Saperi

La democrazia deve essere ideale, ma con un’accortezza

Libri per l'estate 2023. “L’esperienza storica insegna che a ideali smisurati corrispondono sempre catastrofi pratiche” afferma Giovanni Sartori, autore del volume Democrazia edito da Treccani, e suggerisce che il significato, per come lo intendiamo noi moderni, è un’abbreviazione che sta per “liberal-democrazia”. Per poterne comprendere il senso totale, propone di separarne tre aspetti

Alfonso Pascale

La democrazia deve essere ideale, ma con un’accortezza

L’Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani ha pubblicato in questi giorni un agile volumetto che contiene la voce Democrazia compilata nel 1992 da Giovanni Sartori per la Enciclopedia delle Scienze Sociali.

Nella premessa è spiegato che l’esperienza delle democrazie antiche fu relativamente breve ed ebbe un decorso degenerativo.

Aristotele classificò la democrazia tra le cattive forme di governo. E così la parola “democrazia” divenne per oltre duemila anni una parola negativa, derogatoria.

Per millenni il regime politico ottimale venne detto “repubblica” (“res” publica”, cosa di tutti), non democrazia.

Kant considerava la democrazia “un dispotismo”.

Nel “Federalista” Hamilton parla sempre di “repubblica rappresentativa”, mai di democrazia.

Anche la Rivoluzione francese si richiamava all’ideale repubblicano.

Solo Robespierre, nel 1794, usò il termine “democrazia” in senso elogiativo, assicurando così la cattiva reputazione della parola per un altro mezzo secolo.

Sartori afferma che la “democrazia” come la intendiamo noi moderni è un’abbreviazione che sta per “liberal-democrazia”. E per comprenderne il senso, egli propone di separarne tre aspetti: 1) democrazia come principio di legittimità; 2) democrazia come sistema politico; 3) democrazia come ideale.

La legittimità democratica postula che il potere deriva dal “demos” (popolo) e che si fonda sul consenso verificato (non presunto) dei cittadini.

Nelle democrazie il potere è legittimato (nonché condizionato e revocato) da libere e ricorrenti elezioni.

Nella democrazia dei grandi numeri (quella di oggi), la democrazia non può che essere rappresentativa.

Una democrazia che disgiunge la titolarità dall’esercizio per poi ricollegarli a mezzo dei meccanismi rappresentativi di trasmissione del potere. L’aggiunta di taluni istituti di democrazia diretta – quali il referendum e l’iniziativa popolare delle leggi – non toglie che le nostre siano democrazie indirette governate da rappresentanti.

La democrazia inoltre deve essere ideale. Ma con un’accortezza, suggerisce Sartori: “L’esperienza storica insegna che a ideali smisurati corrispondono sempre catastrofi pratiche”.

Dopo la seconda guerra mondiale, si è sostenuto che le democrazie sono due: una di tipo occidentale e l’altra “popolare”, più autentica. L’autodeflagrazione, tra il 1989 e il 1991, dei sistemi comunisti dell’Est europeo e dello stesso regime sovietico ha dimostrato che la cosiddetta “democrazia reale” non era affatto una democrazia.

Sartori conclude la premessa con le seguenti considerazioni: “Com’è che la tesi delle “due democrazie” è stata dimostrata e creduta? Una corretta impostazione avrebbe richiesto un confronto tra i due casi condotto – giusta la distinzione tra prescrizioni e descrizioni – due volte: una volta tra gli ideali, e una volta tra i fatti. Ma i sostenitori della democrazia comunista hanno invece incrociato le accoppiate, paragonando gli ideali (non realizzati) del comunismo con i fatti (e i misfatti) delle democrazie liberali. In questo modo si vince sempre; ma solo sulla carta. La democrazia alternativa dell’Est era un ideale senza realtà. La sola democrazia che esiste e che merita questo nome è la democrazia liberale”.

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