Saperi

L’intelligenza artificiale e l’uomo del sottosuolo

Il tema posto dalla tremenda notizia di quanto accaduto ad Alessandria nei giorni scorsi - dove Martino Benzi, 66 anni, ha ucciso il figlio, la moglie e la suocera e, infine, si è tolto lui stesso la vita - ci interpella per cogliere in qualche modo un qualche segno, indicativo, del senso di questa e di altre simili vicende

Sante Ambrosi

L’intelligenza artificiale e l’uomo del sottosuolo

Due giorni fa il mio carissimo amico, Luigi Caricato, editore di Olio Officina, mi chiedeva se me la sentivo di dire qualcosa sulla sua rivista, riguardo all’episodio, tristissimo, accaduto mercoledì 27 settembre nella città di Alessandria, dove l’ingegnere Martino Benzi, 66 anni, ha ucciso il figlio Matteo, la moglie Monica Berta e la suocera Carla Schiffo e, infine, si è tolto lui stesso la vita, senza lasciare qualche indicazione concreta per un gesto così grave.

Al mio amico ho risposto immediatamente che non me la sentivo di affrontare un tema tanto difficile e scabroso, da tutti i punti di vista.

Ma non ignoro che il tema posto da una vicenda come quella ci interpella per cogliere in qualche modo un qualche segno, indicativo, del senso di questa e di altre simili vicende.

Eppure, qualcosa mi sentivo di scrivere, intorno a questo episodio, nel tentativo almeno di andare oltre la scontata indifferenza o, peggio ancora, alla scontata risposta che individua la causa nel solito raptus mentale occasionale.

Non volendo entrare direttamente nell’analisi di un fatto tanto complesso, tento almeno di orientarmi per capire qualcosa anche di altri simili episodi che in questo periodo si verificano ormai con una frequenza impressionante, seppure in forme mai identiche.

Mi limito così a rispondere a una semplice domanda che un mio amico mi ha posto qualche giorno fa.

Si tratta di un idraulico che è venuto da me per risolvere un mio problema.

Così, per intervenire sua una problematica di natura tecnica, l’idraulico ha dovuto ricorrere all’uso delle sue capacità intellettuali e intuitive, scoprendo infine che la causa del problema era ben diversa da quella cui si pensava.

Soddisfatto del risultato conseguito, ha aggiunto, esplicito: “non so se con l’intelligenza artificiale si sarebbe riusciti a trovare immediatamente la soluzione”.

L’idraulico resta molto perplesso da ciò appena sollevato.

Concluso il suo intervento, a un certo punto riflette, chiedendomi: “dove arriverà l’uomo con l’intelligenza artificiale? Avremo un uomo buono e perfetto senza la possibilità di errori e capace di risolvere tutto in un attimo?”

La profonda malattia di cui soffre l’uomo – che lo porta a essere incapace di amare, di fare scelte – è così incurabile che non potrà mai venire meno.

L’intelligenza artificiale sfamerà l’uomo da tutti i punti di vista possibili? No, e queste nuove tecnologie invece che contribuire a diminuire questa malattia di cui soffre, la acuisce e moltiplica.

Al che ho tentato brevemente una risposta al problema posto dall’idraulico, dicendogli come un grande scrittore quale è stato Dostoevskij, narratore e filosofo russo dell’Ottocento, ancor prima di pubblicare i suoi notevoli romanzi, divenuti celebri non solo nella grande Russia del secolo scorso, aveva scritto un piccolo romanzo autobiografico, se così lo possiamo definire, nel quale parla di se stesso e dell’uomo quale lui stesso si sentiva.

Basta rileggere tale romanzo, di cui mi sono già occupato in un mio saggio di qualche anno fa, dal titolo Lo scavo interiore, dal quale mi limito a richiamare almeno alcune frasi di Dostoevskij, tanto lapidarie quanto vere, invece di confabulare su ipotesi fantastiche sul perché un uomo combini simili canagliate:

“Sono un uomo malato… Sono un uomo maligno” E così, di seguito, le sue riflessioni, tra le quali aggiungo almeno questa, che vedo inerente con il tema dell’intelligenza artificiale:

“Oh, ditemi chi fu il primo a dichiarare, chi fu il primo a proclamare che l’uomo, fa delle canagliate, perché non sa quali sono i suoi veri interessi, e che invece lo si illuminasse, se qualcuno gli aprisse gli occhi su quelli che sono i suoi veri, normali interessi, l’uomo smetterebbe subito di fare le sue canagliate, diverrebbe subito buono e nobile”.

Dostoevskij insiste: la sua malattia è nel suo animo, da cui la paura del suo futuro e del mondo, l’incapacità di amare una bella fanciulla, Liza; sempre insoddisfatto della sua vita e delle sue capacità.

Per rispondere a tanti problemi esistenziali, Dostoevskij si impegnerà con tutta la sua attività letteraria per individuare la vera soluzione alle nostre malattie.

Le notizie di oggi possono essere vissute con grande tristezza, ma penso che potrebbero anche diventare una buona occasione per pensare seriamente intorno alla natura dell’uomo, utilizzando un pensiero che i grandi autori di ogni tempo  hanno già indicato e illustrato abbondantemente.

In apertura, foto di Olio Officina©. “Vecchio acrobata pazzo”, opera di Ernesto Lamagna, 2004; Lucca, “Museo della Pazzia”, mostra a cura di Vittorio Sgarbi

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