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Tra i delitti di due despoti il rantolo delle chimere di Karl Marx

L’autentico marxismo si riconosce nell’arte di governo praticata da Vladimir Putin e dai gerarchi che lo circondano, da Xi Jinping e a tutti coloro che condividono il pensiero con lui. Le dinamiche geopolitiche attuali non si discostano da pensieri che nel tempo si sono succeduti, sviluppati e poi adattati a seconda delle diverse realtà

Antonio Saltini

Tra i delitti di due despoti il rantolo delle chimere di Karl Marx

Nel proprio inaugural speech, il giorno del proprio insediamento, Joe Biden formulò concetti che solo un autentico statista è in grado di concepire, che, peraltro la storia giudicherà se iscrivere tra le allocuzioni che ne segnano le tappe o, più semplicemente, tra le formulazioni che solo i cultori di memorie politiche e militari includeranno tra gli elementi delle proprie ricostruzioni.

Singolarmente, un altro uomo politico, al contrario del Presidente Usa assolutamente disinteressato alle grandi tappe della storia umana, furiosamente posseduto dall’ossessione del proprio potere, avrebbe assunto l’onere di trasporre il saggio di filosofia politica di Biden nel primo essenziale evento della storia dei rapporti tra le nazioni dislocate sul planisfero nel Terzo Millennio.

L’essenza delle riflessioni proposte dal Presidente al proprio Paese, insieme al popolo americano all’intero Pianeta, consisteva in un concetto di assoluta semplicità: dall’alba della storia, pensiamo alle poleis greche, in Occidente si è sviluppata una forma di organizzazione civile assolutamente peculiare, la democrazia, che, tra cento, meglio mille contraddizioni, ha assunto, quale elemento capitale del proprio edificio, il valore del singolo individuo, la persona, un elemento privo di ogni valore nelle mille versioni del dispotismo che propone la più elementare cognizione della storia.

È stato, peraltro, nel corpo medesimo della civiltà occidentale che fu proposta la negazione più radicale del medesimo caposaldo etico, politico ed economico.

A formularla fu un teorico tedesco che nella concezione dell’uomo sottostante l’idea di democrazia immaginò di identificare il cancro, determinante e irreparabile, nel postulato che la libertà non sarebbe tale se non comprendesse la sfera economica, che la libertà non possa sussistere, cioè, se non sia, anche, libertà economica. Se è evidente, peraltro, la sussistenza, in ogni società democratica, di ingenti diseguaglianze tra individui e tra ceti sociali, tutte le società di uomini liberi, con l’eccezione, se si creda, di quella spartana, hanno universalmente incluso la libertà economica tra le prerogative dei propri cittadini.

Convinto che la storia fosse, per intero, “sbagliata”, il teorico tedesco pretese di congegnare una dottrina politica che, al fine di correggere, in modo definitivo, il corso delle vicende umane, escludesse qualunque possibilità di diseguaglianze economiche.

Propenso, palesemente, al più assoluto dogmatismo, non si preoccupò, verosimilmente, di chiarire se, eliminato il connotato economico, potesse persistere la libertà medesima: fu, verosimilmente l’attitudine al fanatismo a indurlo a ritenere che, se l’assioma economico costituisse elemento essenziale della libertà, per creare una società in cui ogni diseguaglianza fosse bandita, sarebbe stato assolutamente congruente eliminare, tout court, la libertà medesima.

L’esame della rivoluzionaria concezione del dottrinario tedesco impone, quale condizione preliminare, la considerazione della sua collocazione nella cultura del proprio secolo, il secolo dei grandi trionfi, sul terreno predisposto dai pionieri del Settecento, della scienza sperimentale nelle branche innumerabili nella quale si era segmentata, menziono la chimica, la fisica, la geologia e la botanica.

Quel secolo era, altresì, il secolo dei grandi studi storici, in particolare tedeschi, che assicurarono una visione di penetrazione senza precedenti delle vicende delle società protostoriche, dei grandi imperi dell’età del bronzo, quindi delle civiltà, minori e maggiori, del primo millennio avanti Cristo, con la realizzazione di capolavori intramontabili sulle vicende della Grecia e di Roma.

A questi studi, a queste realizzazioni scientifiche e storicistiche Karl Marx rimase assolutamente estraneo: della scienza, e delle connesse applicazioni tecnologiche, non gli interessava, con autentico orrore, che l’eventualità che potessero tradursi in strumento di dominio degli odiati “capitalisti”, della storia delle civiltà disprezzava l’analisi delle peculiarità, economiche, militari, culturali di ciascuna, lo appassionava, freneticamente, la composizione di una successione delle tipologie civili che, immaginava, si sarebbero succedute, una dopo l’altra, secondo uno schema di priorità che reputava necessario e inviolabile, dalle primitive tribù egalitarie alle contemporanee società della fabbrica. In questo capovolgendo la successione logica del procedere dell’analisi storica, che ricerca, quale primum, gli elementi specifici di un consorzio umano, ne rileva, successivamente, le analogie con società collocate in regioni e tempi diversi.

Scopo palese della scaletta, invece, la dimostrazione che, conclusa l’evoluzione “meccanica” con la società della scienza, l’appropriazione delle cognizioni scientifiche da parte dei “capitalisti” avrebbe costituito il termine finale dell’evoluzione “necessaria”: siccome il trionfo dei medesimi avrebbe determinato, quale conseguenza “geometrica”, il tramonto di ogni civiltà.

Alla meccanica successione millenaria, per poter sopravvivere le società umane avrebbero dovuto affrontare, obbedienti al suo magistero, la conversione in società egalitarie, che si sarebbero sviluppate, il dottrinario si converte in profeta, attraverso la conquista del potere da parte dei ceti operai allora soggiogati dallo sfruttamento capitalistico, che avrebbero imposto la propria dittatura: la “dittatura del proletariato”.

Aboliti i canoni della democrazia parlamentare, causa delle disuguaglianze umane, la medesima dittatura sarebbe stata impersonata dai “commissari del popolo”, che del “popolo” avrebbero esercitato il potere e tutelato gli interessi di classe. È la conclusione del programma a rivelare la patetica ingenuità dell’autore, che non viene sfiorato dal dubbio che il ruolo dei “rappresentati del proletariato” potesse essere assunto da agitatori di mestiere, che si sarebbero aggregati in cosche di potere nell’assoluta indifferenza per le supposte esigenze collettive, ciò che si sarebbe verificato in tutte le società che del Tedesco avrebbero tradotto l’insegnamento in pratica politica ed economica.

Il muro di Berlino. Dedicato a Frau Merkel, che, palesemente impegnata nel perseguimento del kaiseriano Drag van Oest (la conquista economica della Russia), finse di averlo dimenticato quando si oppose, fieramente, all’inclusione dell’Ucraina nella Nato. Era assolutamente certa di passare alla storia come grande statista: sarà ricordata come abile consulente commerciale degli industriali germanici. Foto Antonio Saltini 28 gennaio 1977

È una dottrina essenzialmente apodittica, che propone, quale pretesa analisi della storia delle civiltà, da quelle remote a quella del futuro, una visione estranea a qualunque ricostruzione fondata sulla considerazione dei caratteri, peculiari e specifici, sistematicamente differenti, delle società succedutesi, nel corso della storia, in continenti e in tempi differenti. Sfogliando, pagina per pagina, le vicende delle società umane, l’analisi storica verifica la gamma più multiforme di rapporti tra ceti in possesso di disponibilità economiche del tutto diverse: non si possono non citare, come emblematiche, le cento versioni di società aristocratica, più di una insignita di titoli di eminenza per i traguardi raggiunti nelle sfere dell’arte e delle scienze, traguardi di cui riconosciamo il conseguimento ad esempio, tanto in quella romana quanto in quella veneziana, in quella fiorentina e nella società inglese del Seicento e del Settecento, che attestano, inconfutabilmente, il nesso più indiscutibile tra ricchezza individuale e creatività artistica, nella civiltà italiana nesso capitale per la creazione del patrimonio artistico di un Paese che vanta, dalla pittura all’architettura, un primato incontrastato tra le nazioni del Pianeta.

Le società occidentali hanno perseguito, peraltro, seguendo una progressione non certamente rettilinea, né priva di incongruenze, la meta dell’attenuazione delle diseguaglianze più cospicue tra i ceti sociali: senza impedire la formazione di patrimoni di entità maggiore assicurando a tutti i cittadini il soddisfacimento dei bisogni essenziali: salari tali da assicurare alimentazione e salute, cure mediche e medicine indispensabili, istruzione elementare e media, la pensione di vecchiaia, di entità peraltro oltremodo variabile, ma, anch’essa diritto inalienabile.

Il welfare state, l’universalità del diritto di soddisfare i bisogni essenziali, costituisce peculiarità che distingue, nell’intera storia umana, le società dell’Occidente, in particolare quelle disposte sul lato orientale dell’Atlantico, da tutte le società precedenti nella lunga, e accidentata, storia dell’umanità.

Ostile, come tutte le personalità inclini al fanatismo, alle distinzioni di eccessiva sottigliezza, Karl Marx si convinse, e proclamò che, siccome della diseguaglianza economica si doveva individuare la ragione nella libertà economica, per costruire un’autentica società di uguali, la libertà economica era necessario abolire.

Siccome, peraltro, la diseguaglianza di disponibilità economiche costituiva connotato tipico di tutte le società democratiche, cioè di tutte le società governate da parlamenti eletti da consultazioni popolari, costituendo peculiarità intrinsecamente collegata alla diseguaglianza, per realizzare una società di uguali i parlamenti elettivi dovevano essere aboliti.

E siccome, al tempo suo, i decenni della nascita dell’industria moderna, coloro che della creazione dell’industria sopportava i gravami senza godere dei benefici, erano gli operai, sarebbero stati i medesimi operai che avrebbero dovuto imporsi, sottomettendo alla propria le classi che al ruolo subalterno le costringevano.

L’argomentazione si impone, a chi la analizzi, per la propria assoluta grossolanità: spianando la strada, come un tank putiniano, tra mille rilievi storici, economici, sociologici che, presuntuosamente (e ottusamente), ignora, propone un ideale politico in antitesi con l’intero contesto delle filosofie proposte, fino ad allora, sulla natura dell’uomo e della società, che ignora con sufficienza che non può non attribuirsi, ancora, alle personali propensioni al fanatismo.

La Porta di Brandeburgo tra le due Berlino. Dedicato a Ursula von del Leyen, leonessa impegnata perché mai più carri russi possano sfilare sotto la fatidica porta, o che l’Ammiragliato di Putin possa auspicare, per orgogliosa emulazione, la conquista del porto di Kiel, per proteggere i propri sommergibili nelle caverne sottomarine realizzate dalla marina del Führer per la protezione dei mezzi subacquei destinati a isolare l’America dall’Europa praticamente già sottomessa. Foto Antonio Saltini 26 gennaio 1977

Reputo, preciso, assolutamente inutile dedicare una sola riga al commento delle profezie del vantato philosophe, prima tra tutte la previsione che gli industriali si sarebbero consunti in un’interminabile lotta fratricida fino a cedere al più forte, o a una congrega di despoti economici che avrebbero costituito oligopoli onnipotenti, annullando la presenza di ogni rivale: l’invenzione di una fantasia feconda, verosimilmente agitata da turbe incontrollabili.

Non costituisce che la conferma, peraltro, di un’antropologia il cui unico fondamento pare essere, appunto, il fanatismo, il radicale disconoscimento della diversità, e fecondità, delle attitudini umane: prova la sensatezza del rilievo, contro la lettera delle asserzioni dell’erudito, il disprezzo che il medesimo manifesta per le società asiatiche, che qualifica “dispotismi orientali”, un titolo che ne attesta l’incapacità di scrutare il futuro, quel futuro in cui i maggiori dispotismi del Ventesimo e del Ventunesimo secolo lo proclameranno padre del potere tirannico delle proprie élite dirigenti, consociazioni autoriproducentesi nell’assenza di qualunque consenso collettivo.

Non immaginare che la realizzazione della “dittatura del proletariato”, al vertice della quale fossero posti elementi in possesso delle peculiarità di operai salariati, senza alcuna considerazione dell’esistenza di uomini animati dal più prepotente impulso all’ascesa personale, che si sarebbero imposti, in un ordine privo di ogni meccanismo elettorale, su qualunque folla di rappresentanti del ceto operaio, pretendendo, letto il manuale del Maestro, i titoli di dittatori nel nome degli operai, conferma un’antropologia assolutamente rudimentale, immaginata, nel rifiuto di qualunque conoscenza storica e sociologica, per dissolvere, dirigendo la società umana all’arbitrio, le fondamenta dei quanto si voglia fallibili meccanismi della democrazia.

Propone, ai nostri occhi di spettatori delle vicende mondiali, la conferma dell’esito dell’applicazione delle farneticazioni dell’erudito tedesco, la singolare presenza, assurta, nei mesi recenti, a chiave degli equilibri futuri del Globo, di due compagini in contrapposizione, quella delle due superpotenze che si proclamano concretizzazioni dell’ideologia di Marx, quella dei paesi collocati sulle sponde opposte dell’Atlantico, eredi dei lunghi secoli, ricolmi di contraddizioni, di evoluzione delle società dell’Europa, lascito trasposto nell’America settentrionale, e, nelle forme caratteristiche di società dalle congenite, ingenti differenze tra classi, quella ispanica e quella portoghese, in quella meridionale.

Non è dato reperire, realisticamente, un motivo solo di compiacimento nella rievocazione delle origini delle società attualmente sussistenti sulle sponde opposte del Canale di Panama, nate, entrambe, dal genocidio dei nativi e fondate su un’economia basata sulla schiavitù dei neri africani, egualmente approvata, a nord del medesimo Canale, dalle chiese anglicane e calviniste, a sud da quella cattolica.

Nella propria evoluzione non si è dissolto, peraltro, su entrambi i continenti, l’ancestrale riconoscimento della priorità, in qualunque contesto civile, del valore dell’individuo umano, la persona, un legato, insieme, del diritto romano e della teologia cristiana, assioma estraneo a qualunque civiltà diversa di cui si ricordi la sussistenza.

Nella propria pretesa demolizione delle fondamenta della società democratica, Marx si impegna ad esorcizzarne anche il caposaldo: si deve riconoscere corollario geometrico della sua antropologia la negazione di qualunque valore della persona, assioma capitale della dottrina politica dei leader che conducono le due società che si proclamano attuazione della dottrina del fanatico germanico.

Il primo, il russo Vladimir Putin, stratega di una guerra insensata vantando i gradi di alto ufficiale, che non ha conseguito in un’accademia militare, mai frequentata, ma nella più prestigiosa facoltà di assassinio del Globo, la ragione del protrarsi, secondo gli osservatori militari, oltre i tre mesi di un blitz-krieg immaginato della durata di tre giorni, nonostante l’impiego di tutti i mezzi previsti nei corsi di insegnamento frequentati, che hanno rivelato l’abisso sussistente tra le nozioni impartite dalla facoltà suddetta e quelle che si apprendono in un’accademia ove insegnino generali e colonnelli anziché torturatori di professione Il secondo, erede legittimo dell’autore della strage di studenti sulla piazza Tien an Men, autentico proclama di odio alla persona umana degli eredi di un despota, Mao Zedong, che si compiacque degli innumerabili massacri perpetrati per piegare l’intero popolo cinese ai canoni politici distillati, appunto, da Karl Marx.

Esistono, in Italia, Francia e altrove, versioni del Marxismo “emendate e corrette” ad usum plebis, nei cui testi, non più frutto delle fatiche di ideologi ma, generalmente, di dilettanti di storia, di scienze naturali, e di fecondi ideatori di chimere sociologiche, quando non da autentiche streghe e negromanti, menziono Vandana Shiva, fattucchiera braminica, e Rudolf Steiner, satanista balcanico, propagatori di farneticazioni tanto fatue quanto congeniali ad un pubblico educato, nel corso di tre decenni, dai banditori e dalle veline del cavalier Berlusconi.

Ma l’autentico Marxismo, il frutto genuino delle elucubrazioni del dotto germanico, si deve riconoscere, inconfondibile, nell’arte di governo praticata da Vladimir Putin e dai gerarchi che lo circondano, da Xi Jinping e dai mandarini che condividono, con lui, la distillazione della politica sociale del più immane campo di lavoro forzato del Pianeta.

Due versioni genuine la cui realtà si è rivelata, nella sua disumana brutalità, nei mesi succedutisi dall’invasione russa dell’Ucraina. Con quale risultato? Ne posso attestare la natura riferendo l’episodio più banale, la visita ad un mercatino rionale per approvvigionarmi di radicchio, cipolle e albicocche.

La commessa che mi serve, minuta e sorridente, mi interroga su eventuali preferenze: parla un italiano perfetto, con un accento di cui non riconosco la matrice regionale.

Glie la chiedo. È rumena, mi informa. Annoto che la lingua madre, notoriamente di origine latina, spiega la correttezza dell’italiano.

Un attimo, insorge la curiosità: ma in Romania, chiedo, non temete che vi assalga Putin? Assolutamente no, è la risposta, noi facciamo parte della Nato! Sorride. È sicura, invia, immagino, parte del salario ai genitori, che vivono sereni sotto l’ombrello atomico americano.

È il singolare effetto della coerente osservanza dei canoni marxisti dell’autarca delle Russie: decine di milioni di uomini e donne, nell’Est dell’Europa, sono state convertite all’assoluta fiducia nei vettori atomici della cui accensione Joe Biden porta in tasca, dovunque vada, il pulsante.

In apertura, il muro di Berlino. Dedicato a der Kanzelor Olaf Scholz, che tutte le riserve ha opposto all’applicazione integrale delle sanzioni alla Russia, e ripetutamente mentito sull’invio di carri armati all’Ucraina, quelli tedeschi iscritti nel cervello russo tra i ricordi più orribili, quindi doppiamente efficaci. Manifestando tutto il proprio cinismo Giulio Andreotti proclamò, in una memorabile circostanza, che “È meglio che la Germania resti divisa”. Gli italiani di buon cuore si vergognarono dell’asserzione: forse avrebbero dovuto ricordare un’altra frase famosa del Divo Giulio: “a pensare male si commette peccato, ma solitamente si centra la verità!” Foto Antonio Saltini 28 gennaio 1977

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