Visioni

Eugenio Scalfari e le malefatte politiche di Federconsorzi

Alfonso Pascale

Paolo Bonomi favorì per certi versi la vocazione giornalistica di Eugenio Scalfari.

Il capo della Coldiretti pretese il licenziamento del collaboratore del Mondo per alcuni articoli sulle malefatte politiche della Federconsorzi.

Eugenio Scalfari fece le sue prime esperienze lavorative nella Bnl. Egli però voleva fare il giornalista e scrivere soprattutto di economia. Quando Mario Pannunzio fondò il Mondo nel febbraio 1949, Scalfari incominciò a collaborare con il rotocalco.

Dopo l’estate di quello stesso anno, l’istituto bancario lo trasferì alla sede di Milano. Allora Pannunzio gli diede due lettere di presentazione, una per Arrigo Benedetti, che dirigeva l’Europeo, e l’altra per Mario Paggi, collaboratore di prima fila del Mondo.

Benedetti gli affidò una rubrica di economia sulla sua rivista. Era la prima volta che un settimanale inaugurava una siffatta rubrica. In genere scrivevano di temi economici esclusivamente docenti universitari e studiosi. I primi tre articoli vennero però rifiutati. Allora Scalfari capì come bisognava “raccontare” l’economia: andando a scovare gli intrecci tra politica e affari e cercare così di interessare il maggior numero di elettori a temi seguiti esclusivamente dagli addetti ai lavori.

Ma due anni dopo, nel 1952, accadde un fatto che determinò una svolta nella vita di Scalfari. Aveva raccontato sul Mondo come venivano organizzati gli ammassi dei cereali e come la Democrazia cristiana se ne avvantaggiasse politicamente. La tresca era pilotata dal capo della Coldiretti, Paolo Bonomi. Il quale era contemporaneamente anche presidente della Federconsorzi: l’ente che gestiva in esclusiva, per conto dello Stato, l’intervento per il sostegno del reddito degli agricoltori.

Però, la Federconsorzi era il più potente cliente della Bnl. E la protesta di Bonomi non si fece attendere: si materializzò nella richiesta della testa di Scalfari. La Bnl voleva soddisfare la pretesa del capo della Coldiretti con una “punizione”: trasferendo il dipendente in Sardegna. Ma Scalfari si rifiutò di andare nell’isola. E a quel punto l’istituto bancario lo licenziò.

L’articolo conclusivo dell’inchiesta sugli ammassi venne corredato di un post-scriptum. In esso Scalfari informava i lettori che il presidente della Federconsorzi aveva preteso che egli venisse licenziato e che la Bnl aveva accolto quell’ordine.

Quel post-scriptum fece scalpore tra i lettori del settimanale. In particolare, ne restarono impressionati Raffaele Mattioli e Guido Carli. Il direttore generale della Comit gli offrì la direzione dell’ufficio estero della sede di Milano e Carli un contratto di funzionario all’Epu di Parigi. Ma Scalfari rifiutò entrambe le offerte. Non voleva nuovi legami con quegli ambienti. Ormai la sua scelta era per il giornalismo.

Nell’autunno del 1954 Scalfari rientrò a Roma. E con Arrigo Benedetti predispose il progetto de L’Espresso, che partì nell’ottobre del 1955.

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