Saperi

Il liquore grasso di uliva

L’olio come non lo immaginate. Nel sentimento popolare, non era infrequente, per esempio, fino a qualche decennio fa, il ricorso all’olio di oliva per liberarsi dall’occhio cattivo. Preparatevi dunque per un tuffo salvifico nel verde mare dell’olio. Un saggio sul’altro volto dell’olio da olive

Luigi Caricato

Il liquore grasso di uliva

Non è solo alimento l’olio che si ricava dalle olive. Spremuto come fosse un’arancia, o un qualsiasi altro frutto, il succo d’oliva è molto di più. Va oltre ogni consueto significato ed esplora e sperimenta in continuazione nuove identità e profili. Ai suoi molti fruitori si propone con volti e modi sempre inediti, alle volte spiazzanti.

Gli oltre sei millenni di storia hanno d’altra parte lasciato numerose e profonde tracce in cucina, nella farmacopea, in cosmesi e perfino nei luoghi culturali più impensabili.
Nell’olio, e prima ancora nell’olivo, è infatti impressa, ancora viva, l’immagine del divino e dell’umano, del femminile e del maschile, del domestico e del selvatico. L’olivastro e l’olivo costituiscono infatti due distinte espressioni del medesimo tronco, le quali convivono e insieme si combattono, rappresentando da un lato l’ingovernabilità con la sua natura imperante e incontrollabile, dall’altro l’addomesticamento e la civiltà, con il decisivo superamento della condizione di selvatico e di disarmonico.


Atena, glaukopis verdeazzurra, è la figlia prediletta di Zeus cui si deve, secondo il mito, il dono dell’olivo agli umani. Per lei, Zeus ha vissuto una singolare gravidanza maschile, fino a sopportare un laborioso parto cefalico; ed è proprio Atena, insieme con la straordinaria creatura che ne discende, l’olivo, a determinare la nascita della polis, di una città forte e longeva, centro di vita civile e politica, oltre che luogo eletto e privilegiato di cultura. Non ci sono più dubbi o incertezze al riguardo. Con il “liquore d’ulive” che si va ricavando dalla molitura dei frutti dell’olivo tutte queste anime contraddittorie si fondono in un’unica realtà, fino ad amalgamarsi in una dimensione altra, che comprende ora i confini del sacro, ora invece la sfera ancor più insondabile della superstizione e della magìa.
L’olio non è dunque, e soltanto, un alimento: ormai è assodato; come nemmeno l’olivo è, a sua volta, una semplice e convenzionale pianta come le altre. Un apologo riportato nell’Antico Testamento, nel Libro dei Giudici, mette in scena un olivo a cui viene offerta la candidatura a re degli alberi:

Si misero in cammino gli alberi
per ungere un re su di essi.
Dissero all’ulivo:
“Regna su di noi”.
Rispose loro l’ulivo:
“Rinuncerò al mio olio,
grazie al quale
si onorano dèi e uomini
per agitarmi sugli alberi?”

No, l’olivo non può in alcun modo rinunciare ad essere pienamente se stesso, nonostante rimanga simbolo esclusivo di permanenza, unità e saldezza, conserva comunque in sé, ben metabolizzato, l’elemento del selvatico che non è mai scomparso. Allo stesso modo le olive, minuscole e amare, immangiabili in purezza se non dopo un intervento correttivo dell’uomo per addolcirle e renderle gustose e appetibili. Allo stesso modo l’olio che si ricava dalle olive – ha necessità di essere estratto per mano umana, perché i suoi frutti da soli non offrono nulla e devono comunque essere franti, pietra su pietra, per ricavarne il salutare liquido che nutre e dispensa virtù – non può certo declinare alle sue molteplici identità ed essere confinato nel solo ambito alimentare.

Nel sentimento popolare, per esempio, non era infrequente, fino a qualche decennio fa, il ricorso all’olio di oliva per liberarsi dall’occhio cattivo.
Il malocchio, come opportunamente ebbe a scrivere con dovizia di particolari Caterina Pigorini Beri nel 1889 (in Costumi e superstizioni dell’appennino marchigiano; Lapi, Città di Castello), è, per l’esattezza, “l’effetto di un male fisico o morale che incoglie la persona invidiata: intristisce, muore o prova disgrazie immeritate o va in rovina”. Per scacciarlo – o meglio ancora: per scantarlo – si ricorreva a “femmine che hanno la virtù”, le quali, pronunciando parole propiziatorie e adoperando in alcuni casi dei chicchi di grano, in altri “l’olio dello lume”, riuscivano con successo nell’intento. E così, per quanti nel passato sceglievano di optare per l’olio utilizzato quale luminaria, si rendeva alquanto utile fornirsi di una “cupetta d’acqua limpida”, presa direttamente dalla fonte, e di una lucerna a quattro becchi, comunemente detta “fiorentina”.

La donna “di virtù” che cercava di “scantare” l’occhio cattivo provvedeva ad accendere dapprima un solo becco del lume, chiudendo opportunamente le finestre della sala e restando in seguito da sola con la persona da curare, nella penombra appena rischiarata dalla debole fiamma.
La donna, generalmente un’anziana non nuova a simili esperienze, afferrava i gomiti della persona che aveva di fronte con entrambe le mani e, avvicinandola a sé, la guardava negli occhi come se scavasse in profondità, con lo “sguardo fisso e affascinante”.


La donna curatrice del male alzava imperiosa la mano sinistra e con “il pollice della virtù” segnava dall’alto in basso la vittima del malocchio, in ogni parte del corpo denudato, borbottando scongiuri e pronunciando per tre volte e ad alta voce le sacramentali parole:

“Nel nome di Gesù e di Maria chi ha fatto l’occhio cattivo lo manda via”.

Quindi, con grande concentrazione, alzando il coperchio della lucerna, vi immergeva nell’olio il pollice sinistro, lasciandone poi cadere, numerandole, tre distinte gocce nel piatto dell’acqua, cui seguiva di solito un urlo di soddisfazione :

“L’occhio c’è, c’è! Guardate: ci fa la fisionomia.
Voi che ci sapete leggere, anche le lettere ci vengono!
Ah! Se sapessi leggere vi direi bene il nome”.

Poi la donna seguiva uno strano e quasi delirante colloquio con chi aveva causato l’occhio cattivo:

“Birbacciona!
Ah! Che t’ha fatto questa persona da farle l’occhio?
Ma ormai ci penso io: Tie’!”

Seguiva infine, pronto e immediato, il gesto liberatorio delle corna, piegando il medio e l’anulare della mano destra, per dare il ben servito con un “tie’!” sonoro e selvaggio, minaccioso.
Quindi, con toni più tranquillizzanti, la vittima del malocchio veniva rassicurata sull’esito dell’operazione e invitata a non pensarci più: sarebbe guarito di lì a poco.
In altri casi, soprattutto quando l’odio e l’invidia erano tante, si ripeteva per tre volte il rito liberatorio fino alla riuscita dell’intervento riparatore.
Tutto ciò per quanto concerne gli aspetti propriamente legati alla superstizione.
Un altro approccio – vissuto tuttavia con spirito diverso ma non lontano da quello considerato – rimanda anche in questo caso a una lunga e corroborante tradizione cultuale: è quella dell’olio santo, cui fa riferimento naturale la logica dei cosiddetti “fluidi celesti”, con pratiche fortemente radicate nell’immaginario dei devoti.


C’è, al riguardo, la curiosa vicenda di un santo, tale Giuseppe Desa da Copertino, francescano conventuale nato nel 1603 nel Salento, in una campagna dominata dagli ulivi. Il frate, noto per i suoi magnifici e inenarrabili voli estatici, venne miracolosamente guarito da piccolo proprio in virtù dell’unzione con l’olio benedetto e salvifico dei lumi votivi del santuario delle Madonna delle Grazie di Galàtone.
La tradizione dei “fluidi celesti” è di antica data. A partire dal Medioevo, fin quasi alle soglie dell’età Moderna, nei luoghi di culto vi era l’abitudine ad offrire un sano boccale d’olio di oliva per tenere perennemente accesa una lampada davanti al Santissimo Sacramento. Non è storia nuova, perché percorrendo la Bibbia dall’Antica alla Nuova Alleanza, l’olio di oliva non è stato considerato solo un nutrimento indispensabile in tempo di carestia. Il “liquore grasso di uliva” è anche unguento che profuma il corpo, fortifica le membra e lenisce le piaghe: è l’essenza e il simbolo stesso della gioia che aiuta a far risplendere il volto dell’uomo desolato e senza più certezze; per questo lo si infondeva sul capo delle persone cui si voleva augurare gioia e felicità.
L’olio delle lampade votive, quello destinato a tenere costantemente illuminate le effigi dei santi taumaturghi, era invece il mezzo attraverso cui i santi esplicavano i propri poteri carismatici sui fedeli.

L’olio benedetto e salutifero veniva considerato un toccasana in grado di risolvere ogni problema di salute e ogni sorta di malessere, perfino interiore. Così, mentre i comuni farmaci guarivano una sola malattia per volta, l’olio santo sanava in maniera prodigiosa i mali fisici e i tormenti dell’anima. L’olio guaritore curava nondimeno i mali che affliggevano gli animali domestici o le bestie da soma. L’olio che guarisce non è solo terreno fertile per le fantasie popolari; a distanza di tanti secoli ha avuto un significativo riconoscimento attraverso un testo ufficiale del Concilio Vaticano II, laddove la Chiesa ha ribadito, ancora una volta, il grande ruolo salvifico che l’olio benedetto esercita sulle proprie creature. A conferma di una tradizione ormai consolidata, al confine tra sacro e profano, l’olio spremuto dalle olive è a tutti gli effetti, da considerare un liquido salutare a difesa di anima e corpo, perfettamente in grado di scacciare ogni dolore e infermità fisica e spirituale.



Il presente saggio, di Luigi Caricato, è stato pubblicato per la prima volta nel 2005 su "Melissi", rivista delle edizioni Besa.

La foto di apertura è di Alberto Martelli

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