Saperi

Oltre la storia locale. Un libro che guarda alla Lucania sotto un’altra luce

Edito da Franco Angeli, Dalla Costituente allo Statuto regionale. Riflessioni sulla Basilicata del secondo dopoguerra è un testo dall’approccio multidisciplinare che restituisce una visione completa di questa terra e delle relazioni che si sono susseguite nel tempo. Il volume, suddiviso in due parti, è frutto di una approfondita ricerca tra materiale archivistico, bollettini e riviste, capace di intrecciare vicende nazionali e internazionali con quelle proprie della regione

Alfonso Pascale

Oltre la storia locale. Un libro che guarda alla Lucania sotto un’altra luce

Dalla Costituente allo Statuto regionale. Riflessioni sulla Basilicata del secondo dopoguerra (Franco Angeli, 2022) è un bel libro di storia che vi consiglio di leggere.

La scrittura è fluida. Gli argomenti sono vari e trattati con approccio multidisciplinare.

Anche chi non è lucano, ma è incuriosito da questa regione, può trarne spunti di riflessione.

È, invero, una pagina della storia d’Italia in un contesto globale ben definito: quello dei Trenta gloriosi (1945-1975).

 Non è mera “storia locale”, dunque. La ricerca effettuata dagli autori intreccia, infatti, costantemente elementi nazionali e sovranazionali a vicende regionali.

E lo fa con modalità del tutto originali. La narrazione si regge, invero, su una pluralità di fonti: materiale archivistico, stampa del tempo, bollettini e riviste conservati esclusivamente dai protagonisti e bibliografia di riferimento scarsamente presenti nella storiografia regionale.

Inoltre, la trama è sempre ancorata al contesto-mondo anche quando riguarda fatti apparentemente marginali.

Il libro non è nemmeno il controcanto alla quarta parte (L’Età contemporanea) della Storia della Basilicata pubblicata da Editori Laterza. Certo, non trovate l’agiografia di Emilio Colombo, la caricatura di Carlo Levi o la riduzione dell’opera poetica, sociologica e politica di Rocco Scotellaro a marginale episodio letterario, privo di effetti sull’intera vicenda lucana e meridionale.

È un altro modo di guardare alla storia di una regione, la quale ha espresso anche, in forme varie e a più riprese nel tempo, una sua peculiare capacità critica alle idee dominanti e all’azione dei governi e dei ceti dirigenti.

E tale specificità emerge in tutta la sua pregnanza per una chiara scelta metodologica compiuta dagli autori.

Essi, infatti, rendono protagonisti sindaci che si mettono in rete per ribaltare posizioni nazionali non condivise; singoli assessori regionali che sperimentano, con il sostegno attivo di motivati e agguerriti nuclei di alti funzionari pubblici, l’innovazione organizzativa; personalità e gruppi minoritari a cui la storia regionale non ha mai dato voce.

Coerentemente con questo criterio, gli autori evitano di leggere il fenomeno migratorio con la lente del dramma sociale.

Scansano così la retorica mitologica e il piagnonismo sterile.

E in modo intelligente guardano all’emigrazione come “rivoluzione attiva”, in cui individui e gruppi agiscono nei luoghi di partenza e in quelli di arrivo svolgendo funzioni sociali, economiche e culturali che hanno una ricaduta politica – imprevista ma marcata – sugli assetti di potere dei ceti dominanti.

Emergono così pratiche minoritarie, sorrette da visioni politiche e culturali di ampio respiro, che si confrontano e si scontrano con gli orientamenti dei partiti nazionali o le direttive delle strutture gerarchiche religiose. E dai conflitti che si determinano nascono nuove idee: molte in grado di contribuire al cambiamento sociale.

La prima parte del volume si concentra sull’istituzione della regione e sulla sua fase di avvio, quando è prevalentemente vista come occasione di rinnovamento della politica e strumento per “fecondare positivi sentimenti pubblici”.

Consistenti sono, infatti, in quel periodo – come Giambattista Colangelo e Pietro Dell’Aquila dimostrano nei loro saggi – le aspettative riposte sul metodo della programmazione.

Ma la vicenda del regionalismo in Italia continua a suscitare due sentimenti contrastanti.

Se si guarda ai risultati, non si può fare a meno di giudicarli deludenti. E allora abbassiamo gli occhi e diciamo sottovoce: “Lasciamo perdere”.

Se si tiene conto delle idealità, come i principi di autonomia e autogoverno, non si può che essere comprensivi.

E allora diventiamo eccessivamente cauti nell’esprimere una valutazione.

Eppure, un bilancio impietoso di questa esperienza va fatto, senza tabù e con laicità, altrimenti non comprendiamo perché le promesse siano state quasi del tutto tradite.

Non si è verificato un ampliamento della partecipazione elettorale: quella nazionale è nettamente superiore.

E questo vuol dire che i poteri pubblici che dovrebbero esser più vicini ai cittadini – inizialmente addirittura considerati all’origine della salvezza dello stesso Stato – sono in realtà percepiti dalla cittadinanza più lontani.

Non nascono nuove forme di partecipazione al potere pubblico, in senso aggregativo e cooperativo.

Invero, nelle regioni si ripetono e si amplificano le discrepanze della politica nazionale.

Il divario Nord-Sud non si attenua.

Anzi, le regioni diventano fattore di disunione. Ciascuna di esse si comporta, infatti, come un potentato locale.

Gli autori dei due saggi offrono alcune utili chiavi di lettura di questo fallimento.

L’istituzione della regione sembrò interessare esclusivamente le élites politiche e amministrative locali e non coinvolse la società civile.

Inoltre, l’istituzione dell’università non è riuscita a sostenere lo sviluppo regionale, fallendo financo l’obiettivo di contribuire a formare classe dirigente.

C’è, dunque, materia per continuare una riflessione che appare sempre più necessaria per comprendere le gravi difficoltà in cui la Basilicata si trova.

La seconda parte del volume è quella in cui l’intreccio tra “locale” e “globale” nella storia dei processi culturali appare più deciso.

Rosa Maria Salvia affronta il tema cruciale del movimento studentesco che in Basilicata inizia nel ’65-’68 come sequenza di rivolte che culminano nel movimento popolare del 1970 e hanno poi una ripresa nel periodo ’73-’75. Un decennio in cui s’intrecciano movimenti diversi: da quello degli studenti a quello degli insegnanti, da quello dei professionisti a quello dei tecnici.

Anche le lotte delle campagne – sorprendentemente trascurate dall’autrice – assumono in quel periodo connotati del tutto nuovi (per contenuti e figure sociali) rispetto al ciclo delle lotte per la terra di fine anni quaranta.

Sono movimenti che stanno dentro un fenomeno globale ma che non sono vissuti consapevolmente come tali dai protagonisti.

Emergono sì, qua e là, suggestioni pacifiste che richiamano l’opposizione alla guerra del Vietnam; fratture generazionali, fra padri e figli, fra maestri e scolari, che mettono in discussione la vecchia pedagogia; atteggiamenti critici nei confronti del vecchio rapporto tra i sessi che aprono alla liberazione sessuale; resistenze alle imposizioni gerarchiche nella chiesa cattolica sulle materie di fede che si collegano alla teologia della liberazione.

Quello che manca – ma è un limite tutto italiano del ’68 – è la comprensione dell’aspetto più esplosivo delle rivolte in ogni parte del mondo: l’interesse ad appropriarsi dei contenuti conoscitivi riguardanti l’automazione e l’informatica, diventate esse stesse forza produttiva.

Una lotta che si trasforma in intraprendenza competitiva e che si chiamerà Silicon Valley, nella transizione dal free spech al free software.

Un fenomeno che mette in marcia in Occidente una riformattazione della politica e delle tecniche della comunicazione persuasiva.

In Italia, quel possente processo di riorganizzazione delle forme di vita, costituito dall’insorgere della tecnologia digitale distribuita, non viene intercettato.

Eppure, è lo spirito del ‘68 ad animare i precursori di Internet, in un rimpallo fra le intuizioni di Adriano Olivetti, che pensava a un sistema informatico direttamente disponibile per gli utenti finali, scavalcando i grandi mediatori industriali, e quella congerie di giovani scanzonati e appassionati che nelle università californiane cercano strade per sottrarsi al controllo del potere centrale.

L’altro saggio della seconda parte ha come titolo Economia, cultura e minoranze ed è di Tommaso Russo.

Un affresco sorprendente di dinamiche innovative innescate da “utopisti, ribelli, minoranze, marginali, sognatori, eroi, eretici e antitaliani”.

Nell’ambito scolastico, Russo ricorda un nutrito gruppo di docenti, distribuiti fra istituti superiori di Matera e Potenza, che introducono pratiche didattiche attente ai bisogni formativi a partire da un rinnovamento della manualistica.

E dà conto di una ricca squadra di insegnanti elementari che raccontano le loro storie in autobiografie dense di indicazioni preziose per comprendere la condizione educativa di quel periodo.

Sbalordisce il numero di comunità religiose non cattoliche che si formano a seguito del proselitismo svolto dai soldati angloamericani, passati durante la seconda guerra mondiale, come del resto era accaduto con la discesa dell’esercito piemontese dopo l’Unità.

Non meno interessante è la rassegna di figure politiche che si richiamano al trotskismo o a un pensiero laico di respiro europeo o ancora al movimento olivettiano di Comunità.

Ci sono poi i circoli culturali che sorgono presso le librerie principali del capoluogo lucano, coi letterati di riferimento; i periodici ciclostilati e le inchieste svolte dai redattori.

Il saggio si chiude con una densa ricostruzione delle vicende riguardanti le sedici Comunità cristiane di base, che rappresentano uno dei tasselli più significativi della rottura del ruolo egemone della Dc lucana e la contestazione più eclatante dei rapporti tradizionali tra fede e politica.

Si tratta di una prima messa a punto, molto efficace, di materiali documentari che mostrano il carattere non spontaneistico di movimenti capaci di incidere profondamente nei rapporti tra partiti e società e nelle strutture della mentalità e del costume sociale.

Insomma, vi invito a leggere un libro che si discosta dallo stereotipo dell’immobilismo di una terra che mostra di possedere, viceversa, tradizioni molteplici e contraddittorie, tutte parimenti degne di essere reinventate.

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