Saperi

Filo d’amore

Narrazioni. Mario Oliveri si era svegliato quella mattina con una strana euforia addosso. E inconcludenza. Non riusciva a farsi il caffè, pensando prima di radersi, ma poi, dal bagno, ritornava in cucina a trafficare con la vecchia Bialetti. Parlava con Nelson. Riponeva un libro nello scaffale. Poi tutto si era ricomposto come d’incanto e ogni cosa era stata fatta nell’ordine prestabilito

Mariapia Frigerio

Filo d’amore

«Il signor Mario Oliveri?».
«Sì…».
«Buon giorno, signor Oliveri, sono Clara Bini e la chiamo da Telecom Italia. Immagino che lei e i suoi familiari abbiate internet…».
«Si sbaglia, cara signorina, io non so neanche cosa sia internet, non ho familiari, sono vecchio e vivo solo».
«Allora la Telecom le può offrire…».
«Le ripeto, signorina, che sono vecchio, che ho sempre pagato le mie bollette con regolarità, che ho intenzione di continuare a farlo e che non voglio sconti di nessun tipo».
«Ma la Telecom…».
«Forse non mi sono spiegato bene. Farò, ad esagerare, cinque telefonate al mese e altrettante ne ricevo. Vivo qui, a Spezia e, come forse avrà capito, sono aspro come la mia terra».
«Io credo…».
«Non perda il suo tempo, signorina! Non con un coccio aguzzo di bottiglia…».
«Montale?! Ma lo sa che era il mio poeta preferito?».
«Perché era?».
«Era quando facevo il liceo. Poi mi sono cercata un lavoro e ora sono troppo stanca per leggere poesie».
«E dove lo ha fatto il liceo… liceo classico immagino?».
«Sì, ho fatto il liceo classico a Viareggio. Un tempo c’era la succursale anche a Pietrasanta dove vivo, poi le iscrizioni sono diminuite e così è stata chiusa».
«E l’università?».
«Intende se mi sono iscritta? No. Pensavo di fare filosofia, ma sarebbe stato un sacrificio per i miei. È già stato un errore avere perso cinque anni al liceo. È per questo che ho accettato il primo lavoro che ho trovato… Allora, signor Oliveri, non le posso proprio essere utile in niente?».
«No… o, forse, sì».
«Bene, mi dica».
«Contribuisca ad aumentare il numero delle mie telefonate».
«Volentieri, ma come?».
«Mi telefoni qualche volta. Fanno bene a un pezzo di legno come me le voci garbate come la sua».
«Ma certo… certo, signor Oliveri!».


«Pronto, sono Clara. Clara Bini. Si ricorda di me?».
«E come no? Montale, il liceo viareggino e, soprattutto, la sua voce garbata».
«Ho deciso che oggi avrei incrementato il numero delle sue telefonate».
«Oh, brava. E cosa ha fatto in questa settimana?».
«Una settimana? È già trascorsa una settimana dalla mia precedente chiamata?».
«Esattamente. Forse lei non sa come sono i vecchi. Metodici, precisi, a volte quasi pignoli. Io anche un po’ maniaco. Nelle mie giornate vuote una telefonata come la sua è già un grande avvenimento e, così, io l’annoto. Poi lo leggo e lo rileggo sulla mia agendina».
«Ma è incredibile! E poi, mi dica, cos’altro scrive sulla sua agendina?».
«Quando viene Natalia. Quello che fa Nelson. I libri che leggo. A volte, sa, ne faccio anche dei piccoli commenti, delle piccole critiche che poi, passato un po’ di tempo, riguardo».
«Natalia… Nelson? Chi sono?».
«Senta, Clara, non glielo voglio dire. Non oggi. Voglio darle un motivo per richiamarmi».
«Ma io la richiamerei lo stesso».
«Si dice così…».


«Pronto!».
«Quanti giorni sono passati, signor Oliveri?».
«Tre, Clara, tre».
«Giusto! Questa volta me li sono segnati anch’io sulla mia agenda. Allora, merito una risposta o no?».
«Sì… sì… sicuramente, ma i vecchi sono anche smemorati e io non ricordo…».
«Mi avrebbe dovuto dire chi sono Natalia e Nelson».
«Senta, Clara, ho un’idea e vorrei che lei mi dicesse di sì. Ascolti».
«Sono tutta orecchi».
«Pietrasanta non è lontana da Spezia e immagino che lei abbia un giorno libero dal suo lavoro. Magari la domenica».
«Certo. L’aspetto positivo di questo lavoro è la libertà d’orari e questa domenica, per l’appunto, ce l’ho libera».
«Sono disposto a farle conoscere Natalia e Nelson se… se lei mi verrà a trovare. Ho già guardato gli orari dei treni Pietrasanta-La Spezia. Praticamente uno ogni mezz’ora e il viaggio dura da un minimo di 43 minuti a un massimo di 50 minuti».
«Li ha guardati su internet?».
«Ma Clara!».
«Già, mi ero scordata. E allora dove li ha visti?».
«Sono rimasto l’unico acquirente del Pozzo orari. Credo che ormai lo stampino solo per me».
«Allora lei viaggia…».
«No, Clara, no. E dove vuole che vada alla mia età? Lei non ha ancora capito che i vecchi conservano abitudini che invecchiano insieme a loro. Io ho quella di comprarmi, ad ogni inizio anno, l’orario dei treni. Esco di casa il 2 o il 3 di gennaio di ogni nuovo anno e mi faccio una bella camminata fino alla stazione. Faccio il mio acquisto a cui aggiungo il quotidiano. Quel giorno il mio edicolante abituale sa che lo tradisco. Ma anche lui non è più giovane e credo che, proprio per questo, abbia accettato questa, diciamo, tradizione».
«Pensi, signor Oliveri, che io neppure sapevo che esistesse un orario dei treni pubblicato».


«Pronto? Quanti giorni, signor Oliveri?».
«Uno e mezzo».
«Io ne avevo contati due».
«Controlli meglio gli orari e vedrà che siamo stati senza sentirci esattamente un giorno e mezzo. Comunque sia, ha avuto o no il permesso?».
«Sì… sì… ma…».
«Non può venire?».
«Posso, posso, ma mi vuole accompagnare mia madre. Sa, ha detto che è una situazione insolita. Abitualmente, è chiaro, mi muovo sola. Ma in questo caso… ».
«Ha detto: “Cosa vuole quel vecchio da te?”».
«Sì, proprio così».
«Non ci sono problemi. Vi aspetto entrambe. Sapete dov’è via del Prione?».
«No».
«Chieda della Palazzina delle Arti, dove c’è il Museo del Sigillo. Io abito poco prima, al 334».


Mario Oliveri si era svegliato quella mattina con una strana euforia addosso. E inconcludenza. Non riusciva a farsi il caffè, pensando prima di radersi, ma poi, dal bagno, ritornava in cucina a trafficare con la vecchia Bialetti. Parlava con Nelson. Riponeva un libro nello scaffale. Poi tutto si era ricomposto come d’incanto e ogni cosa era stata fatta nell’ordine prestabilito.
Alle 15.30, quando si affacciò su via del Prione insieme a Nelson, vide avvicinarsi le due donne. «Non potevano che essere così» pensò. Forse per il suo passato di avvocato, forse per una naturale predisposizione, Mario Oliveri non sbagliava mai nell’immaginarsi le persone.
Clara era una ventenne in jeans, scarpe di tela, polo bianca, con capelli chiari tenuti indietro da un cerchietto. Molto semplice. Molto graziosa. La madre, che avrà avuto poco più del doppio dei suoi anni, vestiva una minigonna verde con top che metteva in mostra lo scollo bruciacchiato dal sole, sandali con tacchi alti, capelli corvini a boccoli. Il contrasto tra le due era evidente.


La sera, seduto sul suo divanetto di velluto consunto, Mario Oliveri si gustò quell’insolito pomeriggio. Rivide il sorriso della ragazza e la sua compostezza. Ne riascoltò la voce garbata. Rivide anche la madre che si sperticava in complimenti per la casa. E quel verde della gonna che oltraggiava il verde della vetrage inizio secolo davanti alla quale stava il trespolo di Nelson. Ne sentiva ancora, con fastidio, il rumore dei tacchi alti battuti con violenza sul pavimento.
Abbandonò quell’immagine e tornò all’altra. Così, finalmente, in questa domenica di maggio, la voce garbata sentita nel filo si era materializzata in un corpo giovane. A lungo, inoltre, gli risuonarono nelle orecchie le risa della ragazza, quando Nelson recitò il verso d’ordinanza: «Avvocato, non parla: che cos’ha?». Poi la sua voce che gli diceva: «A tutto avrei pensato, ma mai che Nelson fosse un pappagallo». Le aveva così raccontato di suo padre, l’ammiraglio Oliveri. Poi era stata la volta di Natalia, la signora che da una vita l’accudiva. La ragazza guardava con evidente compiacimento la sua delicatezza nel versare il tè e nell’offrire sottili fette di spungata. Ne apprezzò la sollecitudine silenziosa. Scoprì la bellezza del silenzio.


«Da quella domenica di maggio tu mi vieni sovente a trovare. Sai anche che potrei dirti tutte le volte che sei venuta, da tre mesi a questa parte. Hai vent’anni. Sei bella. Hai grazia. Perché, dimmi perché, Clara?».
«Mi è difficile dirglielo, signor Oliveri».
«Prova, cara».
«Glielo ripeto: mi è molto difficile».
«Ci siamo parlati tanto in queste tue visite. E abbiamo parlato anche al telefono. Hai incrementato notevolmente il mio traffico telefonico. Sei stata brava. Penso di aver diritto a una spiegazione».
«Credo… credo di essermi innamorata».
«Ma, cara, non è possibile. Io sono troppo vecchio. Mi inorgoglisci, credimi, mi commuovi anche, ma è assurdo. Non devi, non puoi innamorarti di me. Sono un vecchio arido, un osso di seppia».
«C’è un equivoco, signor Oliveri. Io credo di essermi innamorata, ma non di lei…».
«Ah… e di chi allora?».
«È della sua vecchiaia che mi sono innamorata, di questa sua vecchiaia che in qualche modo ora mi appartiene e a cui, ormai, non voglio rinunciare».


Lucca, 23 gennaio 2009

La foto di apertura è di Mariapia Frigerio

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