Saperi

La variabile esterna

Il cervello diventa un elemento esterno al fisico, scollegato dall'evidenza molecolare, e si gioca per lo più alla luce delle relazioni socio-emotive più che a quelle legate alla possibilità di errori endogeni. La sensazione, anche fisica, che si può provare in un sogno caratterizzato da uno scenario coerente con la realtà, vive certamente di meccanismi molecolari assai simili a quelli che viviamo all’interno di scenari reali, ad occhi aperti e in piena coscienza

Massimo Cocchi

La variabile esterna

Cos’è la “variabile esterna”? In accordo con quanto scrissi unitamente agli amici di un lungo percorso scientifico, definimmo la variabile esterna nel seguente modo, o, meglio, ci ponemmo domande e ne discutemmo: 

“...Il cervello diventa un elemento esterno al fisico, scollegato dall'evidenza molecolare, e si gioca per lo più alla luce delle relazioni socio-emotive più che legate alla possibilità di errori endogeni, sui quali queste relazioni hanno un peso relativo o, se esse hanno un peso, è difficile tradurlo nella dinamica delle molecole che coinvolgono le comunicazioni inter-intracellulari scaricando quelle risposte variabili che vengono riconosciute come disturbi dell’umore” . (...)

“Sembrava possibile, rispetto a qualcosa di concreto, scivolare fuori dal corpo trovando la conferma che poteva esserci; non c'è dubbio che effettivamente esiste, una variabile esterna che è fuori dal controllo delle possibilità matematiche ormai note e si materializza in sequenze molecolari all'interno del corpo, di nuovo misurato usando complesse funzioni matematiche come reti neurali e calcolo quantistico? (...)

Un anno dopo, circa, ragionammo sul concetto dell’allucinazione ponendoci la seguente domanda:

“Ci sono motivi per pensare che i meccanismi che sottostanno alla percezione e alla coscienza sfuggano ai normali percorsi molecolari "in linea" quando si genera la psicopatologia onirica delle allucinazioni? Quali sono i meccanismi alternativi che potrebbero essere attivati nel punto di biforcazione? Nello specifico, dato che le proteine citoscheletriche implicate nella coscienza contribuiscono alla regolazione della neuro-plasticità, come possono partecipare alla modulazione della percezione allucinatoria?

Winson, nel 1986, ipotizza che l'elaborazione delle informazioni offline all'interno del cervello fonda nuove informazioni con vecchi ricordi per produrre strategie per il comportamento futuro. Offre supporto empirico all'idea che i sogni siano il ponte tra "il conscio e il subconscio". Le idee di Winson, adattate alle prospettive classiche e quantistiche dell'interattoma, potrebbero essere utili per comprendere non solo i sogni ma anche allucinazioni.

Se si può dimostrare che il lavoro di Winson è pienamente coerente con il nostro (Cocchi et al. ndr), allora un paradigma quantistico-biomolecolare unificato per allucinazioni e sogni che supporti un approccio veramente scientifico al distacco fenomenologico dalla realtà, può essere considerato seriamente.Relativamente al dibattito corpo che sogna e/o allucina, ponemmo ulteriori domande:

1) La coscienza è in linea o non in linea?

2) Se i sogni, nelle parole di Freud, forniscono la strada maestra dalla coscienza al subconscio, allora cosa definisce il subconscio in termini di concezione biomolecolare quantistica dei sogni?

3) Possiamo mappare un percorso attraverso il quale la risposta funzionale derivante da "variabili" afferenti, attaccate o staccate dalla "realtà", possa ricongiungersi ai passaggi concreti che sottostanno alla fisica della coscienza quantistica, cioè attraverso l'interfaccia della tubulina come interpretata da Hameroff e Penrose, o si deve presumere una "coscienza non quantistica"?

Nell’originale lavoro che scrivemmo, sulle intuizioni discusse, derivarono ulteriori domande:

1) cosa vede o sente la persona allucinata?

2) Cosa pensa o crede e potrebbe o deve essere delirante?

3) Se il contenuto della sua visione, audizione, pensiero o convinzione fosse limitato a una coscienza off-line quasi solipsistica senza alcuna connessione con la "realtà", a quel confinamento dovrebbe essere necessariamente assegnato un a priori inesistente o falso stato?

Concludemmo come segue:

“In questa esplorazione abbiamo percorso una lunga distanza, il cui inizio e fine rimangonobendati. Probabilmente dobbiamo compiere uno sforzo sufficiente per imparare tutti i passaggi intermedi, anche se dobbiamo riconoscere la difficoltà di penetrare quei misteri che avvolgonol'origine e il termine di qualsiasi cosa”.

Non abbiamo mai considerato come si pone nel dibattito e come si inserisce nelle questioni poste,l’amore.

La storia che mi accingo a raccontare sembra apparire come una sintesi di tutte le elucubrazioni, anche un po’ ermetiche, sopra esposte, tuttavia non banale.

Stavo viaggiando da un piccolo paesino vicino a Como, a bordo di una vecchia ma potente Saab, verso casa, quando mi colse impellente il desiderio di comunicare un mio sentimento che, come si suole dire, covava da tempo e si era irrevocabilmente insinuato nella piega del cervello preposta allo scopo. Certo in quel momento non mi ponevo i problemi sopra esposti.

La mia mente, ecco che subito si differenzia il concetto fra mente e cervello:

“Non sappiamo, in definitiva, se quel concetto di materia così complicata che sta sotto la mente, quell’affascinante complesso di sostanze e di reazioni biochimiche che rappresenta la regia del cervello noto sia, nelle interazioni bio-metaboliche e nella sua dinamica di disposizione e di stato, la condizione che determina la mente, oppure se vi siano due menti,una che gestisce un’elaborazione superiore dei messaggi coordinati dal cervello e una che si esprime come sentimento puro (nella sfera dell’imponderabile, di cui non conosciamo ancora le connessioni con la materia sottostante). Se noi ammettiamo che ogni risposta emozionale sia condizionata da un preciso intervento di neuro- mediazione, seppure in condizioni ammissibili di modificazione delle condizioni dinamiche o di stato, possiamo, in questo modo, giustificare ogni azione, come conseguenza di un atteggiamento emotivo” ...

... Ciò porrebbe serie riflessioni sul giudizio di fatto e di merito di ogni comportamento deviante dalle clausole del rispetto delle regole poste a tutela della protezione e della libertà individuale e collettiva... Tuttavia, non era preoccupato, in quel momento, da tale considerazione.

Con il coraggio a mani piene, formai il fatidico numero e sentii la voce che mi aspettavo e di cui lei, forse, percepì l’ansia.

E, con un terribile imbarazzo riuscii a trovare le parole che esprimevano il sentimento che provavo. Non mi interessava la sua risposta, ma dovevo togliermi quelle parole, appunto, dall’eterna diatriba fra mente e cervello.

Credo di avere ottenuto una vaga risposta che mi invitava a considerare l’impossibilità di un tale rapporto.Tuttavia, con l’imbarazzo che si prova a nascondere un sentimento a chi convive con te, la vita proseguiva senza che quel chiodo fosse espulso, quasi come se fosse necessario un rigetto da trapianto.

Ecco, quel profilo di donna, severo ma dolce per chi sapeva coglierlo, quella bellezza così particolare da sembrare quasi di altera nobiltà, quella sensazione che era rimasta sulla pelle delle dita a seguito di occasionali contatti, nonostante la vita corresse fra altri affetti e relazioni, rimanevano sintomi di un non possesso che avevano difficoltà a risolversi.

Cominciò una sorta di gioco, cui anche lei partecipava, fatto di conversazioni equivoche, di impalpabili sensazioni, di pudiche manifestazioni d’affetto delle quali eravamo gelosi. Questa impalpabile storia d’amore continuò, e tuttora vive, trovando un suo modo di esprimersi che sta, fondamentalmente, nella fiducia reciproca che segna il rapporto, nell’interpellarsi nelmomento del bisogno consapevoli di quel filo che, pur sottilissimo, mostra una persistente resistenza.

Ecco che non puoi non porti il pensiero se quel filo sia un filo di amore che non avvicinerà mai i capi o se sia una forma d’amore che si è sublimata nel tempo introducendo uno dei cardini fondamentali che dovrebbero esistere in ogni rapporto, la consapevolezza che non vorresti mai tradire, la consapevolezza di un rapporto di totale fiducia.

Forse, se la relazione fosse diventata materiale, probabilmente non avrebbe avuto la storia che ha e avrebbe esaurito il suo essere ben prima di quanto ora, invece, consolida il rapporto. 

Perché, si chiederà chi eventualmente leggerà questo scritto, quell’ampio cappello sulla discussione della variabile esterna, del concetto di sogno e allucinazione, di cervello e mente?

Perché ci poniamo il problema se il sogno sia il recupero di un dejà vu o se sia espressione di un non senso o se sia espressione di una proiezione futuribile di un desiderio? Francamente non ho una risposta plausibile, forse non voglio neppure volerla, quello che so è che la sensazione, anche fisica, che si può provare in un sogno caratterizzato da uno scenario coerente con la realtà, vive certamente di meccanismi molecolari assai simili a quelli che viviamo all’interno di scenari reali, ad occhi aperti e in piena coscienza.

La risposta, comunque, venne una notte qualunque quando il fatidico sogno, in quella piccolissima frazione di tempo che lo caratterizza, si manifestò nella mia mente/cervello così come se fosse vero. 

Non fu un sogno erotico ma d’amore nelle sue più intime percezioni di dolcezza, di calore e di appagamento, quando dentro di lei, per un attimo, vissi la realtà che avevo sempre desiderato.

La foto in apertura è di Olio Officina

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