a ordinamento democratico risultano avere rinnegato l’assioma capitale del proprio credo civile, enucleato nell’aforisma “vinca il migliore”, assioma di discutibile dignità etica, che non può essere considerato intrinsecamente avverso al dettato evangelico ove il “migliore” si impegni a creare attività economiche, a moltiplicare i frutti della terra, a costruire fabbriche ed erigere dighe, senza riservare, per sé medesimo, che l’indispensabile.

Chi scrive è consapevole dell’eccezionalità del caso, ma, scrutatore appassionato, per quanto gli sia possibile, del corso delle vite di cui conosca le tappe, è certo, quantomeno sulla base dello studio di una, emblematica, biografia, essere l’eventualità obiettivamente possibile.

Cristo asserì fosse più facile che un cammello attraversasse la cruna di un ago che un ricco entrasse nel Regno dei Cieli: esegeti autorevoli hanno rilevato esistesse, nel periplo delle mura di Gerusalemme, una porta attraverso la quale un cammello, forse un cucciolo di cammello, comunque cammello, potesse entrare nella Città Santa. Non è stato il medesimo Salvatore a invitare, peraltro, a “passare per la porta stretta”?

Le millenarie radici cristiane sono state, unanimemente, rinnegate dalle società europee, che ossequiano, oggi, devotamente, i dettati della società dei consumi, il volto rassicurante di un’etica cui è estranea qualunque valenza trascendentale.

Seppure rassicurante, l’etica del benessere non appare in grado di confrontarsi con la filosofia della potenza politica che mira, lo dimostrano prove indubitabili, al dominio planetario, la filosofia di una società che non riconosce, anch’essa, alcun valore trascendentale, che professa, con determinazione monolitica, il credo proclamato da un fanatico ottocentesco, già abbracciato, con conseguenze planetarie, da discepoli non meno furiosi, un credo che proclama, dalle origini, il proposito di soggiogare alla più cieca servitù la plebe terrestre.

Tra le due semisfere, quella cui pare debbano riconoscersi, per la disponibilità a sacrificare, nello scontro, decine di milioni di sudditi, probabilità maggiori di successo è, verosimilmente, quella che mira alla tirannide universale.

L’asserzione, per quanti vogliano riflettervi, non può non essere inquietante.

Ma le sue valenze allarmanti paiono essere rigettate, con eguale determinazione, dai cittadini Usa, i cui polls attestano la caduta di popolarità di Joe Biden, al quale dell’urgenza della difesa delle valenze etiche dell’Occidente deve essere riconosciuto il più precoce, drammatico allarme, e, nella palude italica, di quella di Mario Draghi, per un intero anno tra i pilastri della reazione europea all’espansionismo russo, il cui governo è stato minato da mercenari palesemente al soldo del boia di Mosca.

Un pronostico per il futuro? Presumere di formularlo sarebbe prova di sicumera. Quanto è possibile asserire, dati il numero e la prepotenza dei mercenari cui ci siamo assoggettati, dal tyccoon di Arcore agli imitatori, è che non “siamo nelle mani di Dio”, ma in quelle di farabutti e profittatori.

Aggiungendo, quale corollario, che i medesimi mercenari stanno, non senza barlumi di consapevolezza, spianando la strada che, con tappa a Mosca per ricolmare il serbatoio (nella capitale russa scarseggia, ormai, quasi tutto, ma, mancando le auto, abbonda il carburante) conduce all’invasione mongolica prossima ventura.

In apertura, foto di Olio Officina©

Antonio Saltini

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